Il tratto che nomina (I,2)

“Colui che mi prende la mano,
prende se stesso per mano
prendendo la mia.”

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

I
La main qui ouvre

sixième séjour, août 2002

I
La mano che apre

sesto soggiorno, agosto 2002

 

Traduzione di Francesco Marotta.

 

2
Une parole
Una parola

Durante i miei soggiorni di creazione, i pittori-contadini dedicano intere giornate del loro tempo al lavoro creativo insieme a me, decidendo talvolta di rinviare quello dei loro campi. Nel complesso, gli impegni non mi mancano: raccogliere in Francia la somma necessaria al viaggio in aereo, al soggiorno, al materiale, alle numerose retribuzioni, etc. Per finanziare tutto questo, nei mesi precedenti tengo conferenze, scrivo articoli e svolgo altri incarichi. La mia attività, o meglio il mio lavoro, sul posto: portare i saluti, lunghi, indispensabili, generatori di ogni atto successivo; cercare di comprendere una determinata pittura su un nuovo muro interno che vado scoprendo; parlare con i «posatori di segni»; progettare un’opera; preparare il suolo, in particolare trovando e sistemandovi un graticcio di paglia; preparare il tessuto; preparare i colori; ovviamente elaborare e redigere un nuovo poema; scriverlo sul tessuto per terra con tratti di matita molto ampi; ripassarlo con la pittura; aiutare in seguito il «posatore di segni» a dipingere mescolandogli ripetutamente i colori (vuole sempre che sia io a farlo); tenere disteso il tessuto sul suolo con il palmo delle mani per tutto il tempo che lui dipinge; mantenere il tessuto pulito; tenderlo in seguito verticalmente; scrivere sul risvolto dell’orlo in alto i nomi dei creatori, il luogo e la data; e, fin dall’inizio, fotografare e prendere appunti su un piccolo quaderno.

Talvolta mi faccio accompagnare(1) da una o due persone, studenti di arti plastiche o di mediazione culturale, per i quali il lavoro, evidentemente, non manca: eccoli allora direttori, anzi intendenti, cosa della quale, lo si vede, sono felici e anche fieri. Andare in un certo senso «in capo al mondo» e trovarsi a contato diretto con questi straordinari creatori dal fortissimo temperamento non è un fatto ordinario!

Questa estate ho assunto due giovani, VP e NM, che mi sembrano offrire qualche garanzia di serietà, in particolare VP che è già stato in precedenza mio assistente in Mali. Un lungo viaggio, in aereo fino a Bamako, poi in autobus, in ultimo a piedi su una pista fino a Boni; i saluti, la presentazione. A sera, finalmente, il lavoro può cominciare, ma nel giro di un paio d’ore è già notte. Proprio in quel momento, NM inizia all’improvviso una strana offensiva verbale contro di me: qualcosa di estenuante, di nessun interesse, una serie di insulti e altre meschinerie che ho dimenticato. Siamo arrivati da poco, forse hanno paura di trovarsi «così lontano da tutto». La notte porta consiglio, vedremo domani mattina. All’alba mi annunciano la loro partenza, rifiutando di prendere in considerazione tutte le spese già sostenute, rifiutando di riflettere soprattutto sulla tempesta distruttrice che sicuramente provocheranno non solo nel mio lavoro di creazione, ma anche, cosa ancora più grave, in quello degli otto posatori di segni che mi aspettano e in quello di tutte le persone che, in un modo o nell’altro, essendo estremamente povere, aspettano i diversi incarichi, sicuramente remunerati, che, come ogni volta, gli sono stati affidati. Parto da solo per un villaggio vicino dove ci aspettano, pensando che questa crisi si risolverà presto. Una volta arrivato laggiù, scopro che del denaro è sparito dal mio zaino durante la notte. Al ritorno, i due compari si sono dileguati(2).

Sono rimasto solo, se vogliamo dirla tutta. Ma neppure per un istante mi passa per la testa l’idea di rinunciare e di partire a mia volta. Nessuno scoramento. Ho bisogno di cercare in fretta il modo di riorganizzarmi. E’ la prima volta volta che mi ritrovo, e in un modo così improvviso e brutale, da solo di fronte agli abitanti di queste montagne. Ma «da solo di fronte» è veramente un’espressione sbagliata. Da solo con? Prendo atto subito della solidarietà di tutti, profondamente indignati da questa partenza. Mille parole, mille gesti, mille segni me lo fanno capire. E, man mano che passano i giorni, ogni cosa cambia, in una maniera che potevo presagire, ma che va ben al di là di quanto immaginassi.

