Resurrezione annunciata

Ma poi, esiston davvero codesti fatti? Era forse, e più semplicemente, l’omonima, anonima “casa”? O non più tosto “la vasta, infinita casa deserta, dove tutti possono trovare amica accoglienza”?

Giovanni Campi

iperbolica, cronica cronachetta
d’una resurrezione annunciata

“La voce è spenta. Una goccia. Una porta. Un vento disperde una polvere di rantoli e strida. Ascolta: può essere che la notte abbia una fine? Che tu venga assolto da questo tuo acquattarti, esentato dal diniego, che la mappa delle voci venga dichiarata illegale, e dolcemente, fermamente sottratta alla acuzie delle tue mani? Può essere. Io dovrei parlarti, io nonvoce, della lacerazione della notte, e della progettazione dell’alba, del barlume. Scinde il silenzio un grande, nobile stridore. Questo ora vorresti sapere, vero? Che è mai questo frastuono? Questo subito fragore, quale mai hai udito? Questo urlare della notte, scheggiata in una moltitudine di notti, perle, gocce di notte? Che è questo rombo, farnetico, frastuono, quale rissa governa il mondo, dilata lo spazio? E che vuoi che sia questo discanto, questo bailamme, questo stridore e fracasso, questo sibilo dell’aria, questo brivido sonoro? E che vuoi che sia, mio caro nottambulo, mio sedentario delle tenebre, se non questo, questo appunto – la resurrezione dei morti?” (Giorgio Manganelli, Rumori o Voci)

a giorgio manganelli e alla diletta lietta

Fingendomi il di lui “caro noctambulo”(1), come se non stesse parlando di sé a sé, come se stesse parlandomi la sua “nonvoce”(2), e quanto mi parli dio solo sa, esistente o nonesistente, quest’iddio, e minuto maiuscolo o immane minuscolo che pur sia; inverandomi dunque noctambulo frequentator di làtebre e tènebre, di “cubi”(3) e cubitoli, di cune cunei e cunicoli, e di tane sottane e sovrane, – qual per altro mi par d’essere in la mitobiografata malora ostica che fesso professo, – mi farò attraversare d’un cibo ambrosio, me inetto incapace e a che che sia netto il nèttare e a nettàre me stesso da lorde lordure, per l’intanto avendomi di già iniettato, di tra l’inaridita vena mia impoetica, un po’ di “propedeutico imetto bonomelli”(4), dall’”occhialuta nonna”(5) preparatomi alla bisogna, perché sì, sceverando di tra gli archivj dei cronicarj, che m’hanno inutilmente ospitato, risultai positivo al “GRANDE NO”(6), e dunque contagiato e contagioso – irrimediabilmente – dal e del “riso”(7), – “risibile, risibile”(8) trovata, questa, come a venire d’un trovatello, e rimasto “orfano sannita”(9) prima del tempo, e da allora per sempre, – e però, al contempo contagiato e contagioso – definitivamente – dal e del “pianto”(10), come d’ogni tragedia da ridursi in farsa, la qual cosa è ora mai gran tempo, diciamo da flaubert in poi, che avviene: avviene questa mescolanza d’eraclitante e democritante insieme, e non a caso ci si cita qui, con la dovizia dell’inesattezza, il leopardi, nel quale son (di Lei?) l’uniche nostre speranze, e matte e disperate come i suoi studj. A soccorrermi per ciò, d’ogni pseudo-psico-“pathologia”(11) cotidiana e non “universa”(12), questo filtro, oh! ma non magico né alchemico, niente pozioni né elisir di lungavita, niente dotti dottori – di dio o di io – né ciarlieri ciarlatani: questo filtro dal fiore di tutto punto di bianco vestito, da non confondersi per carità del diavolo con quello democristiano, questo filtro in somma valeva a placarmi l’inqujetudine dell’animo e dell’anima, del cerebello e del “cerebructum”(13), delle mani e dei mani: questo filtro, ancora, forse ad inqujetarmi del di troppo esser placato. E quei mani, quegli ultimi detti, dèi del focolar domestico, dèi fuorimoda, non suggeriscono forse d’un lato, sebbene traslato e com’andato via per la tangente, l’”ecpirosi”(14) cui tutti si tende, e dall’altro quel trompe l’oeil della casa geppettesca, quel camino finto, dal fuoco finto, con cui fintamente bolle la pentola – ma cosa in essa dià di bollito e ribollita non si saprà mai, – e con cui fintamente si scalda pinocchio? E davvero tanto si scalda le mani dai mani da ritrovarsele bruciacchiate, ridotte in “cenere”(15). O forse erano i piedi? O forse non era in quella casa che avvenne il fatto? Ma poi, esiston davvero codesti fatti? Era forse, e più semplicemente, l’omonima, anonima “casa”(16)? O non più tosto “la vasta, infinita casa deserta, dove tutti possono trovare amica accoglienza”(17)? Era dunque “altrove”(18)? L’avrete di già capito: qui regna il “disordine delle favole”(19), qui mischiansi le carte in favola, a saltapicchio si “salta di palo in frasca”(20), si divaga per divagarsi un po’; non prestate dunque fede a chi degno di fede non è né fededegno interprete di chi che sia: “mostrarsi degno”(21) poi, e a ché? Siate in malafede, piuttosto: non è forse la “letteratura raccolta e salda nella sua mitologica provocazione, la malafede”(22)? Qui c’è solo una funzione che disfunziona, qui c’è solo una volontà che disvuole, qui c’è solo un sentire che dissente, che dissente dal sentire comune, che cerca d’esser comune a chi e cosa son fuori dal comune, che tenta a tentoni, povero guitto guittoniano bisticciante stenterello dal naso pinocchiesco o shandyano, di “comunicare con i morti”(23), come se non fossero tali, e non lo sono, son viceversa quali e quanti, sono i quali e quanti di quell’allegrezza, sono coloro che nutricano solo ciò che li rallegra, sono coloro che della loro “vitalità”(24) ci rallegrano. “Naturalmente mento”(25), ma “quale mirabile menzogna”(26)! Ride la carta, ride la lettera, “la letteratura ride”(27): ride la letteratura tutta. Raguniamo allora in adunata ogni adynaton, il cui assemplo principe contiene tra l’altro quel refuso adottato oramai da tutti: ma che importa che non sia il cammello a passar nella cruna sibbene la gomena? Non abbiamo d’attraccar a nessun porto, noi si va per “angiporti”(28) portati da angeli, per cave caverne, per miti d’esse e mitobiografie, per codici e codicilli, per note e noterelle, per “notti e moltitudini di notte, e schegge, schegge di notte”(29) come impazzite, come alla rinfusa: queste “perle e gocce”(30), queste gocce d’inchiostro a formar di “parole morte”(31) in “morta gora”(32) talune lune, per esempio, sebbene inesemplare al tutto – “e seppi che io ero la luna”(33) – e come esemplare al nulla; o queste perle d’inchiostro a formar di parole come infilate in un “filo rotto di perle”(34) rotolanti e ruinanti, pericliti e precipiti “per ognidove”(35) e per ogniquando, che “penetrino nel nulla“(36). “Conciossiacosaché”(37) s’inchiostrino, codeste parole, per “terre cimmerie”(38), così, per fingersi amante della scolastica e della scolastica citazion quadratica; noi si va per vie e viuzze, per vicoli ciechi e retti, ma non “rettifichiamo gli errori”(39), erriamo piuttosto errabondi noctambuli e lunamboli, né “correggiamo i refusi”(40), scomponiamo e ricomponiamo le parole, a scarti e intarsj, che quella cruna diventi “la cuna e lacuna”(41) insieme. Dunque, “sbagliamo pure le citazioni”(42), e “ragionevolmente folli”(43) e follemente ragionevoli siamo pur impuri, e folli impuri, e per ciò intestinizziamoci, trangugiando mastichj e rimastichj, glosse deglutendo, e di chiose e di “chiose di chiose”(44) facendone bolo e boli, e “hyperipotesi”(45) d’iperboli, e poi oltre, gli “dèi ulteriori”(46) uccidendo a ché s’edifichi l’acattedrattica cattedrale d’una “pseudoteologia”(47) di dominj e domini le cui tessere tessere d’una labirintica tela di ragna, la “teomerda”(48) infine evacuando, in un secreto prosar escreto, d’una è vacu’azione analphabetica: una delle mie “laboriose inetie”(49), come questa, ché io, “io non sono teologo”(50).

