Ci sono andato più vicino

Dinamo Seligneri

Ci sono andato più vicino
(John Fante Festival edizione 2017, Torricella Peligna, Ch)

E così nemmeno quest’anno sono andato al John Fante festival!
Ogni anno è la stessa storia.. dico a tutti che ci vado, ci vado sicuro, cascasse il mondo ci vado… invece poi non ci vado.

È diventata quasi una barzelletta. C’è la gente che mi ferma per strada apposta, per farsi le risate.
“Ooooh guarda un po’ chi ci sta qua…  Dinamo! Ma ci vai quest’anno giù al John Fante festival?”
“Sì, ci vado”
“Bravo! poi mi racconti”
“Va bene, poi ti racconto”
“Sì, ci sentiamo”
“Ciao”
“Oh ma vacci scì…”
“Escì che ci vado scì… quest’anno viene pure la mia fidanzata”
“Ah allora è proprio una cosa ufficiale”
“Te l’ho detto”
“Vabbò, dài, allò ci risentiamo, ciao”
“Ciao”.

Il John Fante festival è un festival dedicato a John Fante. John Fante era uno scrittore italoamericano abbastanza conosciuto e apprezzato che scriveva racconti e romanzi molto belli che consiglio a tutti di leggere e rileggere a distanza di qualche anno.

Il festival a lui dedicato si svolge a Torricella Peligna, un paese roccioso che secondo Wikipedia conta 1371 abitanti e che si trova in provincia di Chieti, sulla strada per Castel di Sangro del miracolo calcistico Castel di Sangro (anno di grazia 1996), e non a Pratola Peligna, come ha detto a tutti, compresi i suoi genitori, la mia fidanzata, sparpagliando ai quattro venti che io domenica l’avrei portata a Pratola Peligna, al John Fante festival. Pratola Peligna invece, cercando meglio su internet, è uscito fuori che è un paese di 7.849 anime, nella provincia aquilana, e da quello che ne so io, il John Fante festival non ce lo fanno mai. Lo fanno sempre a Torricella Peligna, invece, il paese del babbo di Fante. Nicola Fante, detto Nick. Nick Molise (ché infatti il Molise sta lì vicino, praticamente alzando un po’ lo sguardo).

Il padre della mia fidanzata, che è uno che si informa sempre, ad un certo punto, così a bruciapelo, mi ha chiesto anche un po’ scorbutico mi ha chiesto “Ma tu dov’è che vuoi portare mia figlia, al festival a Pratola Peligna?”, forse temendo stessi architettando una fuitina o che so io, un rapimento in famiglia, e io gli ho risposto, “No no, ci mancherebbe, non ci andiamo più”.
“Ah, mi pareva” ha detto.

Non ci sono andato nemmeno quest’anno, quindi, non ce l’ho fatta… ma ci sono andato vicino, secondo me, ancora più vicino degli altri anni che sono rimasto a casa – perché, a pensarci bene, io anche rimanendo calmo… fermo… a casa, immobile nel letto come dentro una cassa da morto, distando il mio paese da Torricella Peligna appena un’ora e quarantacinque minuti secondo la viamichelin.it, anche rimanendo a piombo a casa insomma è come se io ci andassi vicino ogni anno al John Fante festival, lo lambissi, lo accarezzassi, anche solo come possibilità remota, risoluzione estemporanea; ma questa volta nella mia languida volontà di andarci mi sono proprio superato, ci sono andato ancora più vicino, visto che durante l’ultimo giorno del festival, domenica, sono andato a Pescara, che è più a sud rispetto a casa mia, e secondo la viamichelin.it è un’ora e venti di macchina da Torricella Peligna – venticinque minuti in meno!
Epperché, dice, sei andato a Pescara quando dovevi andare al Festival?
Ma perché a Pescara, allo stadio Adriatico, era di scena nelle meravigliose ore del sempre fresco pomeriggio pescarese el Clásico del centro-sud! il derby dal sapore anni Ottanta Pescara-Foggia, in un’annata nella quale tutta la serie B ha un po’ di quel sapore anni Ottanta (c’è addirittura la tognazziana Cremonese!). Risultato finale: 5 per il Pescara, 1 per lo sprecone Foggia; io portavo Foggia perché il Foggia, forse qualcuno di voi lo sa, è una squadra amabile sotto ogni punto di vista, a partire dalla collocazione geografica così disgraziata, nascosta tra Bari e Pescara, più brutta di Pescara, che ha portato molta gente che conosco a fare il soldato a Foggia e molta altra a fare l’università a Pescara (ed è per questo motivo come dire esotico, ovvero per il vantaggioso afflusso di foggiani e pugliesi in genere nella capitale abruzzese, che la cinica tifoseria del Pescara ha cantato per tutta la partita ai mille e passa foggiani, gli ha cantato, da curva a curva, o foggiano tu devi sapere perché tua sorella viene a studiare da me con la scusa dell’università ma tua sorella sai che fa perde la verginità); vieppiù amabile per via di quel bel verso svezzeggiativo allitterante che immeritatamente li riguarda il famigerato fugg Fogg no per Fogg ma pe’ li fuggian… e ancora amabile per il suo gagliardetto luciferino (doppio! un diavolo rosso un diavolo nero), e per la straordinaria galoppata zemaniana a suon di goleade e giocate corali memorabili, anche di marca russa con i grandi narratori Igor’ Kolyvanov e Igor’ Šalimov, e poi Signori, Baiano, Rambaudi, il compianto Franco Mancini tra i pali, agli inizi degli anni ’90, a cavallo tra una favolosa serie B e una incredibile serie A.

