V come Vincent

 

Davide Racca
V come Vincent
Postfazione di Marco Ercolani
Coup d’idée – Edizioni d’arte di Enrica Dorna, 2018
Collezione La costellazione del Cigno

 

la vita scritta nelle lettere non è quella taciuta vivendola.
non scrivi solo per esperienza o ragione. scrivi perché sei
in una stanza angusta e perché le visioni oscure hanno
bisogno di parole chiare. per chiedere dei soldi e perché è
più facile pulirsi l’anima scrivendo. e scrivi per non restare
solo, pericolosamente solo, con la tua figura in piedi
davanti al tuo letto

*

tra una bibbia aperta e l’interno di un caffè notturno
nessuna differenza: entrambi ubriacano, danno luce,
indicano solitudini. entrambi con una vita propria anche
senza la tua

*

le luci nel mare sono aguzze lame. ti spogli per andargli
incontro levigato come un osso. alla parola getsemani entri
nell’acqua con un lobo in mano. da autolesionista ti
immergi con volontà. sparisci nel lavacro

*

docile intellettuale sedentario, il corpo prende le pieghe di
un minatore un contadino uno scaricatore di porto. il
mondo cieco visto dal basso da alienato mette gli occhi nel
cosmo

*

cercando compagnia alla solitudine trovi un ex-studente di
teologia, un ex-pastore. qualche scelta senza vocazione, un
pittore di quart’ordine, una donna a pagamento, un letto
d’ospedale. un orecchio e un fratello lontani. un gigante,
un nano, un matto e un anacoreta, un cervello in gabbia e
corvi nel tramonto

*

da insonne ami le distanze. nelle vicinanze coltivi insonnie

*

se le stelle cadono, aumentano i digiuni. se immagini
finalmente la calma, il mare si agita. se ami la tua donna,
lei scompare in un collettivo giudicante. se qualcuno ride
di te, tu ridi e ti incupisci. se il dr. Gachet lo vuole, tu lo
vuoi. se a tuo fratello nasce un figlio, dipingi mandorli in
fiore. ma se il cielo si oscura, voli con i corvi

*

l’orecchio tagliato non separa più suoni nell’indistinto
assoluto. l’architettura ideale ha un’acustica impossibile se
non strappa dalla sua carne un lobo di realtà

*

nello spazio crivellato di chiodi guardi fuori della ragione
con un’aria di flagellazione

*

ti avvicini allo specchio e fissi gli occhi negli occhi
dell’altro leggermente spostato. il tuo doppio si gira in
semiprofilo con lo stesso movimento e dalla parte opposta.
comincia il ritratto: un panorama di presagi dal grano del
mento al golgota della calotta

*

quando ti spezzi le giornate sfiniscono

*

abbattere un muro. e dietro il muro un altro muro, di ferro.
non serve la lima senza la pazienza. inutile scavalcarlo se
è lo stesso muro che innalza la tua pena

*

ogni tentativo di evasione rinserra la cella di rigore. ogni
giorno che passa, promessa e minaccia, un quadro, un
conto alla rovescia

 

(dalla postfazione di Marco Ercolani)

[…] Racca esprime l’ossessione dell’uomo e dell’artista Van Gogh: combattere contro ogni limite che voglia annientare la sua ricerca espressiva: “la natura, perfetta, tenta la tua rabbia”. Il compatto mondo esterno cerca sempre l’artista che lo raffiguri/sfiguri con il suo occhio personale: («dagli escrementi del tubetto vengono forme finora neanche Intraviste»). Al poeta preme indagare l’enigma dell’atto creativo, la sua visceralità e la sua esattezza («nelle notti di deliri mescoli Rembrandt con le giapponeserie»). E tutto il libro è l’incursione di una parola tormentosa, laconica, lacerata, nel bianco del foglio, alternata ad eleganti segni stilizzati che evocano le forme create dal pittore. Risuonano, come un’eco deformata, le parole delle lettere di Vincent a Théo, in un dialogo tellurico, magmatico, dove la percezione è quella della visione e del sogno, del continuo sfuggire della materia: («niente di ciò che appare è solido. niente si regge / veramente»). Il poeta scava, nelle parole di Vincent e nella sua stessa parola, fino a lasciare, nella pagina, talvolta, soltanto un rigo («tutto ciò che trema medita paura») con effetti aforistici perturbanti («da insonne ami le distanze, nelle vicinanze coltivi insonnie»”).

[…]

La “febbre” è quella dell’artista al lavoro, già annunciata in epigrafe al libro («sempre alla ricerca, senza mai trovare»), febbre di una ricerca che, oggi, è anche sete di intransigenza espressiva: («scrivi perché sei / in una stanza angusta e perché le visioni oscure hanno / bisogno di parole chiare»). Davide Racca cerca energia nella luce dell’atto poetico, nel violento colloquio tra vivi e morti, e in questo libro, tra strappi e lampi, scava pezzi del suo io dentro il cosmo alienato del pittore, alla ricerca di una libera via che distolga dall’asfissiante vita: («tra una bibbia aperta e l’interno di un caffè notturno / nessuna differenza: entrambi ubriacano, danno luce, / indicano solitudini. entrambi con una vita propria anche / senza la tua»). In questa “libera via” domina il rispetto per la vita anche contro la pittura, come testimonia la voce stessa di Vincent, in una lettera a Théo scritta a St Rémy nel 1889: «Quando ti manderò le quattro tele che sto facendo nel giardino, vedrai che l’eventualità che la mia vita trascorra soprattutto in giardino non è poi tanto triste. Ieri ci ho disegnato una grandissima farfalla notturna molto rara che si chiama testa di morto, di un colore molto distinto, nero, grigio, bianco sfumato e con riflessi carminio, e che volgono vagamente al verde oliva, è molto grande. Per dipingerla avrei dovuto ucciderla ed era un peccato […] Te ne manderò un disegno con altri disegni di piante».

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4 pensieri riguardo “V come Vincent”

    1. caro Marco, grazie a te per le parole… E a Francesco Marotta: grazie per l’ospitalità e per la conoscenza dell’origine

  1. Bellissimi testi. Non parlano di Vincent ma parlano in lui. Della sua diuturna “starry night”, di un altro che ha “preferito sparire” (ma chissà, lo voleva davvero? ).

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