L’arte che ci perdona del sapere

Francesco Marotta

L’arte che ci perdona del sapere

Tratto da:
Da un’eternità passeggera
(1996-2003, inedito)

 


più chiare nascite
senza memoria di parole
nella voce,
profili
in trame di muschi
cresciuti nel grembo caldo
della luce –
dove
la pelle è un paesaggio
che si apre
a mani da semina
e consiste, limpido,
nell’oblio di polvere
del futuro

(viste dall’alto,
da un prima di distanze,
versando dentro i calici
l’arte che ci perdona
del sapere)

 

*

 


                          sul labbro
                          sente le sillabe
                          intrecciare favole di nebbia,
                          geografie di resina e
                          notti immaginarie
                          tradotte al guado di
                          lampade profonde: –

                          la lingua assorbe tempo
                          dai pori del respiro,
                          l’infanzia
                          fa cenni di luce
                          da cieli di rimpianto
                          che ora svaniscono, ora
                          si impigliano alle fronde,
                          nel grido di chi sbaglia strada
                          e senza il dono dell’orma
                          va nel giorno

 

*

 


ieri
gravido di lune franate
nell’abisso
salino
di un grido –
al laccio un viola
d’ombre di crepuscolo,
negli occhi
la rotta dolente
di vele sopra mari
inesplorati: –

non altro si annuncia
in questo lento fluire
di spazi
arresi a regole d’azzardo,
solo vorticose cadute
di saggezza
nella quiete che scolora
insieme al liquido bruciato
di una bottiglia vuota –
costellazione
imprevista
di petali, silenzi
fermentati
dagli umori densi
del sangue delle rose

 

*

 


                          così risalgono parole
                          dove fa luce la pena
                          di sostanze in tacita
                          pelle d’ombra –
                          è luce
                          il non detto che lontana
                          in disperate finzioni,
                          allegorie di veglia,
                          fragili tracce
                          immiserite
                          sopra margini di fiamma,
                          in tutto simili
                          a un ritrarsi d’ala
                          davanti al picco
                          che domina
                          franate radure del linguaggio

 

*

 


incoerente rotta nell’azzurro
disegnata dall’ultimo volo,
dalle pupille di una rondine
in rallegrati lumi
invernali –
quando lo sguardo
cede all’incanto
di quel lampo compiuto
da sciami di cielo e
la notte frana come un porto
all’inarcarsi di onde
millenarie, poi
lacrima nell’erba nevi
elementari, argille d’isola
per modellare transiti
di epoche: –

si muore
nella calma di uno stelo
reciso dal gelo,
col passo che profonda sete
in ripetute lettere del sonno,
un breve sorso
alla ferita immobile
del sole

 

*

 


                          indicibile senso
                          di impuri,
                          insanabili alfabeti
                          per quanti segni vibrano
                          nell’oscura nobiltà dei morti
                          e prendono voci di steli
                          inebriati dal respiro
                          della falce – reciso
                          accordo di ostinate forme,
                          solo lo sguardo intatto,
                          non indurito da
                          battesimi di luce,
                          un fuoriuscire dall’atlante
                          di rituali paesaggi,
                          oasi che gravano
                          di desideri l’occhio,
                          gigli accesi in troppo labili
                          calici di mente

 

*

 


estasi annunciate
dal ritorno di ali recluse
tra orizzonti di vertigine,
in quel volo radente
che, sul nascere,
a nessuno germoglia
cristalli contro il fuoco,
ma rose aguzze
che
nel chiarore
cercano accordi con la spina: –

le senti rosseggiare,
crepitanti
resine d’inchiostro,
assomigliarsi agli astri
sfiniti tra rigagnoli di mura,
al tempo che si estenua
nel lievito di un grido,
a questa dura pace
dell’aria che regna
nel guardare

 

*

 


                          cardini del cielo
                          in fondali di specchio,
                          echi del vivere
                          in corpi fasciati d’acque
                          nel cono illuminato
                          dell’appena, quasi
                          una bruma
                          misericordiosa
                          che bussa alle palpebre
                          e ricopre, tra
                          nevicate di foglie,
                          parole miniate
                          con gli inchiostri delle cime: –

                          quanto riemerge al giorno
                          è colore sbiancato
                          di segni, la mano
                          che inquadra l’ombra
                          in brevi metamorfosi
                          di luce – fragili,
                          irripetibili
                          trasparenze d’altrove

 

*

 


vanescenti cerchi
in stagni illusori di eventi –
tutto trascorre
limpido
allo sguardo
tranne una pietra
covata in chimiche
stagioni d’iride, scagliata
tra le onde dei giorni
a naufragare la fitta
autunnale
che ricuce l’anima di tele,
come un ragno: –

arcipelaghi
frementi di alghe
per quanti istanti
la morte cede ai sensi
azzurrati di piovasco –
in trame di segni
intraducibili
fiorisce sulla pelle
mappe d’acque immobili,
silenzi di ninfee

 

*

 


                          maree incantate
                          da rive inaccessibili –
                          sporge da un grido d’acque,
                          tra filamenti d’isola,
                          come un lume
                          covato nei fondali,
                          il dio dagli occhi a stella
                          che emerge nel tramonto
                          confuso dentro orme
                          verdeluce: –

                          il suo volto
                          si mostra allo sbarco
                          terra di tormentate lune
                          che nel timore difende
                          l’oro dei suoi deserti,
                          e per necessità,
                          di dubbio in dubbio,
                          appronta il diario
                          dei suoi disvelamenti –
                          ventoso diario di parole,
                          sbiadita rassegna
                          di immagini
                          d’assenza

