Uomo di passaggio

Flavio Almerighi

 

Uomo di passaggio

(Inediti 2017-18
tratti dal blog dell’autore)

 

uomo di passaggio

nato in inverno,
so scrivere al buio
non ho paura del freddo,
ho mangiato acqua di mare
senza fare una piega,

mi sono dissetato
di tutto quanto è male,
vivo dove sono caduto
cercando monete d’oro
senza troppa fortuna

letti e moltissime crepe
non sono mancati,
la spettacolare veranda
dove leggere e baciare
sul far del tramonto
quella sì, mai avuta

ho smesso quasi subito
le domande inutili,
ho trovato molti cuori
senza pensare al mio
quando echeggiava,
e qualche volta ha pianto

 

*

 

e non c’è isola sicura

                la poesia è un’esitazione prolungata
                fra il senso e il suono

                (Paul Valéry)

Le cose sfrattano
non sono mai le stesse.
Disposte a tutto
anche in amore;
la bocca è sigillata col nastro
e non c’è isola sicura.

Nessuno ha chiare
le faccende dei gatti in amore.
Ogni volta è morire,
basta non gridare
per riavere l’estro perduto
più spesso a rovescio.

Le gambe dolgono
agli appetiti tardivi,
perché non si esce mai
dall’entrata e non sempre
il saluto è adatto.

Ritroverebbero un cuore
tonico e allenato
se solo non fosse partito,
come le mani a mio padre
il giorno in cui dissi:
Da grande
voglio fare l’assassino.

 

*

 

la riva scomparsa

resuscitati suppergiù all’alba
da un talento di chiarore,
tanto che se non venisse
sarebbero uguali
arrampicata, battute di spirito,
il palmo di mano irto e pronto
a infilzare un segreto

avere freddo, avere caldo
vedere e dimenticare con lentezza:
i più anziani dall’alto
di costrette dolcezze
lo sanno e si alzano,
senza esitare
si gettano in acqua

con minor vigore di un tempo,
ma pronti al mito,
nuotando per trovare
la riva scomparsa

 

*

 

Antigone è finita

Antigone è finita, l’eyeliner stupendo
unito a una jihad senza perché
fa sentire i vermi addosso.

I suoi occhi, carboni maturi per sempre,
prendono paura all’idea del perdono
di un esodo dalla loro timidezza.

Una donna così poteva arrivare soltanto
dalla depressione caspico nebbiosa
di una Pianura col complesso d’Elettra

dove le cose indisturbate accadono
e, stupidi, pretendiamo altro amore
da quel cielo stravagante e coperto.

 

*

 

il magnetismo del dittatore

Tutto il nuovo decrepito
è abbandonato in strada
non ha storia, complice vittima
dell’ultima guerra a venire.

Varsavia qualunque, Ebrei qualsiasi:
pietre d’amore fredde.
Quarant’anni dopo invecchiano
la polizia a cavallo in strada,
il magnetismo del dittatore.

Tutta robaccia da disfare,
incapace a produrre
a non essere triste, così
come siamo nati.

Sillabando bellezza il cui fascino
non sta nel significante amore
da mietere su fianchi di donne
o colline, ma vertebre scosse
controvento e sotto sole.

 

*

 

abili arruolati

Mai nati, senso irreale di sfiorato e disperso.

Disertati già bambini dall’altra generazione,
troppi, affamati: Domenico si è detto straniero in questa landa,
e ha vent’anni ormai da trenta.

Crepiamo tutti lentamente senza identificarci.
Non so se qualcuno creda ancora in dio comparsa onnipotente,
dopo essersi meravigliato di tanti volteggi controsole.

Voi siete nemmeno un nome, un’età,
la paura del buio. Negata anche quella.

Noi imparammo tutti a non dire:
alberi di noce sgusciati, castagne senza riccio,
abili arruolati al disinganno di questo paese.

