Rarefazione

Dinamo Seligneri

Rarefazione

È passato un anno dalla morte di mia moglie. Quel poco di educazione che ancora ho mi ha imposto finora di rispettare l’anno di lutto: prima di allora nessun vedovo che si rispetti può risposarsi, farsi troppo vedere in giro, men che meno con altre donne o donnacce, parlare liberamente della moglie, fare il cascamorto anche solo per gioco o mostrarsi eccessivamente allegro in pubblico.

“Il vedovo è un monaco”, mi aveva detto un mio cugino ai funerali. Ed aveva ragione o così mi sembrava.

Come tutti i grandi peccatori e disgraziati al mondo, pure io ho sempre avuto una vocazione ascetica e in un certo senso una vocazione monacale. L’abito del vedovo mi è quindi calzato a pennello sin da subito. In questo devo dire la sorte mi ha un poco favorito: non ho ricevuto nessuna proposta di matrimonio da chicchessia, né mi sono dato pensiero io di muoverne alle donne – sono sempre stato un bell’uomo, ma ormai appassito, perduto. La mia misera posizione sociale e morale d’altronde non mi permette di pensare al futuro, figuriamoci all’amore che del futuro è uno dei tanti leccapiedi. So pensare solo per blocchi di giorni, a volte di ore. Da qualche tempo non accendo nemmeno più la televisione, non guardo le partite, non esco, non mangio… non arrivo a pregare come i monaci, è vero, ma mi sembra che se qualche volta come ora scrivo, mbè, questa è la mia preghiera (a chi? A nessuno, naturalmente… ché è già qualcosa).

La mia occupazione preferita è diventata quasi senza volerlo quella di fissare l’orologio che batte. Ne ho uno attaccato al muro e lo guardo. Ogni giorno, appeso all’orologio, mi sembra di dimagrire di più e di consumarmi; anche questa mia prima persona che scrive (prega?), a forza di dimagrire e silenziarsi, mi fa pensare ad una rarefazione: la rarefazione della prima persona. La mia.

La mia anima… La mia preghiera fumante.

L’anno di lutto è passato da qualche settimana. Di mia moglie ormai posso scrivere, parlare non è proprio più possibile… qua attorno non c’è più nessuno.

E’ quasi una liberazione che l’anno sia passato. Non sarebbe nemmeno un mio desiderio quello di scrivere di lei ma sono tanto frammischiate le nostre vite che non posso parlare o solo indicare qualcosa di me senza tirare in ballo anche lei. Non posso dire di me senza dire pure di lei: non vi sembra questo uno di quegli indizi schiaccianti dell’amore vero?

Scriverò di mia moglie come ho sempre fatto, con grande rispetto e distanza, una distanza calda, dirò “Mia moglie”, non dirò il suo nome. È un’abitudine che ho sempre avuto parlando di lei con altre persone, in sua presenza o in sua assenza, chiamarla così, “mia moglie”, invece che dire il suo nome. Non è per formalità, figuriamoci, non sono il tipo, semmai c’è più una forma velata di pudore fisico, o di gelosia, di protezione, non saprei; anche i compagni che i primi tempi dal fattaccio venivano a casa per imboccarmi un po’ di buon umore, si erano abituati pure loro a questa mia abitudine. Forse dopo il fattaccio, per essere sinceri, questo tic mentale ha preso qualche metro in più rispetto al suo nome di battesimo e col tempo, dato che mi sono abituato a pensare così la sua dolce figura, mbè chiamarla per nome davanti agli altri mi sarebbe sembrato come sentirla un po’ meno, moglie. E anche un po’ meno, amata… Che ci posso fare? Sono fatto così.

Io un mestiere vero e proprio non ce l’ho mai avuto. Bisogna nascerci tagliati per fare i mestieri. Io sono nato puro, senza tagli e taglietti. E questa sciagura della purezza l’ho pagata per tutta la vita. Una volta ci provai a farlo presente ad un giudice che mi giudicava, ma fu inutile. Non capì, o almeno mi fece capire che non serviva capire e che per la legge il mio non era un argomento valido e mi presi la condanna. Mia moglie veniva a trovarmi in galera. Mi aspettava fuori pazientemente, coraggiosamente. In una parola: mi amava.

Fortuna che allora c’erano suo padre e sua madre ad aiutarla, sennò credo sarebbe morta di fame… ché pure mia moglie, pure lei, senza volerle mancare di rispetto, non è che fosse proprio tagliata tagliata per i mestieri. Era un cuore puro anche lei, e tenace. “Tu sei una donna tenace” le dicevo quando bevevamo insieme un po’ di vino. E lei mi baciava.

Fu a causa di mio suocero che per qualche tempo ebbi un mestiere di quelli veri, ufficiali: mi diede la gestione di una ricevitoria e tabacchi. Per lui rilevare quell’attività fu un affare e volle dare a me e alla figlia, soprattutto alla figlia, la possibilità di avviare la vita su binari più sicuri di quelli che potevo offrire io che a dire il vero non offrivo proprio niente. Allora non ero tanto saggio come adesso e accettai, forse più per gioco che per opportunità. Mia moglie era tanto orgogliosa di me.