Io tenevo naturalmente per il Foggia domenica, mentre a un’ora e venti di macchina da lì, nel basso Abruzzo, impazzava il John Fante festival con concerti, incontri, passeggiate fantiane… e abbiamo pure perso. 5 a 1.

Ogni tanto, lo devo ammettere, davanti a quell’affastellarsi di reti biancoazzurre come frittelle unticce sul banco della pizza, mi veniva di piantare tutto e tutti e partire alla volta di Torricella Peligna (ero a solo un’ora e venti minuti di macchina!). Ma poi rimanevo un attimo a pensare, mi calmavo… restavo così, su due piedi… sul posto. E’ giusto, mi chiedevo, per uno che scribacchia come me, andare al John Fante festival? Che cosa cerca uno come te, che scribacchia, al John Fante festival? Hai letto i suoi libri? Li hai riletti? E non basta quello? Perché ti dovresti fare il pellegrinaggio in quel paese? Che cosa c’è di più di quello che puoi trovare nei suoi libri… Ma non riuscivo mai a darmi una risposta perché appena iniziavo a controbattere subito il Pescara faceva gol e io mi distraevo e dovevo ricominciare tutto da capo…

Dietro di me, allo stadio, c’erano tanti sostenitori pescaresi, con quel loro accento mezzo abruzzese mezzo napoletano che fa male alle orecchie e al cuore, ma che mi fa pure pensare che se uno cammina per Pescara, per una città brutta come Pescara (che è un brutto strano, un brutto che delle volte sembra pure bello, con tutte quelle caserme nuove che paiono cacate dall’alto, da un essere superiore che ha in testa – o nel culo? – un concetto di bellezza superiore che tu non puoi capire allo schizzo, ci vuole del tempo, ed infatti Pescara, che è brutta, piaceva a Pasolini e se devo dire il brutto di Pescara è un brutto che mi piace, che mi pare bello) delle volte, dicevo, passeggiando per le sue strade casermate, per i suoi ponti e le sopraelevate, ho la sensazione, rafforzata dal vociare di quella lingua mezzo abruzzese mezzo napoletana, quella lingua borbonica del nuovo millennio che le sta sopra come un ombrellone da mare, ho la sensazione di stare in una delle tante periferie della bellissima città di Napoli, una periferia fuori squadra, come se ci fosse un filo lungo che attraversa alcune regioni e unisce le periferie da Napoli, legandole con i lacci della lingua madre… è come se Napoli estendendosi negli spazi e nei secoli fosse arrivata a piantare le sue periferie fin sopra al collo dell’Abruzzo moderno, arrivando a seminare fino a Pescara nord, Montesilvano, Silvi marina, e a vedere come delle volte si atteggiano i pescaresi, come si danno delle grandi arie da cittadini del mondo, mi viene quasi voglia di usare quel verso allitterante che si dice all’orecchio dei foggiani fugg Fogg più per i pescaresi che per i foggiani: una sorta di fugg Pescar…, ma non avrebbe lo stesso effetto sonoro, e in più non mi significherebbe niente ugualmente, perché contro i pescaresi, se guardo bene, se guardo affondo, io non ho nulla, anzi, delle volte mi sono del tutto indifferenti o del tutto piacevoli, e non posso certamente scordare il loro vero fiore all’occhiello, il maestoso quartiere Rancitelli dove si può viaggiare ancora su vecchie carrozze e i suoi abitanti sono soliti lasciare i cavalli a riposare sul balcone di casa.