Certamente mi ritrovo unico Bianco, privo di questa «seconda istanza» di un assistente, di uno che fa gruppo solidale e stretto con me, ma che, umanamente, si trova meno coinvolto di quanto lo sia io, per il fatto di non essere creatore e solo occasionale partecipante agli incontri; tuttavia fino ad oggi sono stato, senza alcun dubbio, sempre riconosciuto e accolto come il poeta, seguito da questo discreto doppio che agiva accanto a lui con efficacia e, fin qui, gentilmente; e infatti gli assistenti precedenti sono sempre stati apprezzati dai miei ospiti delle montagne del deserto. Ma io ero il poeta, quasi interamente, con tutta la sua presenza, perché mi impegnavo in modo diretto con la parola e i gesti, mentre l’assitente manteneva o creava una qualche distanza; il suo ruolo era piuttosto quello di un testimone, anzi di un osservatore; è così che veniva considerato. Da solo, lo sono ora totalmente, ma senza un riferimento, senza, per così dire, una retroguardia. Il mio corpo, il mio sonno, le mie mani, i miei occhi, la mia parola sono evidenti, presenti, del tutto vulnerabili; lontanissimo da Bamako, faccio totale affidamento su quelli che mi accolgono e capisco molto presto che essi mi danno nel contempo la loro fiducia, ancora più completa di quanto fosse mai stata. E’ allora che questa nuova situazione, senza lo sguardo un po’ distaccato dell’assistente, senza quella mediazione che la sua presenza aveva il compito di facilitare, cambia completamente, e che iniziative del tutto inaspettate cominciano a definirsi.

La mia parola stessa si trasforma. Infatti non ho più un compagno di conversazione che come me utilizza questa lingua, questo lessico, questa sintassi, e dunque il modo di pensare tipico di una certa razionalità europea; non ho più la possibilità di commentare con qualche strumento dell’etnologia, della sociologia, dell’estetica o della storia dell’arte ciò che avviene giorno per giorno tra me e i posatori di segni. Viene meno la distanza che si crea attraverso la conversazione di due sguardi analitici o critici. Mi resterebbe, volendo, il monologo interiore, una pratica un po’ monotona; ed è pur vero che, in questa condizione di strana solitudine, non smetto di pensare a ciò che io e i posatori di segni facciamo. Questa estate, tranne che in due o tre occasioni, con Modibo e Effard, funzionari maliani in servizio a Boni, amici tra loro ma personalità molto a sé stanti nell’oasi, non ho avuto modo di discutere con nessuno impiegando termini analitici o concetti. Non riesco più ad esprimermi, se così posso dire – perché è ancora un pregiudizio della parola razionalista -, se non nei termini prammatici della quotidianetà e, soprattutto, è del resto proprio per questo che le persone mi aspettano e ora mi circondano di premure, e, se necessario, mi soccorrono altrettanto bene che nella pratica del poema.

La pratica del poema che qui i posatori di segni realizzano è quella di una parola orale ancestrale fortemente o interamente sacralizzata; la specificità della mia, che essi vedono, che è costantemente sotto i loro occhi, è quella di una parola breve scritta, calligrafata con la mia mano, per terra, su un panno o sulla pietra che sollevo. Senza più assistente, la mia parola è come il gesto di un acrobata che ora si esibisce senza rete. Di sicuro diventa più densa, di una densità più diretta e più attiva.

Ma, ancora di più, le modalità e i contenuti dei dialoghi con i posatori di segni influenzano direttamente quello che, rimasto solo, ora dico e scrivo. Perché la loro parola è quella dello spazio tattile e, lontanissima dalla parola europea, si dispiega senza distanza concettuale. Per loro essa è lo strumento sonoro che agisce sul reale, non il reale materiale immediato, per il quale la mano o l’attrezzo sono largamente sufficienti, ma agisce su quello spessore spaziale e temporale del reale dove si tesse la relazione con l’altro, che si tratti del parente, dello straniero, dell’antenato o della turbolenza permanente degli spiriti e delle divinità, che, in modo particolare nella savana tra i villaggi, diffonde i suoi pericolosi incanti. Questa parola prova, esamina, afferra, tocca; non è parola che si scrive. Essa ha sul reale un effetto concreto immediato e, spesso, un effetto concreto prolungato nel tempo e nello spazio. Pratica magica, auspicio, certamente; ma anche saluto che abbraccia, ordine al servitore, al bambino o allo schiavo, informazione prescrittiva, racconto epico.

