La balena

Disperata, la balena, si spiaggia nei cimiteri
giusto per scoprire che le lapidi, comprate
all’ingrosso, ignorano i nomi, recitano tutte

qui | giace il fabbro | della propria Fortuna.
Ogni giorno, come un papa tedesco, in scarpe rosse,
tu ed io camminiamo dentro al sangue dei vivi.

Federico Zuliani

 

La balena

 

Piange la balena di Giona, per gli ebrei
di Cracovia, per i cristiani di Siria,
sconfitta e umiliata s’affanna

frugando i rifugi nei sottoscala
i doppi fondi dentro ai cassoni
ma non vi è segno dei vivi, in Rama (in Raqqa).

Eppure, altrove, la morte s’è vista costretta
a unirsi in joint-venture col tempo, e ci
prende per sfinimento, respiro

sfilato a respiro. Ancora cinque minuti,
poi giuro che vengo. La Dea con le occhiaie,
a Occidente, diversifica i rischi, li sub-

appalta alle estati, torride, allo sdrucciolare
improvviso, dei tappetini. O, ancora, s’affida
al cancro che nasce nel fumare una pianta o

nel logorio di chi passa troppo tempo seduto.
Nel mare, ovunque provi a girarsi, la balena,
ode solo, nuove strida di tonnara.

Piange del resto anche mia madre, nel letto,
fiaccata dal mio fallimento, per tutti i
dolori, che le ho provocato. Non ci saranno

nipoti, weekend in collina. Soprattutto
s’angustia per un figlio che ha solo tradito
le promesse avite, la legge dei padri. (A casa nostra

gli uomini servono Dio, le donne gli uomini
che attendono al Tempio. Noi figli di Levi giusto scegliamo
se officiarvi in dalmatica o in ermellino).

Ed è una mulattiera infinita di balze
questo mare nero e del color del vino.
Vi è chi lo percorre in tratturi, chi s’illude

d’attraversarlo saldo in groppa a un delfino.
Oggi si allineano i loro morti distesi in lunga
interminabile fila. Domani, forse, torneranno

i nostri ad affollarne i sentieri. Anzi ci
piace ripeterci che ci siamo già stati
(c’è pure chi afferma: oramai, ci risiamo)

perché l’uomo è uno e di tutti è il dolore – dolce
è la guerra agl’imperiti, comprensibile la disperazione
a chi mai, ne ha saggiato la sferza – quasi

fossimo un unico popolo che ignora
nazione, una sola umanità rimasta impigliata
nello strascico delle reti di una Storia altrui.

Pro aris et focis, per le case e gli altari, per le
lingue (granate senza sicura lasciate inesplose) e per gl’alfabeti,
per chi è già stato e per chi deve venire.

Per la balena, le nazioni sono agli occhi suoi
come la polvere minuta sulle bilance, Ella
le valuta meno che niente, una vanità.

Ma noi, illuminati e retrogradi, senza
eccezioni – desiderosi solo di svegliarci
quietati – ci ostiniamo a non ammettere

l’ineluttabile in cui c’hanno educato E l’unica differenza
tra gli uni e gli altri è che, noi, proclamati diversi,
giulivi direttori d’orchestre di fughe festive,

atleti trionfanti nelle saune coperte,
sdegnosi rigettatori d’onorificenze e bandiere
– ma felici girovaghi dai passaporti sicuri –

non abbiamo ancora trovato il tempo
di tracciare la linea d’aratro su cui
si ergeranno, inevitabilmente, le mura, e i nostri

torrioni, le imprendibili porte di Ilio novella.
Litigiosi e arroganti attendiamo, confusi, alle tende
un fotografo, che di noi faccia un catalogo degno.

Ma, la notte, chi più, più chi meno senza accorgersene,
già scaviamo in buon ordine i terrapieni,
deponiamo le mine all’ingresso dei porti.

Per le staminali, e per i voli low cost, per
uscire, questa sera, sicuri, in allegra brigata,
per la libertà delle donne e per la poligamia.

Disperata, la balena, si spiaggia nei cimiteri
giusto per scoprire che le lapidi, comprate
all’ingrosso, ignorano i nomi, recitano tutte

qui | giace il fabbro | della propria Fortuna.
Ogni giorno, come un papa tedesco, in scarpe rosse,
tu ed io camminiamo dentro al sangue dei vivi.

Ma in realtà non c’è tra noi due chi non sia
un liberale di Weimar che, nel ’35, debba ancora imparare
chi chiamare ebrei. Per noialtri, reduci ignari

di antichi naufragi, – gioitene! – già s’apparecchia
una sagra festosa di roghi fatui a fine estate,
di piccoli orgogli, finalmente appagati.

