Il vento fin dentro casa

paola-lovisolo-3

fuori c’è un cielo freddo,
di voci usate che tristemente si accettano

Rosario Bocchino

Poesie inedite
(2017)

il vento fin dentro casa

È nel ritorno che il treno sfoglia il suo mancare,
lungo due altari di ferro
dove il cielo si stringe per niente clamoroso.
Dove il cuore è rossore per quel vetro inumidito,
in quelle immagini di sbiadita impressione
che trovano posto negli occhi fuggiti.

Curvi e sospesi su nomi lontani,
confusi nella nebbia di qualche stazione,
tra i minuti di un brano che s’ingegna per far posto
a due o tre sconosciuti.

E accade che proprio quel vetro
ripercorre gli amici attesi,
le speranze di un caffè diventato labbra
e quelle mani addensate
come zucchero filato
o quella giostra lanciata per tutto il paese
a riempire di tasche migliaia di passi.

Gli alberi a cadenza mista e alcune ipotesi ormai datate
per rappresentare un giro d’altri tempi.
Il vento sottile fin dentro casa
e la chiave a delimitare una sedia appoggiata
e quel sonno di madre, tanto leggero
da sentirsi chiamare.

Ore 19.44, un orologio segna l’arrivo
e le porte, aperte come se non avessero che quella vita,
un nuovo bacio.
Qualche metro speso a trascurare una sigaretta,
l’abbraccio vittorioso sul volto
di tua figlia. E di quella donna
che confessa al sogno tutto il suo sorriso.

*

anche Vesna sorride

Vesna ha un dentro che bussa,
un’ultima pagina da strappare alla sera,
una lucky strike come rossetto,
due passi in silenzio.

Legge un libro senza autore:
quindici euro di corsa
per tentare una riga d’inchiostro.

Il vecchio da solo ci sta da una vita,
il sigaro spento e la panchina in affitto,
conta gli autobus dai vetri unti
e sorride.

Anche Vesna sorride, gli anni
nelle tasche, un po’ di calore
per vivere, sulla porta una carezza.
La strada oltre la fermata
è a prova di buio, non servono parole.

Piove al civico 26.

Qualche discorso si ferma,
ha le scale per giudicare.
Guarda la gonna salire
i capelli gialli, neri di parole.

Stasera gli occhi hanno un taglio particolare,
sono rimasti fuori.

*

e non dirò oltre

E non dirò oltre per questa vita che accade,
non dirò di nessuna foglia,
nemmeno dell’erba al gioco del pallone.

Non dirò che ci saranno mani
a dipingere il tuo volto, non dirò di questa strada
in appostamento ai lampioni.
Non dirò di questo mestiere che mi lacrima dagli occhi.

Fuori c’è un cielo freddo,
di voci usate che tristemente si accettano,
un piacere veloce che macchia di via
ogni brivido d’eternità.

Oggi le gambe sono in corsa come le cose
quando capitano, vengono e vanno
e non hanno meta.
Sono una luce che sviene, un sorriso
che non conosce repliche,
come le curve abituate di questo mio mare.

Ci si potrebbe aspettare un tempo diverso
ma sono doloranti le piste del cielo,
un petto troppo difficile da contenere.

Allora non dirò oltre per sentirmi solo,
non vorrò luoghi da frequentare
sarò curvo nel mio silenzio,
simile agli alberi che si spezzano alla luna.

Gli anni sono piccoli poeti taciturni.

*

verrà la pioggia e sarà quieta

La città è il luogo del tempo fermo,
un docile frastuono di mete
dove nessuna illusione conosce l’immensità.

E’ una madre che nutre distanze,
stretta nella sua pelle indifferente
odora di immagine riflessa
come l’inutile gara per non essere soli.

Come quando è sera e le vetrine
si ungono di vestiti.
Come l’abitudine della fuga
quando sostiene che i lampioni
sono solo l’ombra sfatta della corsa.

In nessuna porta sa di avere profondità,
vestita di cemento trova nei fiori
solo una distratta generazione d’aria.

Mentre alcune luci piangono confini
sapendo di non avere nessuna alba da difendere
e le auto calate d’asfalto
vivono il muto vagabondare della notte.

La sua assenza è la strada,
un cumulo di passi troppo veloci per durare.

Ma verrà la pioggia e sarà quieta
e per un po’ spartirà la sua acqua.
Così le stelle in un altro giro di sosta,
nelle deboli preferenze del sogno.

*

le sigarette pendevano sui vecchi

Le sigarette pendevano sui vecchi
tra i volti di una volta,
come a guadagnare un po’ di tempo
in un biglietto dell’Asl.

Anche le riunioni, sempre più spesso col vento,
capitavano per non sentirsi soli:
ad un verso d’autobus
dalle panchine del parco.

E le definizioni dei balconi,
che stentavano in partenza,
assomigliavano alle vie dismesse,
così gli anni
per i tanti decolli mancati.

(allungare impronte non era più in uso,
troppo il rumore dei marciapiedi)

-intanto, piegata sugli occhi, la strada rubava auto

*

con quell’eternità di fiato che fa strada

Per tutto il tempo delle labbra
si misura l’idea del vento
con quell’eternità di fiato che fa strada.