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Note

(1) Rumori o Voci
(2) Ivi
(3) Nel cubo
(4) Hilarotragoedia
(5) Ivi
(6) Ivi
(7) Discorso dell’ombra e dello stemma
(8) Pinocchio: un libro parallelo
(9) Lunario dell’orfano sannita
(10) Discorso dell’ombra e dello stemma
(11) Discorso sull’invenzione di una patologia universale
(12) Ivi
(13) Discorso dell’ombra e dello stemma
(14) La palude definitiva
(15) Pinocchio: un libro parallelo
(16) Casa
(17) Discorso dell’ombra e dello stemma
(18) Ivi
(19) Hilarotragoedia
(20) Encomio del tiranno
(21) Dal disonore
(22) La letteratura come menzogna
(23) Discorso sulla difficoltà di comunicare con i morti
(24) Discorso dell’ombra e dello stemma
(25) Ivi
(26) Simulazioni Nottambuli
(27) Discorso dell’ombra e dello stemma
(28) Hilarotragoedia
(29) Rumori o Voci
(30) Ivi
(31) Pinocchio: un libro parallelo
(32) La palude definitiva
(33) Dall’inferno
(34) Parole sbriciolate
(35) Ivi
(36) Simulazioni
(37) Monsignor della Casa
(38) Nottambuli
(39) Discorso dell’ombra e dello stemma
(40) Ivi
(41) Ivi (o forse altrove)
(42) Ivi
(43) Quaderni
(44) Nuovo commento
(45) Hyperipotesi
(46) Agli dèi ulteriori
(47) La letteratura come menzogna
(48) Hilarotragoedia
(49) Laboriose inezie
(50) Pinocchio: un libro parallelo (ma non ne son certo)
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