Last road blues

Lui si aggirava con una giacca scarlatta sporca di sperma
L’eccitazione gli si leggeva dalla faccia fino alle caviglie
Dagli stivali saliva l’odore di un destino
che aveva il colore di sfolgoranti vampate di diossina

Pellegrino Ramingo

 

Testo tratto dall’opera in fieri
Negazioni di luci e risorse di ombre

materiali per un libro su pollena trocchia
(scritto da uno nato e cresciuto a marcallo con casone)

 

Last road blues

 

La strada è una lingua di cenere tra i resti di un incendio
Pollena si allontana fluttuando nella commozione dei miei occhi
Frammenti di cessi e materassi sfondati formano una scia
di ombre cazzute che si fottono la magia di questo istante
Alla radio Jim Morrison ingurgita spore
cresciute tra gli escrementi del diluvio
Poi attacca il suo blues senza ritorno

Sono al volante sopra un ponte sospeso
e raccolgo stelle di polvere fuori e dentro di me
La campagna sottostante è una splendente fanghiglia
dove il futuro sguazza e rotola grugnendo
Tutto è possibile e se guardo verso il basso
creo fantasie con le labbra ancora vogliose
delle ultime lucciole che rincasano lente
E’ l’alba, sono sulla strada, sto volando
Le carezze elettriche dei Doors mi tengono sveglio
Il corpo della mia anima si immerge nel viaggio
La strada ora s’incurva tra linee e buche selvagge
La strada è dio padre, un nastro d’asfalto dissestato
a somiglianza delle sue creature
Ogni legame, ogni appiglio vacilla e svanisce
I miei piedi iniziano a ballare sui pedali
La mente alimenta l’euforia con il riverbero di mille echi

Mo’ m’arricordo, c’era un assassino sonnambulo
che ogni notte varcava la soglia dei miei sogni
Nevicava sempre in quei lunghi tormentati dormiveglia
Dint’ o vico i cumuli di munnezza arrivavano fino alle finestre
Lui si aggirava con una giacca scarlatta sporca di sperma
L’eccitazione gli si leggeva dalla faccia fino alle caviglie
Dagli stivali saliva l’odore di un destino
che aveva il colore di sfolgoranti vampate di diossina

Maronna mia aiùtace, piènzece tu!

M’arricordo che nella stanza accanto si udivano vagiti
Una raccontessina stava partorendo
l’ennesima leggendaria stronzata di lamenti e tedio
La sua spocchia, irresistibile magnete di recensioni roventi
costringeva il mio eroe omicida a strapparle la barba finta
e a dare la caccia alla figa dell’angelo
che solo a lui si ostinava a non concederla mai
(C’era anche un critico guardone nei paraggi
l’ho visto che si masturbava beato con il guanto
Dal suo unico occhio di pietra
scatarrava blandizie e bave senza regole, a comando)

L’assassino sonnambulo vummecàje ‘ncuollo a tutteddùje
poi spiccò il volo dai paesi sgarrupati del Vesuvio
fino alla fermata sotto assedio di Loreto
Il freddo di Milano gli apriva le viscere
da cui colavano sogni torrenziali
alla velocità di un canna di hascisc
che passa freneticamente di mano in mano
Quando arrivò nelle sue, aspirò profondamente
e mentre l’aria risaliva garrula dagli alvei polmonari
vide frotte di impiegati comunali
tutti connessi ad allisciarsi il profilo e l’amicizia
Il fumo che fuoriusciva a folate dalla sua bocca
sbarrò le porte di quei bordelli a schermo panoramico
che trasudavano umori di estenuanti pompini
consumati in orario di lavoro
Fu il governatore in persona che prese la decisione
di trasferirli in massa sulle sulle rive dell’Olona
e amputargli le mani prima dell’ultima immersione
I più fortunati furono gettati con la tastiera al collo
nella fogna a cielo aperto dei navigli

Raccolse le loro grida uno che scribacchiava senza parole
sui cartoni accatastati a un angolo della vecchia fiera
L’assassino, nudo, provò con lui le sue aeree piroette
avvolgendolo nell’abbraccio tiepido e sporco
del suo invisibile alato mantello
La sua danza era un paradiso senza redenzione
popolato di uomini di neve
di vittime crocifisse ai vagoni senza memoria della metro

