Sopra mucchi di giunchi e di fango

Battesimo di Cristo
(Chiesa di San Pietro martire, Murano)

Sopra mucchi di giunchi e di fango
Tintoretto ha issato una tela alta cinque metri.
Ha dipinto la penombra dappertutto
tranne un triplice debole chiarore,
in alto dietro l’oscuro dio padre,
al centro dietro la colomba,
in basso dietro il robusto corpo nudo del dio figlio.
Dal cielo Tintoretto fa discendere dei panni
stinti per ricoprire la sua bianca pelle.
Giovanni il battista è più cupo di una carena rovesciata.
Il dio in forma di figlio da sacrificare
per modellare la persona umana
non è altro che la linea scura
delle sue spalle, delle sue anche, del suo corpo pesante,
il tratto che lo designa in controluce, per contrasto.
Dietro di lui, Tintoretto dipinge l’acqua fangosa,
dei giunchi neri, l’argilla che non parla.

(Tratto da: Sol sauvage, poème III,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

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7 pensieri riguardo “Sopra mucchi di giunchi e di fango”

  1. E’ una lettura molto suggestiva del dipinto, una porta spalancata su un universo di interpretazioni possibili, ma mi lascia un senso di incompiuto, come si mi mancasse un elemento “centrale”, rivelatore. C’è come un vuoto da colmare che, immagino, sia lo stesso che sta esplorando fm, considerando il “tormento” della traduzione dei versi che riguardano la figura del Cristo. Il nodo è proprio lì, a mio parere: se il Cristo

    non è altro che la linea scura
    delle sue spalle, delle sue anche, del suo corpo pesante,
    proprio il tratto che designa in controluce, in tensione

    ebbene, cosa veramente racchiude quella linea se il corpo illusorio e abnorme rappresentato non è altro che un “velo” allegorico che nasconde “qualcosa” che non appare? E, se non appare, è perché è ancora “in gestazione”, è sul punto di nascere?

    Non riesco a farmi un’idea di cosa sia,cosa possa essere o diventare, ma sono intimamente convinto che, in ogni caso, sia della stessa “natura” del fango, del nero dei giunchi, dell’argilla muta.

    L’unica certezza che ho maturato, leggendo Bergeret, è che dietro l’apparente semplicità e linearità del suo “dettato” si nascondano profondità abissali. L’allegoria è una delle cifre più potenti della sua scrittura.

  2. Leggendo attentamente l’ultima versione apparsa, credo di aver (finalmente) capito di cosa si tratta, ma preferisco tenerlo per me in attesa di tempi migliori, non vorrei aver preso una cantonata…

    Penso di no, comunque, se, come credo, Bergeret è il più “dantesco” dei poeti pubblicati in questo sito.

    Buona notte.

  3. Una gran bella riflessione, ti ringrazio di averla condivisa. Penso che nei prossimi giorni avremo la risposta alle tue domande ma non ti nascondo che mi piacerebbe conoscere la conclusione a cui sei arrivato in notturna.

    Complimenti al tuo spirito di osservazione e, per quel che mi riguarda, completamente d’accordo sul Bergeret “allegorico-dantesco”.

    Ciao, buona giornata.

    d.m.

  4. Merci infiniment à Ali Ghieri pour ses interrogations et ses hypothèses, toutes très fertiles.

    Mais précisément Ali Ghieri trouvera peut-être le début d’une réponse à ses questions dans ce que je viens de publier sur mon blog (“carnet de la langue espace”) sous la forme d’une prose que j’intitule Lettres du limon.

    En tout cas j’ai conscience que le poème ici traduit par Francesco Marotta est très particulier, car il vit dans un lieu intermédiaire entre la poésie classique et l’histoire et anthropologie de l’art. Et pourtant il est bel et bien poème. Certes il y a eu l’antécédent puissant des Phares, de Baudelaire, mais ce dernier passe trop vite sur chaque peintre; il y a surtout le mystérieux tout petit poème de Rimbaud, Marine, qui à mon sens est la splendide transposition en métaphores poétiques d’un tableau impressionniste présentant un bord de mer, justement ce que l’on appelle une “marine”.

    Je prie Ali Ghiéri de me pardonner de répondre en français…

    YB

  5. Grazie a lei, Bergeret, della risposta e, soprattutto, di quello che fa e propone con la sua opera.
    Il mio francese meno che elementare non mi permette di fruire pienamente del testo che lei indica e aspetto quindi una eventuale traduzione. Ma già il titolo, se quel “limon” è, come penso, il “limo”, la materia fertile, mi spinge a pensare che la mia ipotesi notturna non è tanto campata per aria.

    Ed è questa, per sommissimi capi (rispondo a Dora).

    Considero il fatto che il testo si apre e si chiude con i “giunchi” e il “fango”; il fango è materia inerte, “argilla che non parla”, ma contiene, in potenza, energia vitale capace di generare e alimentare forme viventi: i giunchi, che sono “neri”, probabilmente perché “muti” come il fango da cui nascono: il loro colore non è un “segno” negativo, visto che si tratta dello stesso colore che racchiude il corpo “abnorme” (gravido?) del Cristo – penso che, allegoricamente, alluda all’impossibilità di “dire” la vita, di “pensarla”, di averne coscienza e consapevolezza potendo solo mostrarla di riflesso, come in uno specchio oscuro.

    Il fango, l’argilla, è anche la materia con cui si modellano “figure”: il sacrificio di Cristo – il suo “parto”? – serve a modellare la “figura umana”, che resterebbe unicamente “figura”, al pari di un giunco, inconsapevole e passivo strumento del reale. Se Giovanni, come penso, non sta battezzando ma assistendo un “essere” gravido, il frutto di quel concepimento non può che essere altro che ciò che rende la “figura” una “figura umana”: la voce, la parola: il segno che esprime (la linea nera) suono, voce e parola.

    Un saluto a tutti.

  6. […] il frutto di quel concepimento non può che essere altro che ciò che rende la “figura” una “figura umana”: la voce, la parola: il segno che esprime (la linea nera) suono, voce e parola.

    L’idea del concepimento e del parto è folgorante.
    Leggi questo (e grazie per i tuoi interventi).

    d.m.

    […] in basso al centro, in controluce, il corpo fittizio, massiccio, pallido di Gesù; un corpo che non ha vent’anni, ma almeno quaranta. Importa poco la finzione incarnata, importa poco il pallore grasso di questo uomo-dio. Ciò che conta veramente è la linea nera che serpeggia lungo le sue spalle, la sua testa, lungo le sue cosce: una linea nera, un tratto di chiaroscuro sulla luce accecante del vuoto o dell’assoluto. E’ questo tratto che designa veramente il Cristo, quello che indica e inaugura un eventuale racconto epico, un mito ribelle fondatore. L’inizio di una scrittura.
    (da: Lettres du limon, tr. di fm)

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