Purtroppo non avevo delle belle amicizie, diciamo pure che avevo la feccia delle amicizie, e di questa feccia si riempì con mio grande divertimento la ricevitoria; poi non so perché presi a bere tanto – mi tremavano le gambe dalla paura di fallire -, e stando in una ricevitoria presi a giocare, troppo, comunque più di quanto incassassi.

Mi piacevano tanto i gratta e vinci, il lotto e le schedine delle partite e dei cavalli, pure quelli finti che stanno sopra gli schermi dei punti scommesse come dei videogiochi, invece figurano come cavalli veri e propri che ci si puntano sopra i soldi veri e propri. E ti spellano vivo.

C’era un signore che veniva da me. Un pensionato. Carlo si chiamava. Prendeva diciamo quasi mille euro di pensione. Il primo del mese andava alle poste, ritirava e poi veniva da me e mi consegnava la pensione intera intera; io contavo i quattrini come un impiegato postale e gli davo il corrispettivo in gratta e vinci. Madonna quanto gli piaceva grattare i biglietti! Ci passava le giornate. Spesso non bastandogli la pensione, giocava sulla parola. E si indebitava con me o con altri.

Alla fine quella ricevitoria e tabacchi mi portò male. Ci rovinò tutti. Me (o meglio: mio suocero), i miei compagni fecciusi, e il signor Carlo che fu internato in casa della figlia e spogliato di pensione mediante delega forzata. Si uccise per il nervoso con un sacchetto dell’immondizia, non saranno passati nemmeno dieci anni. Si disse che si era ucciso per i troppi debiti, ma a me pare che si sia ucciso perché non gliene facevano fare più.

Mio suocero per non riconoscere il suo errore di avermi affidato qualcosa che non mi competeva, prese ad odiarmi. Non poteva vedermi nemmeno stampato in foto e dava tutte le colpe a me per quel pasticcio di soldi in cui si era trovato; per fortuna mia moglie, un po’ per quella sua vocazione vittimistica che la faceva godere nelle sconfitte e nel ricevere compassione dagli altri, un po’ perché ero sempre quel bell’uomo alto e di maniere che aveva sposato, mia moglie mi amava e non volle saperne di lasciarmi e tornare a casa del babbo (ah, se avesse messo da parte questo grandioso amore che ci univa e avesse pensato un po’ di più a sé stessa… forse ora sarebbe ancora viva e io l’andrei a trovare innocente e innocuo a casa del babbo, tirandole qualche sassolino alla finestra per non farmi scoprire invece che andarla a trovare al cimitero, quando ci vado, ché ormai saranno mesi che non ci vado e s’è seccata ogni cosa).

Io la tradivo qualche volta ma devo dire che non le ho mai cercate le avventure con le altre donne. Potevo tirarmi indietro è vero ma non le ho mai cercate. Mia moglie era una bella donna, più che bella forse particolare, con il naso all’insù, alla francese. Una volta sola scappò di casa, quasi senza portarsi nulla dietro, e dovetti andarla a riprendere a Saronno. In preda allo sconforto aveva preso e se n’era andata. Non aveva molti soldi ma salì su un treno e tirò verso nord finché le bastarono. A Saronno i controllori la fecero scendere. Aveva fatto quasi 600 km. Passò un paio di notti alla stazione e poi l’andai a riprendere, ché Saronno non è mica dietro l’angolo e poi andava punita in qualche modo.

Malgrado la vita non sia stata molto sorridente con me, sono sempre stato una persona gentile, di una gentilezza vera, che mi aveva insegnato quell’anima buona di mio nonno, un uomo senza fronzoli e diretto verso il Bene, che aveva scoperto ahimè prima di tutti il mio destino disgraziato.

Anche nei miei traffici e nelle mie truffe, ho preso e brigato solo quello che serviva per non finire al macero. Ed anche al pensionato Carlo, quando lo vedevo così affannato e allettato dal gioco, glielo dicevo, “Signor Carlo, non me la dia a me tutta questa bella pensione… se ne tenga un po’ per lei… la sua figliola s’arrabbia”. Ma lui niente, niente, e se poco poco insistevo, minacciava di andare comunque da un altro… e allora dopo un po’ uno dice evvabbè, eccoti i gratta e vinci.

Mia moglie me lo rinfacciava sempre che non mi capiva, ma come, diceva lei, “Se sei un delinquente, sei un delinquente, e basta… chessò ‘ste sottigliezze?”; invece io mi ostinavo nelle sottigliezze, mi ostinavo ad essere un delinquente galantuomo… la mia passionaccia per le sfumature.

Ed è questa mia cavalleria ladronesca che ha portato mia moglie a perdere i nervi, ammalarsi al cuore… e infine, chissà, morire così squallidamente come era vissuta.