 

*

 

specie nel 1944

nel cuore della notte in territorio nemico,
specie nel 1944, la temperatura
può essere più fredda, l’anima dura
porta alla rappresaglia:
per te, che hai visto la guerra solo al cinema,
quel che è stato è già dimenticato?

il fascismo non sta tornando,
è che non se ne è mai andato

non guardare non c’è preavviso
ci siamo persi nella traiettoria
di un colpo preciso, nulla del cecchino
porta un seme, il progetto
di una vita nuova, spegnere
salvarsi, ogni bicicletta requisita
è tesoro da nascondere

specie sotto il materasso
fingendo una morte per febbre
e tormento, se il nemico la trova
sei morto e nessuno al mondo,
nemmeno tua madre, potrà salvarti dall’ira
di una scelta opposta

 

*

 

speranza senza pensiero

L’aspetto delle foglie è inesistente.
Passò.

Tutto quanto poteva essere
è rami spogli pronti al potatore
e a suo figlio il fuoco.
Foglietti lasciati al destino
bruceranno qui.

Ovunque non è mondo
domeniche pomeriggio piene di noia,
pronostici sulla noia,
mai una pentecoste.
Desideri derisi talvolta si sporgono.

Chi è vivo ami il suo tempo lineare
di maniglie antipanico.

Poi una polvere di risatine
attorno a gemme ora addormentate
preparerà alle foglie.

 

*

 

e la vita è un’altra cosa

Il musicista ha il naso importante,
irraggiungibile, mai lasciato al caso.
Fugge e lascia nell’aria un fremito scaltro
specie nelle signore.
Il macchinista delega ondate di fascino
a un oggetto inerte
alla vocazione di non avere faccia né voce.
Le sue origini piantano nella noia,
in aggettivi senza frontiera
dove nemmeno eserciti bene armati
darebbero battaglia.
Perché non c’è nulla da conquistare,
non c’è causa, non ci sono pozzi
c’è solo terra senza dei
piena di sassi e sole cattivo.
Le parole danno soddisfazione
senz’altro ai venditori, io fumo
per allontanare tutte le cose piatte
troppo facili da percorrere
per essere vere. Le proroghe
danno scampo al nulla,
dai telefoni spenti nessuna melodia
oltre un principio di chiusura forte
dentro una follia da quadrilatero.
Nessun applauso potrà coprire
il disgusto dato da poeti
inadatti a produrre, inabili alle armi
sempre in cerca di un premuroso re
pronto a proteggere il niente rimanente.
Così rimaneggiato il musicista
si produce in un assolo di sax,
non è politicamente corretto dire
della sala buia, piena di fumo,
dove il sudore ha la meglio sullo scuro
e la vita è un’altra cosa.

 

***

 

e giustizia per Giulio Regeni?

(a un blogger assetato di verità)

Caro Enri,
ti scrivo dal belpaese che, se non fosse il Nostro, sarebbe tutto formaggio, una marca da pubblicità. Questo belpaese è bellissimo come le sue donne.

L’eco di parecchi tramonti
mi fa riflettere sulla verità
nell’ora più muta del giorno,
quando respirare fa rumore
una revisione è necessaria.

Enri, se hai tempo facciamo un giro dalle parti di Portella della Ginestra, passiamo per Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Magari ci regaliamo una sosta in Galleria a San Benedetto Val di Sambro e un breakfast a Bologna Centrale. Facciamo tappa ai Georgofili, poi giù di corsa fino a Capaci, la strada è comoda, l’hanno rifatta. Prendiamo un caffè in Via D’Amelio, un cappuccino in Via Montalcini e vediamo se Moro ha dimenticato altri appunti dentro l’agenda di Borsellino.

Dimmi, qualcuno di questi luoghi
pronuncia il nome del colpevole?
“E Giulio Regeni?”

Che vuoi che dica, io mi diletto a ripetere domande non ho risposte.
Come gli altri anche lui si metta in fila, arriverà il suo turno.

 

__________________________
Immagine:
Andrea Mariconti,
In the name of the father
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4 pensieri riguardo “Uomo di passaggio”

  1. Quegli artifici degli scoppi della notte di Silvestro si ritrovano, ancora, nella Dimora.
    E’ iniziato quest’anno così con scritti scop pi et tan ti.
    Grazie

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