Il tratto che nomina (I, 7)

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

I
La main qui ouvre

sixième séjour, août 2002

I
La mano che apre

sesto soggiorno, agosto 2002

 

Traduzione di Francesco Marotta.

 

7.
Le don du nom
Il dono del nome

Alcuni giorni prima, dopo una abbondante pioggia che aveva moltiplicato la gioia nel cuore di tutti, io e i cinque pittori di Koyo abbiamo passato al villaggio una giornata veramente felice. I pittori hanno fatto di tutto, nonostante i lavori nei loro «giardini», per rendersi disponibili a realizzare delle nuove opere su tessuto. L’aria ripulita da tutta la sua polvere, i suoni chiari delle cascate un po’ dappertutto, le infiltrazioni luccicanti sulle pareti rocciose, rendono tutto facile. Disponiamo il materiale sotto uno dei baobab del villaggio, vicino a un rigagnolo d’acqua che sarà utile per diluire i colori e pulire i pennelli, anche le nostre mani quando è il caso. Accanto all’albero, al limitare della falesia che piega verso est, delle grandi placche rocciose dove i tessuti, in pieno sole, si asciugheranno agevolmente. Parecchia gente ci tiene compagnia. Si parla forte, si ride, ci si chiama, Alabouri e Belco non smettono di farsi degli scherzi. Su una stuoia di paglia portata da una casa vicina, stendo un primo tessuto; vi lavoro con Hamidou in maniera tanto soddisfacente quanto spigliata e semplice; Hamidou dipinge pochi larghi tratti blu e malva, a corolla. Poi Dembo. Poi tutti gli altri. Così passano le ore. Ci viene portato un piatto di riso che consumiamo insieme. Poi del tè fatto bollire a lungo sulle braci. Ben presto la piccola scorta di tessuti che ho portato su da Boni è esaurita. Sto molto attento, trovandomi lontano da Bamako, a non utilizzare troppo in fretta tutta la riserva di materiale: la settimana prossima ritroverò altri posatori di segni a Hombori, a un centinaio di chilometri da qui, e allora avremo sicuramente bisogno anche di quei tessuti che faccio preparare a Bamako. Ma tutto è così gioioso che è impossibile fermarsi, anche se la fatica e il calore inviterebbero proprio a farlo… L’unico tessuto intatto che mi resta per oggi è quello della mia lunga sciarpa. Ma è giallo beige, misura cinque metri di lunghezza, uno e mezzo di larghezza: mi è stato donato qualche anno fa da alcuni Tamashek presso la cui tribù ero ospite, nel deserto a nord di Gao, a quattrocento chilometri da qui. Ne parlo ai pittori: un supporto del genere per i poemi-pitture? Un formato di queste dimensioni? Ma non è proprio la sua misura a sembrami interessante? La scommessa tuttavia è rischiosa. Senza la minima esitazione, i cinque pittori decidono che, sì, dobbiamo creare qualcosa con e su questo tessuto del deserto(1) Ci viene portata una seconda stuoia, che viene aggiunta a quella precedente in modo che il suolo sia meglio livellato. Ci sistemiamo proprio ai piedi del baobab, tra due grosse radici che in quel punto affiorano sulla superficie del terreno prima di sprofondarvi; eccoci tra le braccia terrestri dell’albero. Altre persone ci raggiungono per vedere quello che succede. Le parole, le risa, gli scherzi raddoppiano. Io scrivo e dipingo in nero le parole sul giallo del tessuto; le faccio danzare, un elemento della frase in alto, un altro in basso, da un capo all’altro della lunghezza della sciarpa, lasciando come sempre sul tessuto molto spazio per i pittori. Sorpreso dalla rapidità dell’evento, decido pertanto di riprendere le parole del poema che ho scritto sulla stele davanti al bacino idrico e che tutto il villaggio ha potuto vedere. I pittori si ripartiscono in maniera uguale lo spazio, cinque metri, cinque pittori. E la loro creazione si sviluppa armoniosamente, con un buon ritmo, con semplicità. Per la prima volta essi utilizzano il bianco (dal momento che lo sfondo è colorato), i cui tubetti fin qui restavano quasi intatti, non essendo utilizzati che saltuariamente per completare delle miscele. Dipingere con il bianco non è qualcosa di insignificante, si tratta di creare una linea, una traccia, un profilo, infine un segno, con un colore che non è veramente tale, che si presenta piuttosto come una «riserva», anzi una sospensione della presenza lirica delle cose in virtù del colore, il bianco appunto, che sicuramente ha una qualità sacra. D’altra parte, Dembo, Hamidou, Belco lo utilizzano per rimarcare alcuni dei loro tratti colorati in blu o in rosso, dandogli una connotazione di segno particolare: doppiato dal bianco, allo stesso modo in cui la parola, con la sua capacità poetica, è resa presente, toccabile, reale e visibile dal nero che vi poso.