Perché sapere è un consumarsi alla fermata dell’autobus.

Come le parole quando non sono affatto sorpresa,
neanche per quell’ultimo lampione,
come quell’inizio di onda che non ha più mestiere.

E se anche la voce della notte
basta al silenzio, al cammino dei marciapiedi,
rimane un triste sollievo di pioggia
che lava il riflesso degli alberi,
delle foglie spezzate, degli occhi andati.

Allora si dirà che il cielo
è un’immagine cancellata, una giovane tenerezza
senza significato. Un lontano avvicinarsi di gambe,
di curve e piccole stelle scintillanti.

Stasera è strano l’eco del canto,
muti pianerottoli opachi e un’ultima mano
a cancellare i taxi. I bar spenti dalle insegne,
una veloce dose d’altezza e un passo goffo d’invisibilità.

Mentre cado in qualcosa di simile al sogno,
dentro una luna di portici modesti.

*

le parole vivono e non lo sanno

Le mie parole sono un soggetto debole
come la gente sofferente,
un segreto d’acqua e di memoria perduta,
lasciata senza essere toccata.

Le mie parole sono le tue. Quelle bianche
in punta di disegno
mentre assumi il silenzio dei passi.
O quel poco dei lampioni che allunga agguati
tra ombre e imbarazzo.

Stanno di voce alle albe differenti,
in un singolo respiro affollato
quando, con tremore, vanno in contrasto di vela.
Quasi fossero riparo del tempo o del vento in disuso.

E senza luogo di petto si addentrano
in questo caldo sonno, spianando.
Dentro scontrose interruzioni di pallide notti,
col cuore a finire. Dentro un covo di luna.

Sono un racconto al molo chiamato un battito,
una città che non fiorisce cambiando spine
e che cade al gioco dei gabbiani.

Le parole vivono e non lo sanno,
non mi ricordo nulla di loro.

*

mentre lentamente tutto corre

Fuori il giorno è un’occupazione
che nessuno osa toccare.
Una veloce cantilena di auto
che scivolando si consuma.

Lì, dove le orme
si stringono ai passi per non cadere
un’ombra sceglie di andare.
Con una relazione di lampioni
che ad ogni centimetro di volto
lascia senza alcun premio gli occhi.

Solo intorno agli alberi
esiste la voglia di essere vento.
Ma è così rara l’esistenza dell’aria
che spesso si misura ad affanni
il vecchio mestiere del tempo.

Poi ti accorgi che la vita
è un riflesso debole,
la ragionata consuetudine di ciascun momento.
Nera come un caffè distratto
e banale quanto la sfrontatezza
di un biglietto già timbrato.

Mentre lentamente tutto corre,
a parte un cane
che beve la sua malinconia.

*

i matti

I matti non amano il tempo
preferiscono lancette indossate per terra
e qualche busta di plastica
da riempire con la grazia muta della voce.
Sono santi e fanno i miracoli, stringono quadri
senza nessun colore da appendere.
I matti sono figli della fortuna
hanno sorelle immaginate e fratelli di paglia.
I matti arrivano sempre tardi,
non sanno contare, hanno paura del buio
ma non frequentano la luce.
I matti sorridono sempre,
mostrano denti marci e caramelle sotto la lingua.

I matti non sanno camminare,
nascono da letti sistemati col ferro.
Non hanno sogni, sono santi appesi ai cancelli
con la lingua nera piena di bestemmie.
I matti non hanno scelte, guardano e vanno oltre,
con gli occhi bagnati dal niente,
con quella bellezza balbettata ad ogni crocifisso in visita.
I matti non hanno ricordi, nuvole in rovina
si agitano come lanterne
tra un passato senza olio e un domani di vetro.

I matti non hanno nome né città,
sono la gioia abbandonata dei giocattoli,
le ali spezzate dal temporale. Sono furto e meraviglia,
estasi e fosso per ogni missione d’orizzonte.
I matti fanno la corte a pochi spiccioli di realtà,
sono quelli che all’inferno ci sono già.

13 pensieri riguardo “Il vento fin dentro casa”

  1. Ringrazio di cuore la redazione e Francesco Marotta per questa possibilità inaspettata, così come ringrazio gli amici che hanno commentato con tanto trasporto.
    Sono semplicemente una sorta d’inchiostro dato a percezioni, stati d’animo e -per certi versi- visioni che in qualche modo hanno sentito la necessità di palesarsi, senza nessuna pretesa di essere per forza poesia.

  2. Ma poesia è, e molto bella anche. Ogni verso apre immagini, “albe differenti”, vicoli di storie, di ognuna sembra di sentire il palpito del cuore. Sì, “fuori fa freddo”, ma la poesia riscalda e non è retorica dire che ci fa sentire tutti più uniti.
    Grazie, Sarino, e complimenti.

  3. Felice di leggerti anche qui,Sarino . la tua poesia è cosi tangibile ,così vera che pare un mare in cui bagnarsi fino alle caviglie per poterlo attraversare con le dovute cautele ,per non sprofondare e lasciarsi sopraffare .

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