Racconto d’inverno

Una rosa, in pieno inverno,
è un caso, una distrazione del nulla.

Racconto d’inverno

(Tratto da:
Icone del migrare, IV, 1998-2002)

 

Le don, inattendu, d’un arbre éclairé
par le soleil bas de la fin de l’automne;
comme quand une bougie est allumée
dans une chambre qui s’assombrit.

Philippe Jaccottet

 

Oltrefragore di armonie illeggibili: un papavero svetta di fiamme sopra accimate messi di silenzio. Brucia di oscura vertigine. Trapassa nel numero dei corpi che la terra offre in voto al gelo.

dimora della
neve,
soglia in
attesa
del silenzio,
e un lume
arreso
a vastità di fiamma
si àncora
nell’incendio,
di guardia al
vivo in
canto
delle ceneri

 

*

 

Musica di millenni nella calura assente della notte. Riverberi sonori di semi in attesa in quell’inudibile chiarità che si muove a rovescio dei nostri occhi. Altri mondi l’alba non attende. Aperta in specchi d’ombra, partorisce sillabe di neve.

fiumi taciuti
nell’occhio bambino
che disegna voli
intorno a mute
propaggini di salice,
un’avida luna
spianata dalle piogge in
disperate luci
senza prospettiva,
poi, di tanto
il sogno
ruminato in marmi,
in sabbie
disseccate da orme
di animale,
si rassetta a un
favoloso spreco, a
lampi di zodiaco,
presagio di
margini innevati,
di un’etica
invernale

 

*

 

Una rosa, in pieno inverno, è un caso, una distrazione del nulla. Luce che si dilata, per un giorno, in un grumo di presenze. Un ordine primordiale, ricomposto. La terra che parla la sua voce più antica a disperazione della morte.

al tempo,
contratto, che
il seme
brucia per
esplodere alla
luce, intima
emozionale
tensione a
tracimare dalle
dimore della
morte

l’attesa si
fa ascolto,
lampo
prodigioso di
eventi:
tutta
l’eternità
disfatta, in
lacrimale
creaturale sale
di uno sguardo
che muta
pelle in
suono

 

*

 

Passi di luce fioriti come ali sul ciglio di strade lastricate. Il buio è una sorgente spenta dove il vento accumula disseccate profezie di pollini.

brace di rami
in circolo, il freddo
mastica le foglie,
paziente
passione dell’inverno:
distante,
lo immagini
rannicchiato in fumo, in
gusci di cenere, che
a stento s’inalbera
in spicchi di piovasco e
cresce, ferito da
inattese
dissolvenze, nel
respiro di consumate
tele, di naufraghe
icone
d’alba

 

*

 

Pietre. Dimore di luci e di memorie. Il muschio ha colori di tramonto: ricordo che riaffiora, lume che nel ricordo si cancella.

febbri contratte
per respiro di anse
verbali, lo sguardo in
natura di pronome
apprende il rivo
del suo inerte
miraggio, irragionevole
figura delle cose
in un libro che
l’immobilità del tempo
non intende
se non nell’atto del
suo precipitare
in corpi d’ombra,
memorie riflesse
di equilibrio

 

*

 

Respira, la fiamma che piaga il volto delle ombre. La sua luce è sostanza di occhi resi muti.

privo d’ali, il lontano
smagrito di sostanze
recita sapienze di
luci verticali e guizzi
d’occhi, se appena
lo descrivi quando
feconda al naufrago
isole di pioggia,
immagini di specchio
e sulla fronte,
frammento d’uragano,
il grido che
si è fatto notte,
spasmo dell’acqua e
della riva, albero
fulminato su
labbra di sorgente

 

*

 

Uno stormo in volo: frammenti di sorte sospesi nell’aria. Voci disseccate dal cielo in pozze di deserto. Che furono ali, foglie, sostanza di parole per nominare il mondo nell’abbandono senza echi delle notti.

un dove di trasparenze,
di lune postume
senza confini di cielo,
riappare che non è
acqua dimenticata
al fondo di
caligini sabbiose,
ai margini di parole
annottate in nomi,
in vuote processioni
d’inchiostro, ma
non fu il suono
ad inventare fiumi
dentro l’ombra
o presagi d’autunno nelle
aurore di un rovo
che si tace, né
l’impassibile eco
dipinta sulle pietre
in lettere di ormeggio,
se l’approdo nega,
e annega, più leggera
vela in uno stagno

 

*

 

Mani di un comune passato. Fragili pagine di sabbia nel libro bruciato dal sole di ieri. Le linee incise nel palmo sono solchi da cui germoglia l’inverno. Il rovo innevato di parole.

filamenti di neve
sulla strada
dove un respiro
d’albero
impietrito
è dimora
illusa di voci,
difforme occhio in
rivoli di
mondo

l’inverno corre solchi
argini, nidi,
mattini coagulati in
gelo, acrobata
su lampade di
cattedrali, architetture
cristalline, insanie,
lacere luci in
fiorenti nuvole di
improvvisa attesa

 

*

 

Isole mimetiche nel taglio inquieto delle nuvole. Sotto, l’erba sussurra in voci di marea. S’accorda col respiro fossile del sole.

luci disincarnate in
vestiari di parole,
l’onda dei grani
è un lampo
immobile
su gronde
di stagioni:

di immagini
si accende,
arde, il sommerso
fronte di
sillabe di vela,
rifluiti tropici
di voci, già
svaporate
stelle di
ponente

4 pensieri riguardo “Racconto d’inverno”

  1. Salvare il mistero e la trascendenza dell’essere in un’architettura simbolica che trasfigura penombra e patos dell’esilio nell’attesa che torni a rivelarsi il divino le cui tracce sono qui mutate nell’incanto di musica e sogno. M’inchino e ringrazio.

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