I destini minori

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Isacco Turina
I destini minori
Rovigo, Il ponte del sale, 2017

L’umanità iniettata da Isacco Turina, nella sua opera prima, s’incarna nel reale senza nessuna indulgenza. Ogni singola stanza è un osservatorio da cui si scrutano e spesso si disapprovano, in modo discorde, le scene e le fisionomie che accadono. Vi si studiano soprattutto gli interni, oltre i contorni più facili, della propria casa e delle dimore adiacenti, e fin dentro le figure umane che, appesantite, agiscono nell’isolamento. Con versi addetti a una precisione per nulla consueta, Turina avvicina le ustioni quotidiane con sguardo capace sia di acuta denuncia sia di provata discolpa (“Dormivamo, e le ustioni del giorno / erano pelle nuova al risveglio. // Ci è capitato di essere poeti, / ambulanze che portano / un carico di sangue estraneo.”). Dove avvicina la morte subito giunge un libro o un fiore capaci di respiri giudiziosi, come se perfino la cenere fosse necessaria alla vita. Ed è così, è provato da libri come questo. Dove si crea una regola fortemente voluta e appropriata ai tempi (“Se ti guardo di fronte e mi ritrovo / in debito di tutta la bellezza / che mi manca, conosco in quel momento / anche lo sguardo distante di chi / per vederci dovrà voltarsi indietro.”). Dal Matteo delle Sacre Scritture in poi, citato all’inizio, occorre sapere che per nostre parole saremo giudicati colpevoli o innocenti. Essere poeti comprende questo tipo di possibilità, inutile indebitarsi con coloro che pur scrivendo si separano dalla biografia. Turina non mette calma al proprio tempo, addita le giornate dell’infanzia e della maturità, comprende in molte pagine la lingua materna che altro non può essere oltre al dialetto. In una interezza, per nulla consolatoria, si percepiscono i dolori del ventre femminile, gli sgarbi della vecchiaia, gli strappi dei muscoli, spalmati nella quasi immutabilità dei casolari, delle autostrade, degli oggetti casalinghi (“No gh’è gnanca pi’ ‘l vento da ’ste bande. / Vegno ancora a catarte, a chela ora / che la brina la casca da le piante; / ma me sento foresto ’n casa tua…”). D’altronde la struttura delle poesie, i periodi sintattici, corrispondono alla materia trattata, ne rafforzano l’insediamento nelle pagine che si accumulano secondo l’indicazione che l’autore, nel corso della stesura durata anni, ha definito una volta per tutte. Questa resistenza originale si ascolta senza mai venir meno. È la coscienza non compromessa del proprio corso e delle proprie forze, che raramente oggi viene alla luce. Qui, al contrario, si studia la genealogia di ciò che irrimediabilmente è mutato.

 

Testi

 

Sangue di mosche sul muro. Eppure abito
qui, come belva agli abbeveratoi.
Cresce il muschio notturno sui canali,
suono di palpebre umane, di pane
invecchiato nelle tasche.
E odore di vernici che s’incendiano
addosso alle cose, che svelano
l’alveo bruciante del colore.
Indizi di possibili intervalli
tra l’occhio e la narice.
Lirica sull’intonaco, incompiuta:
“Mio corpo, ripostiglio
per le ossa, luogo in cui stipare
sulla terra il superfluo della notte”.
Memoria di bambini che si muovono
nel buio, la mano alla parete, il piede
che tasta lentissimo l’aria.

 

*

 

Mentre lasci il letto, sale
da lenzuola smosse odore di cenere.
Ti allontani su mattonelle fredde.
Come un biglietto che scade in silenzio
l’attimo dell’amore si è concluso.
La vita dei semafori lampeggia
eternamente dai viali. Accendo
nella stanza una luce più debole,
il tuo mappamondo infantile:
bianche terre polari, isole gialle…
In un cielo sudato ci stendiamo,
nuda costellazione degli amanti.

 

*

 

Ci è capitato di essere poeti
come arriva un esproprio sulle case
per una strada in costruzione
che quasi non ci riguarda.

Dormivamo, e le ustioni del giorno
erano pelle nuova al risveglio.

Ci è capitato di essere poeti,
ambulanze che portano
un carico di sangue estraneo.

E intanto il movimento
di pettini antichi ci lascia
in testa capelli di morti.

 

*

 

Sentirti passare nel buio
come un seme nel frutto. Prevedere
il momento in cui mancheremo, il dopo
delle piazze crollati i campanili
superbi. Ti trovo nel buio:
da una palude immensa come un occhio
emerge la pupilla che mi sfiora. Dobbiamo
amare in silenzio la terra che ama
i morti come un marmo le sue vene.

 

*

 

Non servono prigioni o cimiteri:
dondola nell’aroma del catrame
una gabbia per tutti gli animali.
Gli schermi mostrano lontane folle
d’uomini stesi in preghiera, aghi
caduti da un’altissima pineta.

 

*

 

Inverno

No gh’è gnanca pi’ ’l vento da ’ste bande.
Vegno ancora a catarte, a chela ora
che la brina la casca da le piante;
ma me sento foresto ’n casa tua:
le perle del rosari i è de giasso
e le nostre preghiere no le riva
distante, le se zmorsa ’n de la boca.
Te me varde coi oci zelè. No gh’è
pi’ gnan ’na sdinsa ’n de la stua, zo ’n corte
no resta gnan n’ombrìa de l’istà.
Sema vizini
come du forestieri ’nsima al treno,
come du diei che no i riesse a tocarse.

Non c’’è nemmeno più il vento da queste parti. / Vengo ancora a trovarti, all’ora / in cui la brina cade dalle piante. / Ma mi sento straniero in casa tua: / le perle del rosario sono di ghiaccio / e le nostre preghiere non arrivano / lontano, si spengono in bocca. / Mi guardi con gli occhi gelati. Non c’è / più una scintilla nella stufa, giù in cortile / non resta nemmeno un’ombra dell’estate. / Siamo vicini / come due estranei sul treno, / come due dita che non riescono a toccarsi.

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11 pensieri riguardo “I destini minori”

    1. perfettamente rispondente al mio pensiero di sempre, ma io arrivo tardi e già li trovo. Grazie ! e grazie tanto anche a elio a cui devo la mia prima uscita in pubblico. tanti anni fa con la stessa riconoscenza di ora.

  1. Però occorrerebbe leggere l’intero libro, come sempre quando si tratta di una raccolta poetica, e ancor più in questo caso.

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