Il tratto che nomina (I, 8)

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

I
La main qui ouvre

sixième séjour, août 2002

I
La mano che apre

sesto soggiorno, agosto 2002

 

Traduzione di Francesco Marotta.

 

8
La danse du mot
La danza della parola

Notte accorciata dai canti fino alle ore piccole, e ancora un tè, ancora un piatto di riso che ci viene portato tardissimo, mentre Alabouri e Hamidou mi tengono compagnia discutendo amabilmente, tutti e tre distesi sotto le stelle sulla lunga pietra piatta dove passo le mie notti. Mi sveglio parecchie volte nelle poche ore di sonno, guardando le stelle, pensando agli avvenimenti del giorno prima. Appena l’alba si annuncia dietro gli altopiani lontani, mi alzo e mi vesto; ben presto parto da solo, seguendo il bordo della grande falesia a est; l’unico rumore è quello di una lieve cascata che da qualche parte precipita in basso nella notte. Una lucertola fila via tra due rocce. Scimmie e uccelli restano silenziosi, probabilmente ancora addormentati. Mi allontano dal villaggio, discendo qualche piccola barra rocciosa e mi inoltro sul lungo pianoro, insolitamente uniforme, dove due anni fa avevo già realizzato una «installazione» di poemi su pietra; l’inchiostro di china che avevo utilizzato non aveva resistito al sole, al vento, alla polvere, né ai terribili nubifragi della stagione delle piogge. I Dogon di Koyo mi avevano chiesto fin dal mio successivo ritorno di rinfrescarne le lettere. Cosa che avevo fatto. Passo vicino a queste pietre, dove noto che l’acrilico ha retto molto meglio. Le pietre guardano il vuoto verso est, le parole che portano iscritte guardano il villaggio. Sotto grandi rocce piatte si aprono delle sporgenze profonde, talvolta stranamente precedute da allineamenti di blocchi arancione, come se qualcuno avesse voluto disegnare il tracciato di un recinto ciclopico. Un larga e lunga terrazza naturale davanti alle rocce piatte e ai blocchi allineati, come un enorme gradino dove sporgersi, allungarsi e guardare l’orizzonte verso est. Nessuno; quasi nessuna traccia. Un po’ d’acqua filtra qua e là, cercando il suo cammino fino al margine del vuoto dove va a precipitare. In lontananza, dove fluttua una bruma grigia, il sole appare proprio in quel momento su un altopiano perfettamente orizzontale, a una cinquantina di chilometri circa. Mi siedo, guardo.

Quando ritorno al villaggio, delle persone stanno già lavorando sugli appezzamenti coltivati, delle donne portano giù acqua dalla sorgente in grandi secchi sistemati sulle loro teste. Mi salutano, rispondo. Vicino alla pietra piatta che mi serve da letto all’aperto ritrovo Alabouri, Belco e Hamidou. Arriva un ragazzo alto, con in mano due galletti a testa in giù che si sgolano fin tanto che possono; parla con Alabouri. «Le donne, mi dice quest’ultimo, ti offrono questi galletti per la tua colazione, in segno di ringraziamento per tutto quanto». Ringrazio per il dono, ma lo accetto a patto che si mangi insieme, essendo pienamente consapevole, tra l’altro, che uccidere e poi mangiare la carne dei due galletti significa, in parte se non proprio totalmente, partecipare a un sacrificio animista: ci si appropria della forza vitale, il nyama, dell’animale sacrificato, entrando così in contatto con l’energia universale e con gli spiriti di cui si ravviva la presenza agente. Attraverso il sacrificio si rigenera la continuità dinamica della vita. Di questa continuità, le parole del poema sono certamente parte attiva, come un sangue di natura tutta particolare.

Ma preparare i galletti richiede molto tempo; io non ho visto come vengono uccisi; Hamidou mi dice: «se ne stanno occupando». Il tempo passa e il sole sale alto. Propongo ai cinque pittori, che si sono uniti a me e a Alabouri, di andare a lavorare sul grande pianoro che affaccia sul vuoto, dove mi sono spinto all’alba da solo. Il luogo è veramente bellissimo. Visto che la scorta di tessuto è completamente esaurita, ho ancora nel mio zaino dei fogli di carta cinese, di un metro e quaranta per trenta centimetri, che piego in otto parti: delle bande più piccole, morbide e molto leggere. Decidiamo di realizzare qualcosa con queste là in basso. Intanto aspettiamo il piatto annunciato. Hamidou ci prepara del tè. Passa un’ora. Finalmente, verso le dieci, ci vengono portati i galletti con del riso. Mangiamo in silenzio. Poi partiamo.