E’ qui che la parola scritta del mio poema interviene: la faccio apparire coprendo con un tessuto il suolo, stendendolo, lisciando con la mia mano questo tessuto che potrebbe benissimo anche essere un drappo, un lenzuolo, un tappeto da preghiera, tracciandovi a matita le curve delle lettere, appoggiando il pennello intinto di nero su quelle tracce(3), ripassando se è il caso un po’ di pittura. Ed ecco che la parola del poema esiste. Quello che dice è sempre ciò che questi luoghi mi fanno vivere (non posso scrivere se non dormendoci, camminandoci), ciò che questi luoghi mi mostrano e ciò che vi percepisco e vi condivido della vita di coloro che vi abitano. La metafora del poema è questa appropriazione attraverso le parole, con grande determinazione, del reale dove noi respiriamo e ci muoviamo, io e i posatori di segni; è una formulazione con un vocabolario semplice dove non utilizzo nessuna parola astratta e dove lo spessore inquietante del reale, nel tempo e nello spazio, si apre a una storia, a una visione, a un’ipotesi, a una interrogazione che ognuno porta alla luce e vive. E in effetti, noto che i miei brevi poemi, letti da qualcuno che è stato alfabetizzato, sono sempre rispettati, commentati e, oserei dire, ammirati per la loro verità di vita o, piuttosto, per la loro profondità esperienziale.

Inoltre, la mia parola orale si avvicina anche alla parola dello spazio tattile, ma in una maniera tutta particolare. Non conoscendo che qualche parola delle lingue Dogon, Songhaï o Peul, in uso nella regione, sono obbligato a limitare la mia parola corrente, che, se necassario, qualcuno ha sempre la gentilezza di tradurre. Ma quando propongo di realizzare un’opera, quando sento che ciò è possibile, quando avverto propizia una determinata situazione, prendo la parola, illustro un progetto ed ecco che, nel giro di qualche ora, questo progetto viene sempre realizzato: è diventato realtà. La mia parola agisce e crea, costruisce. I posatori di segni lo sanno molto bene e me ne hanno spesso parlato. La mia parola, come la loro, fuori da ogni astrazione, è responsabile. E, dopo la partenza dei due imbroglioni, io non sono più se non in questa parola. La mia parola di poeta è ora, senza alcuna mediazione, in contatto con la parola dei posatori di segni.
Tutto cambia allora, se rapportato ai miei soggiorni precedenti.

Anche il corpo cambia. Non sono più completamente solo. Avendo acquisito la parola dello spazio tattile, anche la mia presenza fisica l’ha conseguita. Sì, io cammino; dormo per terra sotto le stelle; il calore mi opprime. Sì, io accarezzo, traccio linee, distendo con la mia mano il tessuto che dipingo. Sì, io mangio e bevo con tuti gli altri. Ecco che la frontiera tra i corpi scompare. Qui, un corpo non si appartiene; questa stessa formulazione non ha più alcun senso. Si dorme insieme, nel disordine mobile della corte. Si mangia insieme, si condivide il primo, il secondo, il terzo bicchiere della teiera. Si dissodano insieme gli appezzamenti durante la stagione delle piogge. Non c’è nessun nucleo familiare; ma una vasta famiglia allargata dove si va e viene e dove ognuno è completamente solidale con gli altri. Si prende spesso la mano di una persona, con amicizia e fiducia, per camminare, andando al mercato, recandosi in negozio a cercare lo zucchero.
Avverto, col passare dei giorni, una sorta di solitudine partecipata; ma ancora non è l’espressione giusta; temo che la lingua francese, impregnata di tanti secoli di razionalità e di positivismo, non abbia termini per questa modalità di relazione umana tattile. Capita spesso che questo o quel posatore di segni, una volta rifinito il tessuto, mi prenda la mano mentre andiamo a cercare l’acqua, mentre andiamo al negozio a rifornirci di tè. Il gesto ora mi sorprende meno delle prime volte. Fiducia e amicizia, certo, manifestate col toccarsi, come lo vedo fare spesso nei villaggi. Ma prendere la mia mano è prendere, e prendere sotto gli occhi di tutti, quella del poeta, quella che tocca il suolo e che nomina, quella che scrive e dipinge le lettere, quella che rivela e apre. Colui che mi prende la mano, prende se stesso per mano prendendo la mia.

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(1) Nota del novembre 2010: ho smesso di farmi accompagnare dopo il 2003, salvo rarissime eccezioni.
(2) La gendarmeria e la giustizia maliana si stanno occupando dei due strani viaggiatori. Che si tratti di truffatori, di teppisti decerebrati o di piccoli trafficanti, resta un mistero…
(3) Nota del novembre 2010: a partire dal 2004, dipingo direttamente le lettere del poema, senza nessuna traccia preliminare a matita.

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Une parole

Una parola

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