Per arginare la violenza del mondo

Yves Bergeret

Per arginare la violenza del mondo

 

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

 


Una granata squarcia l’asse del ponte,
due, quattro, dieci granate,
il fiume scurisce,
il ponte crolla.

Lui ha sedici anni. Vive alla frontiera del Kashmir.
Sa che l’anno prossimo l’esercito lo arruolerà
per fargli uccidere i suoi cugini della stessa età
sul valico proprio dall’altra parte del confine
oppure i cognati di sua madre uccideranno lui
nei pressi dell’ovile o del ponte distrutto.

Si precipita di corsa verso la pianura
rifiuta ogni guerra, corre, corre,
attraversa l’Iran, attraversa la Turchia,
ritrova suo fratello maggiore che ha scelto anch’egli l’esilio
cinque anni prima e si è stabilito ad Atene a fare il calzolaio.

Non capisce niente di cuoio, suole e chiodi
e riparte, attraversa correndo la Svizzera,
insieme a dei cugini della sua valle himalaiana
fa il venditore di porri e di zucche a Monaco.


Ma la corsa lo riassale,
si ferma a Montrouge nei pressi della piscina,
vende fiori, poi fa il barista, poi il cameriere
e ha smesso di correre.
Trova un alloggio al terzo piano sopra il banco dei fiori.
Si lascia crescere dei baffi seducenti.
Si sposa. Sua moglie, donna discreta, è bellissima.

Accoglie i suoi giovani cugini che a loro volta
hanno rifiutato le armi, poi altri parenti che rifiutano
le armi. Lui accoglie. I suoi figli crescono.
Il suo quartiere a Montrouge prospera.

Fiori e cucina indiana. Decora il suo bar,
nel suo ristorante ha dodici tavoli rossi
e alla parete uno splendido piccolo dipinto su legno lavorato
che prima di morire sua madre, che non ha mai potuto rivedere,
gli ha inviato dal villaggio in Kashmir
dove il ponte non è stato ricostruito.

E’ morto tre giorni fa, di mattina
scendendo dall’appartamento al negozio di fiori.
Il suo cuore non riusciva più a sostenere
il peso di tonnellate di fiori e di parole di accoglienza
per arginare la violenza del mondo.

 

Course, paix, coeur

(Montrouge, janvier 2018)

Un obus troue le tablier du pont,
deux, quatre, dix obus,
la rivière brunit,
le pont n’est plus.

Lui, il a seize ans. Il vit à la frontière du Cachemire.
Il sait que l’an prochain l’armée le prendra
pour lui faire tuer ses cousins du même âge
juste de l’autre côté de la frontière sur la crête
ou bien les beaux-frères de sa mère le tueront
près de la bergerie ou du pont détruit.

Il descend en courant vers la plaine
il refuse toute guerre, il court, il court,
il traverse l’Iran, il traverse la Turquie,
il retrouve son frère aîné qui s’est lui aussi exilé
il y a cinq ans et s’est installé cordonnier à Athènes.

Il ne comprend rien aux cuirs, semelles et clous
et repart, il traverse en courant la Suisse,
avec des cousins de sa vallée himalayenne il vend
des poireaux et des courges à Munich.

Mais la course le reprend,
il s’arrête à Montrouge devant la piscine,
vend des fleurs puis sert du café puis sert à manger
et a cessé de courir.
Trois étages au dessus de ses fleurs il trouve un logement.
Il se laisse pousser une moustache éloquente.
Il se marie. Sa femme discrète est très belle.

Il accueille ses jeunes cousins qui ont refusé
à leur tour les armes, puis d’autres parents qui refusent
les armes. Il accueille. Ses enfants prospèrent.
Son quartier à Montrouge prospère.

Fleurs et cuisine indienne. Il orne son bar,
dans son restaurant il a douze tables rouges
et au mur une très belle petite peinture sur bois ouvragé
qu’avant de mourir sa mère qu’il n’a jamais pu revoir
lui a envoyée depuis le village du Cachemire
où le pont n’a pas été reconstruit.

Il meurt il y a trois matins en descendant
de l’appartement à la boutique des fleurs.
Son cœur n’arrivait plus à porter
par tonnes entières les fleurs et les mots d’accueil
pour endiguer la violence du monde.

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