Il Foggia ha giocato bene domenica, forse meglio del Pescara, tanto che la squadra attualmente allenata da Zeman sembrava più l’eterno Foggia che il fuggitivo Pescara, ma alla fine contano i gol e ne ha fatti di più il Pescara, 5 contro 1, perciò tanto vale starsene zitti e mosca (ché mica puoi dire che ha giocato meglio una squadra che ha perso 5 a 1) e dare pertanto ragione al vittorioso Zeman riservandosi il silenzioso privilegio di rimanere scettici di fronte alla sua nuova creatura, non tanto per spirito di polemica (siamo scettici di natura) quanto per raggranellare qualche soldarello nelle prossime puntatine alla snai. Sconfitte biancoazzurre come se piovesse.

Ma col boemo non si può mai dire.

Dietro di noi, sui sedili azzurrognoli della tribuna laterale dello stadio, oltre al mare pescarese, c’erano anche due foggiani, con il loro sgarbato accento, un accento più da sud d’Abruzzo che da Puglia, o forse è il sud dell’Abruzzo o l’Abruzzo in genere che per mancanza di fantasia frega suoni a destra e a manca. I due foggiani, malgrado il vento contro della fortuna, si sono messi a parlare in maniera del tutto civile e cordiale con noi e con altri, riconoscendo pacificamente i meriti degli avversari, non bestemmiando mai nemmeno tra i denti (non c’era d’altronde niente di male), non facendo una grinza al secondo terzo quarto quinto gol (il primo siamo arrivati tardi ce lo siamo persi ma presumo siano rimasti composti nei loro seggiolini) ma non per paura di ritorsioni fisiche quanto per educazione della persona, per stoica eleganza pugliese mi verrebbe da dire; erano giusto un poco stizziti che la palla, più volte sorniona vicino alla linea della segnatura, non riuscisse mai, come per una stregoneria, ad entrare dentro, – un po’ come me con il John Fante festival -, fino a quando, allo scadere della partita, è arrivato il meritato gol della domenica, che per spirito di ridanciana compagnia con noi davanti, i due tifosi hanno finanche canzonato allegramente. Della serie: a’ce l’avimm fatt…
Ai gol pescaresi, con tutto lo stadio in piedi, non si sono alzati mai. Dignitosissimi nei loro vestiti estivi (uno portava un cappellino da marinaio).
Eravamo di certo più fastidiosi io e un amico nostro, totalmente avversi alla squadra delfina, che ad ogni gol dicevamo, ma questa è una rapina! esagerato! eh scì mò un altro gol! non se ne può più!
E strabuzzavamo gli occhi di continuo per capire se c’era stato davvero un gol o magari era un palo fuori o una carezza alla rete esterna, visto che non so se ci siete mai andati ma allo stadio Adriatico di Pescara la partita non si vede affatto, come dire, si intuisce, è un gioco di ombre e spostamenti d’aria, ogni tanto qualche tifoso che sta più vicino al campo esulta e allora tu capisci che la palla è entrata oppure il calciatore che ha segnato salta i cartelloni pubblicitari e viene sotto la curva o sotto la tribuna, ma non lo fa per gioire con i tifosi, lo fa per portare ai tifosi la notizia del gol, oh abbiamo segnato!, e allora i tifosi capiscono ed esultano, perché il Pescara ha fatto gol – se segnano gli avversari invece è più difficile portare il conto.

Ad ogni modo è andata così, dicevo, è andata vicino.
Debbo solo annotare che rispetto agli stadi più piccoli e cosiddetti di provincia, a Pescara manca quel nerbo, quel sangue vivace e diciamola tutta quel sangue fantiano che portano alla stadio gli anziani, i quali chi bestemmiando chi imprecando chi dibattendo chi parlando tra sé e sé ad alta voce chi esprimendo il meritato disincanto dell’età ulteriore, danno alla partita il vero commento o il miglior commento possibile di cui la partita necessiti, ennò quelle nefande telecronache che dobbiamo sorbirci guardando una partita in televisione che ad altro non mirano se non a sbilanciare i nostri occhi verso la visione che fa più gioco non so a quale sistema di finzioni collettive, visioni di cui non abbiamo in alcun modo bisogno perché vediamo già da noi quello che succede, senza inutili e fastidiose narrazioni nel mezzo.

Quando è poi ora di narrare davvero, si sa, si tirano tutti indietro.