 

*

 


alberi sedotti
da luci segrete di pietre
e solitarie stelle
di ponente –
alberi grondanti fuochi
di passione, gravidi
di foglie in lenta fila
al controllo delle parche,
naturali epifanie
di finitudine
in segnali di chiome,
di terragni voli: –

alberi –
nella notte
rischiarata da un bagliore,
respiri di occhi
arresi
alla voce srotolata
delle acque – al dire
che alimenta
il desiderio inspiegabile
del seme

 

*

 


                          vegliano i giorni
                          la stele irrivelata dei canti,
                          reliquiario di pensieri
                          spesi in muta grazia
                          e trapassati, ombra
                          dopo ombra,
                          al sonno delle sabbie,
                          indecifrabili
                          come lacrime sognate
                          da respiri ardenti d’oasi –
                          pagine di fiume
                          dove il senso emerge
                          in labili segnali di corrente
                          cancellati dall’aurora,
                          un’altra resa,
                          una rosa di silenzi
                          unica nel suo alfabeto
                          senza requie: –

                          di tante voci
                          gridate sull’orlo dell’abisso
                          solo la sete dura,
                          accampata
                          sulle labbra di stelle
                          incapaci d’occhi,
                          dismesse
                          radure dell’eterno

 

*

 


il segno dice della parola
quello che non è più,
il non ancora –
come una palpebra
abbassata
sull’orizzonte del foglio,
sotto cieli grondanti
della stessa attesa,
fa corpo da sempre
col vuoto
che si lascia alle spalle,
col vuoto che annuncia: –

tacere in ascolto
è il suo volto segreto,
un candelabro semprevivo
sulla spuma d’astro
della parola ritrovata,
perduta,
abitata in passi d’esilio

 

*

 


                          respiri
                          impenetrabili alla goccia,
                          se l’acqua è nero
                          lume di parole
                          e devasta orizzonti
                          di radici, lingua
                          che taglia
                          a colpi di memoria
                          volti illuminati appena
                          da mute eredità di foglie

                          (salpa il naviglio
                          e si congeda
                          dai fiori dello stagno,
                          la disperazione dell’erba
                          è già un parlare
                          in lingue di cammino –
                          vibra alla brezza,
                          muove la corrente,
                          indica la rotta
                          per la foce)

 

*

 


stelle che al corpo rivelano
contiguità radianti
di stupore
e sensi accesi
nell’oro della sera –
in quei silenzi che
parlano di oscuro
quando la rosa che si osserva,
rabbrividita
nella luce assente,
costretta nell’acqua
stagnante del suo sguardo,
copula inavvertite albagie
di fiume, il suo diario
di amori appesi al cielo,
a strapiombo
sulle rapide dell’alba –

minia ingegnose chiuse d’aria
sulla pagina mai scritta
di un brivido –
il profumo di disfatta
che si improvvisa palpito
del mondo

 

*

 


                          dimore precarie
                          dove fiamma il respiro
                          di icone ingrigite,
                          un tracciato di brina e ragnatele
                          per copule di polvere,
                          architetture aeree
                          di remote vite
                          consumate in odore di nebbia,
                          bruciate in cifre perpetue
                          di non visibili volti di marea,
                          varchi dislagati
                          per smemorati ritorni: –

                          dimore del respiro,
                          flutti di un ambiguo
                          immaginarsi
                          sotto insegne di vele
                          vaganti fino alla riva
                          che fa cenni di faro
                          dall’astro sabbioso dell’origine –
                          muove istanti a spezzettati,
                          esausti giochi d’onde,
                          come un fuoco
                          che si accende e spegne
                          nella pupilla disarmonica
                          dei venti

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6 pensieri riguardo “L’arte che ci perdona del sapere”

  1. La poesia di Francesco è una via zen. Con il nominare, soggetto e oggetto s’elevano dallo stato indefinito e assumono una forma specifica. L’atto di nominare, dare un nome, quindi utilizzare la parola, crea nuove entità. Queste nuove entità si distaccano dal tutto informe e iniziano la propria vita. Qui la poesia sembra esaurire il suo compito ed essere uno strumento di conoscenza superficiale. Come tutti gli strumenti di conoscenza.

    Tuttavia, Francesco pone la poesia al servizio del non agire, cioè del non perseguire uno scopo, e la utilizza per fare ciò che le/ci viene naturale: nel momento in cui ciò accade essa è solo la parte d’un tutto che sta seguendo il proprio movimento intrinseco. In questo non agire agendo, non c’è un atto di separazione dal tutto. La poesia così non è più uno strumento di conoscenza limitato ma un’espressione del movimento del tutto, una sua emanazione. Un momento del tutto eterno, eterna anch’essa.

    Di solito, la poesia fa proprio questo, sempre che non venga ingabbiata in teoremi, postulati, idee, contenuti e argomenti. Le parole utilizzano il proprio corredo genetico (etimologia, assonanza, rima, ritmica eccetera) per sviluppare collegamenti sinaptici sulla superficie bianca (il vuoto senza nome, il tao) e si snodano in un percorso che ci è sconosciuto. Le parole, in questo caso, non hanno secondi fini aldilà del loro semplice manifestarsi. Come dire: creare un universo.

    Questo è l’insegnamento del mio sensei Francesco.

    谢 谢

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