Fuori dalla città

Domenico Lombardini

Fuori dalla città

Fuori dalla città – nulla
Questo nulla è l’infanzia

Per V. M.

 

Qui è timidezza che parla
I polpastrelli anneriti
Il fiato mai corto
Le ginocchia sbucciate

 

              Tutto era mondo e cosmo
              Nulla resisteva alla sua perfezione
              L’inermità era forma di vita
              L’unica che si potesse portare

 

                          Le sue erano rosee
                          Sottili affusolate dita
                          Polpastrelli anneriti
                          E ginocchia e polpacci
                          Che si stentava a credere
                          Così teneri così feroci

 

Il mondo dei grandi
È pieno di disgusti
Categorie elencazioni distinzioni
Un’ermeneutica di cattivi odori
E il voler insegnare
E il pretendere emulazione
Indicando cose
Essendo altre

 

              Dovrò anche io
              Sporcarmi di contraddizione
              Aggrottare la fronte
              Dissimulare per avere
              Non sorridere per difendermi
              Sorridere per nascondermi
              Trasecolare e schermirmi
              Pretendere e perorare
              Proteggermi sempre
              Da un assurdo assedio

 

                          Ogni volto era veramente
                          Più bello del mio –
                          Quello di mio padre
                          Di mia madre.
                          E il volto di lei
                          Teneramente in boccio
                          Le sclere bianchissime
                          Come mai lo sono
                          Se non a undici anni.
                          E allora andiamo su a giocare
                          A casa non c’è mio padre –
                          E l’orgoglio di portarti
                          Così evidente
                          Trasparente mentre chiudo il portone
                          Dal sorriso i miei occhi

 

L’estate era
Una piccola eternità
Da scontare al sole
Da sprecare
Inanellare ad altre
Senza distinguerle
Ma tutte agglutinare
In un punto
Nel caldo nell’umido
Riposte – dimenticate

 

              Tu sei quel tempo immobile
              Lo iato sospeso
              Tra due estremi scoscesi
              La proiezione del presente all’eterno
              L’istante consumato
              E ora vivo e presente
              Enigma specchiato
              Impostura – simulacro

 

                          Tutto era già salvo
                          Tutto conchiuso
                          In una sfera incorruttibile.
                          Presto corrotto –
                          È bastato crescessero
                          I primi peli
                          Che emergessero
                          Le prime voglie
                          E tutto si è perso
                          Lasciando qualcosa
                          Vacante
                          Il calco di un bruciato corpo
                          In una terra coperta
                          Di smemoratezza –
                          Lava – pomice

 

            Per M. C.

Tua madre aveva
Gambe di elefante
E un sorriso da odalisca dolce
E passi polverosi
Su gradini di granito
Sull’uscio del palazzo
Lasciandosi dietro
Il buon odore
Delle cose buone
Ordinate e ben riposte
Per noi con cura da altri

 

              Ciò che sapevo bastava
              A vivere fuori dalla città
              Ma questa mia vacanza
              Non era ben vista
              Era a termine
              Per il mio bene
              Certamente
              Che mi sporcassi
              Come loro
              Che studiassi
              Che lavorassi
              Che facessi qualcosa
              Che fossi qualcuno
              Tutto chiunque
              Non quello che facevo
              Non quello che ero

 

                                    Per G.
                          Stare soli
                          Era un gioco
                          Di squadra.
                          Lavorare
                          Ci avevano detto
                          Era importante
                          Tutto
                          Letteralmente –
                          Possibile
                          Che il pane
                          Costasse tanto?
                          In casa il superfluo
                          Era poco ma c’era
                          A simularci una presenza
                          A ricordarci che qualcuno
                          Sarebbe tornato
                          Stanco la sera.
                          A quel gioco
                          Ci siamo abituati
                          Ne siamo diventati
                          Diciamo così
                          Giocatori provetti.
                          Al costo però
                          Di vederci lontanati
                          Esclusi
                          Ciascuno chiuso
                          In un mondo assurdo
                          Incomprensibilmente proprio
                          Estraneo e conchiuso.
                          Il volgere degli anni
                          Malamente ne hanno
                          Lavato via il dolore

 

I petali raccolti
Nell’acqua
Le pigne
Lasciano il nero –
Le tue labbra
Non c’erano.
Il gatto putrefatto
Tra l’erba
Le interiora squadernate
L’epifania di una morte
Orrenda solo
Per l’odore che butta
I vermi che produce.
Le tue labbra non c’erano –
I denti bianchissimi
Il fiato di rose
L’incongruenza
Delle gambe graffiate
La peluria sulle braccia.
Non ti ascolto
Non voglio capire
Ciò che dici.
I gattini sono persi
Senza la madre
Chiedi aiuto per loro
Piangi e chiedi.
Non capisco –
Per me ora
Ci sono solo i tuoi occhi
Le tue lacrime
Le tue labbra
Non ciò che dici
Ciò che chiedi

 

              Quel furore
              Da soverchia vita
              Non mi hai mai ammalato.
              E ora che attenua
              Anche in te
              Come morbo dischiuso
              Mi sento meno solo –
              Assimilati siamo infine
              Nella stessa inanità?

 

                          Segni di vite aliene
                          Chimeriche trasfigurazioni
                          Quelle foglie pelose
                          Cadute dagli alberi
                          Chissà come
                          Probabilmente perse
                          Come involucri da esseri
                          La cui assenza contemplavamo
                          Nell’attesa dell’epifania
                          Della loro forma metamorfica.
                          O forse ci ingannavamo
                          Forse volevamo che fossero
                          Che esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! –
                          Non fare che tutto sia come appare
                          Che tutto sia come sembra essere

 

È ora come allora
È come sempre l’amore
Tacerlo
Trattenerlo
Come ultimo fiato
Sul letto di morte?

1 commento su “Fuori dalla città”

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