A Pescara di vecchi con cui parlare ce n’erano pochi e quei pochi erano troppo attenti, troppo speranzosi, troppo tifosi… troppo ligi diremmo all’abito che lo stadio e le bandiere ti cuociono addosso e ciò, lo devo dire, mi ha particolarmente rattristato.
Io ormai vado a vedere le partite al Rubens Fadini, nel mio paese, confinato nelle serie becere del calcio meridionale, solo per sentire dal vivido le telecronache illuminate di Domenico o gli spilli critici di Cretone, vecchi avanzi rilucenti e disperati del formidabile Bar Fadini, per non parlare degli altri loro famigli, tra i più scamiciati e notevoli spiriti di quelle oscure sale da biliardo o di quei lucenti soli che si inchiodano al cielo sopra il nostro piccolo stadio all’inglese dove, a differenza dell’imponente Adriatico, i gol si vedono, come dire, anche prima che la palla entri in porta: e mi riferisco ai grandi disincantati Antonio, Mario, Ettore, Peppe, Cioffi, Almerigo… solo in modesta parte ormai morti o claudicanti per l’aldilà, in maggioranza ancora vivacchianti se non proprio in stato di grazia: chi famoso per la sua statura tozza e canina sempre in giro con un’ape ed un sordomuto, chi per le sue ingenuità, chi per la sua ignoranza o la sua possenza litigiosa, chi per la sua arguzia commerciale e le sue fregature (date e subite), chi per le sue doti di giocatore di teresina ecc ecc.

Tutti narratori esorbitanti del contingente calcistico. Distaccati, impavidi, increduli.
Come dei classici.

A Pescara invece c’erano in maggioranza giovani… la gioventù!… e tanti tanti tamarri, in canottiera larga come si portano – così mi dicono – in palestra, o con i tagli fatti alla moderna, tutto rasato ai lati e folto e ingellato al centro; poi c’erano un po’ di zoccole vecchie da stadio con i pantolancini corti di jeans, le vene varicose e il petto cascante tutto scoperto, e ho pensato che anche questo in fin dei conti era un po’ avvicinarmi al John Fante festival, o proprio direttamente al John Fante in carne ed ossa, il narratore più maledetto d’America, ché se leggiamo bene ciò che ha scritto, John Fante ha scritto di tanti tamarri, specie in gioventù, in età bandiniana, ma non solo; ha fatto parlare e muoversi tanta vita tamarra, nei suoi racconti e nei suoi romanzi, e ho pensato che ha fatto bene, ha dato voce alla gente che non parla mai, nei libri intendo, e sono tornato di nuovo a pensare, nel mio grigiore interiore, che mi dispiaceva non essere andato nemmeno quest’anno al John Fante festival, appena un’ora e venti di macchina, ché mi riprometto e dico ogni anno che ci vado, ma allo stringi stringi… non ci vado mai.

Poi, nonostante i due allunghevoli time-out, la partita è finita lo stesso, con il suono caldo e rassicurante del triplice fischio finale. Fiuu fiuu fiuuuuuuu.
Siamo usciti, lenti lenti.
Nei bar di fianco allo stadio c’era pieno di gente così. Tutti contenti. Un omino ci ha fatto vedere la sua maglia risalente alla serie C1 di parecchi anni fa, ci ha detto che era la più bella divisa del Pescara ma un mio amico che deve sempre dire il contrario gli ha detto No! non è vero! la più bella è quella dell’ultima serie B e l’ha detto in maniera così definitiva, inappellabile che il signore se n’è andato a casa un po’ amareggiato. Con la maglia della C1 tra le gambe.

Ripresa la macchina, siamo tornati verso la provincia di Teramo, lentissimi, con un traffico da periferia di Napoli, guardando sul cellulare i risultati dagli altri campi (un tempo li diceva direttamente l’altoparlante dello stadio).

Ecco che mi allontanavo ormai sempre più dal John Fante festival, fino ormai a salutarlo con la mano, dal lunotto posteriore, come fanno i bambini disperati da dentro la macchina dei genitori, quando per punizione sono riportati a casa, strappati a forza dai compagni del gioco.

Riuscirò ad andarci l’anno prossimo, mi chiedevo… anche solo un altro po’ più vicino?

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3 pensieri riguardo “Ci sono andato più vicino”

  1. Perché dovresti andarci al festival? Io non ci andrei mai, meglio leggersi i libri, se fosse stato ancora vivo non avrei voluto conoscerlo, gli scrittori a conoscerli ti perdi qualcosa, meglio a leggerli :-)

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