Quando finamente questa lunga opera orizzontale è stata completata e si è rapidamente asciugata al sole del pomeriggio sulle lastre rocciose roventi, non è più possibile restarsene là. Prendiamo i cinque tessuti precedenti, insieme a quest’ultimo, li portiamo fino al sobborgo più a est. Propongo di creare una «installazione», come avevo già fatto negli anni precedenti, sul lungo muro di mattoni della casa di fronte al vecchio baobab di questa frazione. E’ la casa del capo villaggio e della sua famiglia; con l’accordo di tutti, in particolare del capo, i poemi-pitture vengono a deporre le loro parole e i loro segni nell’oralità antica che tutti rispettano e di cui tutti qui si nutrono. Un palinsesto nello spazio. Ma non è finita, ci servono almeno una ventina di metri di lunghezza: questa volta debordiamo ampiamente sulle case vicine. Io e i pittori passiamo dei bastoncini di legno negli orli che ho fatto cucire in alto e in basso dei tessuti; con dei lunghi chiodi che ho portato da Bamako, visto che non se trovano da queste parti, appendiamo i tessuti; tutti questi atti sono compiuti con naturalezza e semplicità. Infine l’ «istallazione» è a posto, le parole nere dei poemi corrono sui pezzi di tessuto, i grandi segni dipinti vi si stagliano, ritmando quest’immenso libro flessuoso le cui pagine, separate le une dalle altre, si muovono nel vento leggero della sera, sulle case. Gli abitanti di Koyo si radunano, quelli che erano già con noi, quelli che rientrano dai loro «giardini», le donne che portano acqua dalla sorgente; tutti guardano, commentano, toccano i tessuti, si allontanano un po’ per guardare ancora; i cinque pittori raccontano ai loro parenti, ai loro amici tutto quello che abbiamo fatto. La luce diventa dorata. Una leggera bruma serale nasconde la base delle montagne tabulari che si vedono lontanissime verso est, al di sopra delle case che sorreggono le opere. I tessuti bianchi assumono una sfumatura arancione. Il suono di tutte le voci, polifonia esultante e gioiosa, si fa più lieve; molti ora sono seduti; con Alabouri e Hamidou mi distendo su una grossa roccia grigia ai piedi del baobab, siamo felici, tutti e tre in silenzio.

Quale drammaturgia è andata in scena in questo modo davanti ai poemi-pitture? Qui non c’è niente che si svolga all’interno delle case; siamo tutti fuori, con lo sgurdo rivolto ad est, dove la notte già si annuncia all’orizzonte. Sulle forme quadrate e rettangolari delle case, sulle forme rettangolari dei tessuti, le parole e i segni recitano per noi una lunga e vecchissima storia che osserviamo in silenzio. Il suo senso e la sua origine ci sfuggono, tuttavia ci trascinano, non sappiamo verso dove.

