Il cane di Giacometti

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Stefano Raimondi
Il cane di Giacometti
(Marcos y Marcos, 2017)

«Devastati dalla fedeltà prendiamoci
carezze, spasimi, boccate, brani di fiato
ognuno dalla sua parte, disossata e accesa.
Sentire il peso dell’aria, l’abisso
dei tombini, stare nella cerchia buona
dell’ultima parola, tra una città
che cade tra sé e sé…

… e che si resti dove si sa che tornare
serva a qualcosa: voce, osso che suoni
per mancare: bocca cucita addosso
a qualcuno».

Scrive Jean Genet nel suo L’Atelier di Alberto Giacometti: «Il cane in bronzo di Giacometti, mirabile. Ancor più bello quando pencolava allo stato di materia grezza: gesso, filamenti intrecciati alla stoppa. La linea delle zampe davanti, senza articolazione marcata, e visibile tuttavia, così bella che decide da sola la docile andatura del cane». Raimondi, con questo suo libro, secondo tassello della trilogia dell’abbandono dopo Restare fedeli, si avvicina al centro del proprio percorso poetico che è una desolata flânerie cittadina, una ricerca ossessiva alla minima voragine che si spalanca nel tombino o nel muro del suo paesaggio urbano. Se è giusto dire, con Calasso, che «la vera letteratura lascia cadere sul mondo una lama di luce sghemba e tagliente», quella lama di luce taglia questo libro come il profilo del cane di Giacometti: «il suo passo che gira, che annusa / che scova i resti degli abbandoni».

Sono i “resti degli abbandoni” ad attrarre Raimondi, poeta di solitudini, dolori, aspre considerazioni sul genocidio umano («un filo spinato con delle mele / rubate fra le mani»). L’umano desolato si intride di un paesaggio desolante e viceversa, sollecitando la pietas del lettore. La musica appare come una unica sequenza di Arvo Pärt, senza altra melodia se non un’eco appena udibile. Ogni testo ritorna al suo centro naturale: l’abbandono, il disastro. Anche le descrizioni sono spettri di descrizioni, che si ripetono. Non c’è la progressione di una storia, ma una risonanza nel vuoto, una negazione del vivente («Ci sono scavi aperti / sogni rupestri in città / come nelle grotte: storie / che escono piano dalle frasi / come facce dai cunicoli»). Sono storie “stanate”, cortili sbarrati, finestre chiuse. Il lessico è litanico. Domina un senso di visione astratta, corale, come nei film di Wenders e Fassbinder.

Il libro, che si divide in quattro sezioni (Non è vero, non è successo mai, Il fiato tondo dei tombini, Il pianista zoppo e la gobba claudicante, Cuore-atlante) è come un unico suono scaturito dal silenzio, un grido senza speranza («E non hai appigli, reti / a salvarti. Il cielo sale / senza respiro: splende / dall’altra parte»). L’evento che il poeta insegue è una scena tragica, una spettrale apparizione («Stare con un centimetro di luce / fa rimanere in piedi come sempre / come per sempre»). Le sillabe diventano parole. La parola si articola in frasi, ma tutto resta incerto, tagliato, inservibile. La metropoli grigia dove si aprono i buchi delle tane e delle cantine, i baratri dei tombini, le strettoie dei cunicoli, diventa il luogo di un interminabile stato di assedio, un andare e venire da un angolo all’altro, tra muri e ringhiere, soffocati dai “gesti acuti delle colpe” che però non possono sconfiggere definitivamente un sogno di vita («È inutile avere paura. / Il cerchio inizia, finisce / prima o poi ricomincia / come un mappamondo / con un dito puntato contro»), lo spiraglio di una guarigione possibile solo aspettando chi condivida con noi ferite e smarrimenti. Tutto un vocabolario si spalanca: esserci, bastare, fiducie, restare, perdoni, guarigioni, baci, carezze, respiri. Perché, dopo tanto dolore, «guardare da qui commuove / e parlare non è più parlare. // Il vero ci porta via». Cos’è questo “vero”?  Forse «bendare il mondo senza nessuna ferita che faccia pentire». Raimondi è attentissimo nel dipingere un dettaglio, nel delineare un’atmosfera. Usa versi brevi, o addirittura versi scritti in carattere più piccolo a epigrafe di singole poesie, o prose icastiche come poèmes en prose. Costruisce attentamente il suo piccolo, attonito nulla, la sua folla sgomenta di ombre, con magistero espressionista. «Adesso dimmi cosa spendere / per raccogliere bugie, storture / tali che ci permettano ancora / di volerci bene? // Si fanno provviste inutili dentro / queste mura, qualunque sia stato / il nostro nome visto per davvero». Fino all’ultima sezione, dove sembra che lo stato di assedio sia meno stretto, dove «Anche le parole aprono i loro cerchi per tenere». Affiora, qui, la speranza di una storia ulteriore, simboleggiata nell’ultima poesia dal “bacio in acqua” del capolavoro filmico dell’Atalante di Jean Vigo, il geniale regista francese morto a nemmeno trent’anni nel 1934. Questo bacio traghetterà Il cane di Giacometti verso il terzo e futuro libro della trilogia: «Ma ora raccontami, te ne prego, una storia che si avveri, di quelle che non finiscono mai, come quel bacio d’acqua, sì, nell’ Atalante».

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