Verrà così il tempo in cui dare sfogo
alle nostre infantili pietose paure, alle convinzioni
apprese nei catechismi di stato. E allora,

distratti nella torre di guardia, a scrutare in affanno
il mare non nostro, neanche ci accorgeremo
quando, in sicura combutta, mariti e cugini

– rinnovati guardiani della favola bella –
muoveranno ancora una volta
il limes, giusto quei pochi metri, sufficienti,

a fare di ciò che riteniamo più sacro (e per cui
abbiamo mentito e compromesso l’onore)
una Legge alinea e un Dio straniero.

Scaviamo, e se già non lo facciamo, presto,
pregheremo. Invocheremo la pietà
che fa ordinare ai generali vittoriosi di

fermare il saccheggio; il permesso di indossare
sul petto una stella. Arrivare a domani è
l’unica cosa che conta. Sarò il vostro schiavo!

Fateci, vi supplichiamo, pagare una tassa.
Non c’è occupazione a cui siamo preclusi:
spaliamo la cenere; caviamo anche i denti.

Solo i preti possono credere davvero
che un Dio onnipotente abbia tempo e pazienza
per ogni angolo di questa terra; che assista

la puerpera, che dia forza allo storpio. Dio,
del resto, non è una balena, non ha bisogno di cercare
nel mare, il dolore; conosce ogni pozza,

in cui riaffiora. Se quel Dio esiste, ieri, ha preso casa
a Dachau, a Lodz, a Gargaro, e poi in quel di Srebrenica, e
oggi, s’è affrettato a inurbarsi a Mosul,

o in un condominio sventrato nel centro
d’Aleppo. E se invece è rimasto nei cieli
questi sono gli unici luoghi, dove poggia il suo sguardo,

e per i quali si interroga se morire anch’a’mò.
E così, per ora, per la gioia di fantesche
e consorti, non c’è Dio che venga a abitare a Milano

o a Berlino. Per ora, c’è il tempo e il modo
per farsi una foto, per dissociarsi via mail
da un appello al ministro. Mentre teniamo la posa,

sulla spiaggia è sempre lo stesso mattino,
passata la veglia. Lasciate le ceste, deposti
i penati, questa gente in cammino si consegna

ai marosi, si abbandona cosciente a gorghi, furenti,
ai flutti impetuosi. Al saperlo ci assale la rabbia
di chi non riesce a capire. Forse, forse, che

tutto questo orrore d’Egitto val bene anche
una morte per acqua (il bacio del sale
quando si aspetta un po’ d’aria). Eppure

ci sfugge il senso di questo ininterrotto suicidio;
vorremmo, no, basterebbe, intuire, il perché
o il percome, di un passo allungato su

un gradino, ceduto da tempo. Magari, si sono
ritratte le onde? Magari che, un capraio ha indicato
un viottolo stretto, intonso alla schiuma?

Sicuro è che, ogni giorno, sulle pagine web,
con orrore, scopro che, ancora una volta, non
si è chiuso il mare sul faraone; tantomeno ha

inghiottito, cavallo e cavaliere. Guardo
le immagini, sfoglio e risfoglio gli
editoriali. Basito e furente, ne leggo, mentre

come da comando, stringo salde le briglia
ai piedi del carro. Assolto dal caso, vivo
immerso nel sangue, sino alle scapole.

 

***

 

__________________________
Questo post fu preparato da Mario Santoro nel marzo scorso. Per motivi imponderabili non è stato possibile proporlo finora.
Ritengo giusto pubblicarlo proprio oggi in primo luogo perché possa giungere all’autore, ovunque si trovi, il più affettuoso saluto e l’augurio di ogni bene.
Ritengo giusto pubblicarlo perché anche altri lettori possano avvicinare una scrittura che, per quello che mi riguarda, ha pochi termini di confronto nell’attuale panorama poetico, sempre più caratterizzato da opere fotocopia farcite di buoni sentimenti a costo zero e frasette politicamente corrette che non fanno il solletico nemmeno a chi le scrive.
Ritengo giusto pubblicarlo nella speranza che esista ancora qualche editore capace di guardare con attenzione oltre i confini confortevoli delle sue mura perimetrali e che voglia dare veste cartacea agli inediti di chi ha già saputo offrirci, con “Travelling South”, uno dei pochissimi libri memorabili degli ultimi dieci anni.
fm
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3 pensieri riguardo “La balena”

  1. Solo in questi giorni ho scoperto questo post e vorrei far giungere i miei ringraziamenti più sentiti ai lettori e a Mario Santoro.

    Un grazie incommensurabile è quello che devo invece a Francesco Marotta.

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