Alla morte non ci pensavo

Io avevo cinquantasei anni. Vivevo da solo, ero tornato al paese dopo vent’anni di Svizzera. La mattina uscivo in piazza, passeggiavo o stavo seduto sulle panchine. Il pomeriggio non uscivo e la sera nemmeno. Mi mettevo nel letto e aspettavo il sonno senza pensare a niente. Mi sono sentito male una notte che il sonno proprio non voleva venire. Saranno state le due. Non sono riuscito neppure ad alzarmi dal letto. All’improvviso non vedevo più niente. L’ultima cosa che ho sentito è stata la mano allungata per cercare di accendere la luce sul comodino.

Alla morte non ci pensavo mai. Pensavo ogni tanto a quando ero bambino. A mia madre che si era buttata nel pozzo e a mio padre morto di crepacuore due anni dopo. Sono cresciuto con la testa nel cimitero. La sera in cui sono morto avevo appena finito di vedere la televisione. Mi sentivo debole. Mi sono disteso sul divano e ho sentito come una mano gigantesca che mi premeva il cuore. Ho pensato a mia madre e a mio padre, ho pensato che stavo morendo e non avevo comprato il loculo. Sicuramente mi avrebbero messo sotto terra e questo era l’ultimo fallimento della mia vita.

(Franco Arminio, Cartoline dai morti)

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Fragmenta, 3

La pietra conserva il sonno dei morti.

C’è sempre una crepa

invisibile

nella dimora oscura dei suoi cristalli.

Lì cresce il sole
la lenta consunzione del cielo.

L’onda di luce che cumula buio a buio.

*

Parliamo

perché qualcuno colga nel suono delle parole
la semina d’ombre che l’aria

smossa

ammassa nel nostro sguardo.

*

Anche l’albero ricorda.

Quando costruisce reti di foglie
e impiglia il vento

per strappargli il colore della sete

che lo attende.

*

La parola è il respiro della terra

nella carne.