Due cicogne nere, dei jabiru credo, arrivano allora dritto davanti a noi dall’est, volteggiano planando al di sopra del sobborgo e delle sue opere, planano fino al baobab, a cento metri, ai piedi del quale tutti e sei abbiamo lavorato per l’intera giornata, si posano infine su uno dei suoi rami più alti. Tutti guardano nel più assoluto silenzio. Se ne stanno immobili ora, ritte sulle loro lunghe zampe. Alabouri mi si avvicina e mi dice: «All’inizio di ogni stagione piovosa due cicogne nere vengono qui; scegliendo uno dei tre grandi baobab esse decidono quanto raccolto faremo quest’anno. Vedi, hanno scelto quello là, dove eravamo proprio adesso. Noi sappiamo che è il baobab dei due raccolti. Girandosi, una volta che si sono posate, verso il nord, come stanno facendo in questo momento, ci dicono anche che avremo legumi in quantità sufficiente. Avessero rivolto le teste verso il sud, questo sarebbe stato un cattivo segno per noi. Non le cacciamo mai».

Mentre la notte cala completamente, dopo che la moglie di Hamidou ci ha preparato un piatto di miglio, lui e Alabouri mi conducono in un’altra parte del villaggio. Malgrado sia notte fonda, c’è molta gente; si parla forte, dei bambini corrono in ogni direzione. Qualche lampada a petrolio, la luce di una pila non permettono di capire, tra la polvere, quello che succede. «Le donne stanno per cantare, mi dice Hamidou. Siediti qui con noi». Ancora più gente, grida, risate, ci si chiama nell’oscurità. A destra, nel frastuono, due o tre donne cominciano a cantare. Altre donne si uniscono. Le loro voci sembrano avvicinarsi; non oso puntare la mia pila in quella direzione; proprio così, si avvicinano, e io distinguo poco a poco quattro donne che avanzano al ritmo del loro canto, piegano non lontano da noi, poi se ne ritornano nel buio della notte. Le conversazioni e le risa tuttavia continuano. Ora è a sinistra che si levano dei canti, si avvicinano; le donne avanzano fino a noi, si piegano, toccano infine il suolo davanti a me col dorso delle loro mani. Più tardi, ancora a destra. Ritmi identici, una cantante solista, in maggiore, alla quale rispondono, in minore, tre altre cantanti; le segue un coro femminile più numeroso, e la cantante principale riprende la sua breve strofa. Canti veramente belli; li avevo già ascoltati in due miei precedenti soggiorni, una volta in pieno giorno, un’altra volta di notte, in un turbine di polvere che striava le lampade, canti che si alternavano alle danze al suono delle percussioni. I canti di questa sera non contrastano, ma si intrecciano con le conversazioni. Bacaye mi traduce le parole cantate: dei brevi poemi, una sorta di aforismi sulla vita di questi luoghi, sulla stagione, sul raccolto atteso, sulle due cicogne nere; riconosco subito, attraverso la traduzione di Bacaye, alla quale Alabouri aggiunge la sua, uno dei poemi che ho scritto poco prima con Hamidou; e ne sento un altro che ho scritto con Belco. Poi quest’altro canto, e ancora quest’altro in cui la successione delle parole richiama da vicino i miei poemi. Alabouri mi dice allora che all’inizio della festa, davanti alla grande «installazione» dei sei tessuti rivolti verso la sera lontana, le donne hanno preparato questi canti. Così si ripete l’esito del poema, come era già successo sulla stele davanti al bacino idrico.

«Ascolta bene quello che cantano in questo momento, aggiunge Alabouri. Parlano di un uomo che arriva adesso al villaggio, che ritorna regolarmente al villaggio, che ama il villaggio e ne è riamato. Ascolta bene questa parola che lei canta: Bienu. E’ il nome di quest’uomo. E’ il nome di un vecchio saggio Dogon, vissuto in tempi antichissimi. Loro e noi abbiamo deciso di farti dono di questo nome».

______________________
(1) Nota del novembre 2010: ho saputo anni dopo che i pittori di Koyo avevano perfettamente capito il significato di questo tessuto e del dipingervi sopra. Sapevano che questo tessuto è il simbolo di una tribù tamashek particolarmente crudele nelle sue razzie di schiavi; avevano deciso di posare i loro segni di uomini liberi sul tessuto dei padroni implacabili della pianura.

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