Ci sistemiamo su un suolo molto piatto, vicino a una stratificazione di placche rocciose sovrapposte. Sotto di esse sembra infossarsi una grotta bassa la cui apertura guarda verso l’orizzonte. La luce splendente si riverbera sulle lastre di arenaria. Molto più in alto, la piccola falesia color fuoco che protegge la sorgente risuona dei canti degli uccelli.
Distendo il primo foglio, che subito il vento solleva. Alguima e Dembo si precipitano a posare delle piccole pietre sui suoi bordi. Trovo le prime parole e le traccio col mio pennello a inchiostro di china, molto più soffice di quelli per l’acrilico. La mano vola sulla carta come l’uccello nell’aria, l’inchiostro nero risplende, la parola trova il suo passo danzante sul terreno; i pittori guardano con gli occhi sbarrati. Preparo i colori e altri pennelli. Alguima dipinge a sua volta sul primo, in ginocchio vicino al foglio. Grandi tratti rosso arancio spuntano sotto la sua mano, giocano con le curve delle lettere delle parole. Insieme prepariamo subito un secondo foglio. Belco desidera aggregarsi, io scrivo nuove parole con l’inchiostro; Hama si impadronisce dei pennelli, li fa danzare con del blu e del viola. Il calore è intensissimo, il sole splendente. L’ombra delle rocce si accorcia. Alabouri si distende in una stretta cavità orizzontale tra due placche sovrapposte, a due metri dal suolo, il corpo allungato in una sorta di dormiveglia continuo; a volte si addormenta, riapre gli occhi, ci parla un po’, si addormenta di nuovo, si risveglia ogni tanto per tradurre; la sua tunica stamattina è dello stesso colore grigio e ocra delle rocce tra le quali è sdraiato. Scrivo ancora dei poemi su altri due fogli e comincio ad avvertire la fatica di tanti accadimenti, della notte cortissima, del caldo così intenso su queste rocce rivolte ad est, surriscaldate fin dall’alba. Quando Hamidou a sua volta prende i pennelli e l’acrilico, io cerco, appiattendomi contro una parete, di trovare un po’ d’ombra. Scrivo di nuovo, in pieno sole, le parole che mi vengono. Caldo e fatica diventano troppo intensi. Non potrei continuare ancora più a lungo in queste condizioni: affretto le operazioni, per quello che mi riguarda, e propongo di invertire il nostro rituale: dipingo con l’inchiostro, di seguito, le parole alle quali penso su tutti i fogli restanti. I pittori guardano la mia mano che danza, la mia schiena che si inarca, la mia mano che danza. Devo talvolta fermarmi quando la testa mi gira troppo. La mano danza da sola, felice, il tratto di inchiostro nero diffonde la sua musica sul foglio, traccia il suo cammino sul foglio, dispiega il suo canto sotto il sole; le montagne tabulari nella pianura lontana, dove la bruma è completamente scomparsa, crepitano e si muovono. Alla fine mi fermo, cadendo all’ombra della prima roccia e vedo, sopra di me, la testa sporgente di Alabouri: sono ai piedi delle lastre tra le quali si è disteso. Se il lavoro è superiore alle mie forze, i cinque pittori non si tirano indietro. Parlando sotto voce, ridendo all’occasione, essi continuano a posare i loro segni alternando i colori e le mani. Così per due o tre ore; il sole è ormai allo zenit. I pittori giocano con il suolo e con l’orizzonte; giocano con i tratti neri delle lettere, con le visioni dei poemi, con i colori che si inarcano sotto il sole. Creano una coreografia per la parola, con la materia delle parole nere, con la materia dei segni verdi, rossi, arancio e malva, danzano da soli o insieme, uniti e spontanei, senza aver più bisogno di discutere su quello che vogliono fare; l’opera si sviluppa da sola, recitando il suo teatro naturale sulla roccia piatta sotto il sole, direttamente davanti al grande vuoto e all’orizzonte, ancora meglio di ieri al calare del sole, quando le sei opere, in particolare la sesta, realizzata da tutti noi sul grande tessuto giallo, erano distese sui muri come uno scenario davanti all’orizzonte. Io sono quasi sfinito, Alabouri è affaticato, Hamidou, Alguima, Belco, Hama e Dembo cominciano sicuramente a risentire dello sforzo; ma una libertà alata, una grazia felice ci abita tutti. La pianura in basso e l’orizzonte si muovono lentamente al ritmo alternato della nostra respirazione. Il segno e la parola, la parola nel cavo del segno, base ritmica dello spazio. Il respiro della parola, sorgente d’aria dello spazio.

La parola, base respiratoria dello spazio.

La parola, respiro basilare dello spazio.

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