Il clochard ballerino si levò leggero verso il cielo
e quella notte fece a pezzi la storia e il panettone
Con una bottiglia di barbera scadente nella mano
e mille bestemmie in turco sulle labbra
battezzò col suo nome dimenticato le strade del centro
Pisciò fuoco dall’alto sulle vetrine addobbate
e le case si accasciarono arse in quel fiume di urina
La città senza i suoi luminosi artigli
giaceva distesa come una carogna
consumata dal suo stesso vuoto
Dalla materia putrida fiorivano voci mai udite
Era il coro di un natale atteso invano da millenni

Forse è meglio spegnere la radio e accelerare
A Marcallo mi aspettano per l’ora di cena
insieme all’ospite che siede qui al mio fianco
Se la dorme alla grande
Di tanto in tanto allungo la mano sopra le sue spalle
Non avrei mai pensato che le sue piume fossero così morbide …

*

 

[Last road blues è tratto dalla sezione Canti natalizi e altre frattaglie.
Liberamente ispirato a San Juan de la Cruz le da un aventón a Neal Cassady / en la frontera entre el mito y el sueño di Mario Santiago Papasquiaro con qualche prestito testuale tradotto da Lalo Cura e Amalia De Lana.]

 

13 pensieri riguardo “Last road blues”

  1. In galera, altro che presidente. E in galera anche il cialtrone qua sopra che lo vuole eletto.
    Ma che porcherie che si vedono in giro spacciate per poesie. E la Szymborska, la Merini, la Spaziani? Secondo me manco le conoscete. Vergognatevi dell’esempio che date ai giovani.

  2. Cara Poly, zia di non si sa bene chi, qui non sono ammesse le offese personali, legga la netiquette. Alla prossima intemperanza saremo costretti a rigarle la macchina e a silenziarle le sirene.
    Ci saluti tanto la Szymborska, la Merini e la Spaziani. Visto che le conosce così bene, perché non prova ad andarle a trovare durante le prossime festività?

  3. Caro fratello Pellegrino, volevo ringraziarla, anche a Suo nome (me lo ha chiesto Lui in persona, poco fa), della splendida ballata natalizia che ha voluto regalarci. L’abbiamo molto apprezzata e non le nascondo che ci piacerebbe sentirla leggere da lei, magari la notte dell’Evento, se fosse da queste parti per quella Santa Ricorrenza. Ci sarebbe anche Lui, che dopo le funzioni di rito viene sempre a trovarci. Sarebbe felice, lo so, di darle la Sua benedizione.

    Lina Orso

  4. non mi è arrivato il senso del testo, mi sono persa nelle varie citazioni di quella Beat Generation che il “l’imbroglione” Bukowski non gradiva, sbadigliava forse, leggendo quei vari Ginsberg, Corso e Cassady che avevano iniziato così bene, ma che poi si erano fatti affascinare troppo dai vari palchi e microfoni… vorrei se possibile saperne un po’ di più di questa operazione a ritroso nel tempo… grazie

  5. cara ambra, una delle figure più tragicamente ridicole in cui è possibile imbattersi in rete, soprattutto quando si naviga nell’ambiente letterario (o presunto tale), è l’autore che spiega i suoi testi ai lettori e magari li redarguisce perché non hanno capito il suo genio

    la faccenda invece è molto più semplice ed è esattamente quello che dici tu, un testo o arriva o non arriva; se non arriva i casi sono due: o il testo, l’opera o quel che l’è, è irrisolto, manca di coerenza e roba simile, oppure non è quel che il lettore si aspettava, cioè risulta qualcosa di estraneo alle coordinate specifiche che il lettore, che in genere è quasi sempre un autore, si è costruito e pratica

    per quel che mi riguarda, ma esclusivamente come lettore, sono dello stesso parere di suor lina: si tratta di un canto natalizio

    buona serata

  6. Beh, che dire? hai ragione… è molto in voga di questi tempi anche la figura dell’autore che cerca di far bere le sue “visioni poetiche” (per dirla eufemisticamente) ad un ignaro lettore che ci casca pensando (come nel secondo caso che mi hai così bene segnalato): “ma sarà una genialata questa roba così avanti, talmente avanti che si torna in dietro nel tempo?”… insomma anche Van Gogh era incompreso e molto avanti, ma ti arrivavano pur sempre girasoli e notti stellate… ecco io preferirei “distorsioni” non “visioni”… ovviamente è un mio punto di vista… scambairsi punti di vista può servire… rimanere arroccati sulle proprie “visioni” che senso ha? :-)

  7. ambra, io non sono un autore, un poeta, e non ho nessuna intenzione di esserlo o di diventarlo, non ho visioni da proporre, anzi, non credo in nessun tipo di visione, celeste o terrestre che sia, così come non credo, en passant, che le stelle e i girasoli di van gogh siano stelle e girasoli

    provo a scribacchiare dei testi in versi di tanto in tanto (per mestiere scrivo tutt’altro) e l’abito che mi sento di indossare più volentieri quando ciò succede, oltre a quello parodico-satirico (che è una sorta di distorsione se vuoi, in primo luogo dei linguaggi poetici correnti e della loro iperfetazione cancerogena da social), è quello del costruttore di effimere gabbie paratestuali all’interno delle quali lo scritto in sé dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) acquisire e proporre quel senso (ammesso che ne abbia o debba averne per forza uno: personalmente non credo che questo sia un compito preminente del fare artistico) che non ti arrivava, come hai scritto nel primo commento

    senza quei riferimenti (il titolo del testo, la sua disposizione grafica, gli inserti in corsivo, le figure ricorrenti, l’estenuazione sonora o cromatica del contesto, il titolo dell’opera presunta da cui sarebbe tratto, il sottotitolo altrettanto presunto dell’opera stessa, la sezione, la fonte di ispirazione dichiarata) succede che l’operazione venga scambiata per un revival ingombrante della beat generation, cosa che è distante anni luce dalla mia intenzione (anche perché quel tipo di discorso poetico non mi ha mai detto niente di sostanziale e mi è quasi completamente estraneo: quindi nessuna fuga in avanti per ritrovarsi indietro nel tempo)

    però la cosa ha notevoli risvolti, se ci si pensa, perché significa che qualche elemento, nella costruzione e nell’assemblaggio dei materiali, non ha funzionato; oppure, eventualità ancora più probabile, e sicuramente positiva per me, quel tipo di costruzione conteneva anche quella determinata lettura, possibilità che è completamente sfuggita al controllo dell’autore ma non all’orecchio del lettore

    ma anche questa riflessione, alla resa dei conti, lascia il tempo che trova: in una prima stesura, il cui titolo era “mystical trash run”, il viaggiatore interstellare della tratta pollena-marcallo ascoltava una versione musicale ininterrotta di otto ore di “dark night of the soul” di loreena mckennitt ispirata ai testi di san juan de la cruz; la raccontessina lo era solo di notte, quando partoriva, di giorno faceva il poetessino; il critico di fiducia non si masturbava col guanto ma faceva ben altro; e, dulcis in fundo, era l’assassino-angelo/a ad eliminare uno ad uno gli impiegati comunali, non il governato/re: non sapremo mai cosa sarebbe arrivato all’orecchio del lettore, in particolare di quella finissima lettrice che è suor lina – e forse è meglio così

    (se non ti rispondo, non è per sottrarmi al dialogo e al confronto ma solo perché in questo periodo, per problemi di lavoro quotidiano, la rete, che già odio di per sé visceralmente, diventa un lusso che posso permettermi solo saltuariamente
    e poi: ma ‘sti disgraziati di gem(mi) non se n’erano andati definitivamente fuori dalle balle? e chi li ha autorizzati a pubblicare le mie cose che, diciamolo, mi hanno a suo tempo sottratto subdolamente?)

  8. Caro Pellegrino Ramingo (il nome vero? mia curiosità) non posso essere convinta che tu non sia un autore o poeta, so che ti sta stretta la parola usata e abusata ma è un significante come un altro per dire che sei un tizio che nei suoi ritagli di tempo (quando non ride, piange, lavora e scopa) ha voglia di scrivere… averne la voglia è già tanto a volte troppo, io ultimamente non ne ho molta voglia, ma tutto può cambiare è sempre successo così… la tua distorsione è arrivata come un revival (almeno a me) e non c’è niente di male, nessuno ci paga per farlo (o no?) quindi possiamo fregarcene generalmente… io particolarmente no perché avrei potuto fare altro in quei minuti in cui scrivevo… chessò potevo mangiarmi un pacchetto di patatine di fronte la tv, lì mi arrivano così tante parole senza senso se voglio ascoltarle! Sono belle le cose che sfuggono “al tizio che scrive” ma mi piacciono anche quelle che sono perfettamente premeditate! :-)

    1. alla prossima Sig. Ramingo che Pellegrina, e meno male che non siamo “professionisti”… altrimenti dovrebbero pagarci per la “prestazione”, noi invece seguiamo il vecchio motto: peace & love aggratis!!! ;-)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.