La mia anima somigliava secondo me all’anima di mio nonno, buona e diretta verso il Bene, e non fu tutta marcia e da buttare come pensano tanti che mi hanno tolto perfino il saluto. Mi sono rimaste invece tante cose belle che si possono dire senza vergogna ed anzi con gioia. Quel giorno con la sciatrice di porcellana per esempio…

Ero sopra un autobus della cittadella dove abitavamo allora. Credo abitassimo in Ascoli, giù nel nostro alto meridione; era un sabato mattina, faceva parecchio freddo, c’era una guazza che entrava nella testa, sopra i vetri e i tetti delle case, sopra l’aria, c’era questo guanto bagnato che copriva il nostro sguardo, facendo precipitare tutto sotto una luce di crepuscolo: eppure era mattina… Lo stadio degli illustri editori Cino e Lillo Del Duca quella mattina ci guardava più freddo e cattivo che mai, con il suo cemento scrostato, le sue montature di zucchero, la curva larga, facile ai boati del pubblico… Era un sabato mattina davvero italiano, come recitava la canzoncina, io ero lieto come non mai. E giravo. Giravo ingiostrato dentro l’autobus, non pensavo nemmeno più che ero uscito come tutte le mattine per portare a casa un po’ di mangiare. Cercavo del lavoro facile, senza troppo impegno. Sarei anzi andato di certo a vedere di racimolare qualche mela al mercato, un casco di banane, un fascio di spaghetti, avrei chiesto qualche prestito, avrei fatto un po’ di cresta con alcuni conoscenti… sarei passato senz’altro per il centro, a piedi sarei sfociato nella splendida piazza del Popolo con quel Duomo altero che si degna di concederle appena una spalla, e mi sarei bevuto con calma e piacere il caffè corretto all’anisetta del gran Caffè Meletti, davanti all’ampio specchio avrei visto quella mia faccia e forse, in mezzo a tante dolcezze, non mi sarebbe sembrata nemmeno troppo sciocca.

Fantasticavo così ma non mi decidevo a scendere giù dall’autobus che mi portava avanti e indietro per quella bella atmosfera da set cinematografico e intanto il tempo passava… il sangue ringiovaniva.

Entrò così nella pancia del postale questo nugolo di sciatori diretti alle montagne. Erano tanti, giovani, tutti felici e paonazzi e turgidi dal freddo che li confortava nei loro cappottoni imbottiti. Erano ragazzi, poco più che ventenni, cui la vita sorrideva… Uno parlava della sua officina di meccanico che andava a gonfie vele, un altro parlava sempre del suo motorino truccato, un altro parlava solo di cani lupo o del suo lavoro di mobiliere, una ragazza era cassiera di bottega ed amava sopra a ogni cosa la montagna e le escursioni, e amava tantissimo la sorella che studiava per fare la maestra… quest’ultima, quando mi riuscì di riconoscerla, si manifestò subito per quell’angelo che era: bellissima, castana, alta e giovane, con una pelle levigata e lucida al tatto (anche se non l’avevo toccata) come un tazzina uscita dalla lavastoviglie che scricchiola sotto le dita; c’era un omone della compagnia che le faceva qualche carezza sul viso di porcellana, e le dava dei bacetti sul collo. Un gruppo simpatico che parlava del più e del meno sollazzandosi e che mi mise ancora di più di buon umore, e rimasi così appollaiato sul mio sedile che ero tutto come dentro un crogiolo di piacere, il nocciolo di una felicità amabile da cui non volevo staccarmi. Ecco la vita positiva, mi dicevo. Una vita piena di cose per cui impegnarsi, lavorare sodo, perfino morire di fatica (l’officina, i mobili, il concorso per maestre, la bellezza). Tutte cose che stordiscono la mente ed impegnano il corpo. A me, chissà per qualche motivo, tutto questo non era stato mai dato. Nemmeno come sogno notturno.

La scena per giunta mi ricordava la mia gioventù… e la mia cara moglie… e mi riportava alla mente gli amici di allora, le passioni di quelle stagioni, le scene di quella vita. La nostra era una compagnia variegata soprattutto per via degli amori che ne sbocciavano… tra di noi c’erano alcuni dei figli delle famiglie più privilegiate a denari del paese tra cui lei, la mia futura moglie; e dall’altra alcuni di quei figli delle famiglie più privilegiate a colori, disgrazie, vita, povertà, libertà, com’ero io, primo rampollo stralunato di una famiglia di muratori e operai sartoriali e cuochi di bassa lega e contadini e pastori con alle spalle secoli di pecore e vento. L’anello tra questi due gruppi ero stato io che mi ero fidanzato con questa bellissima ragazza dal nasino alla francese, e i capelli mossi e profumati, figliola di belle speranze che poverina sarebbe diventata da là a qualche anno mia moglie e tirai dentro nel gruppo anche i miei di amici… Fui molto moderno, bisogna riconoscerlo, ché nonostante le nostre differenze sociali e il fatto che io fossi più ricco di colori e musica di lei proprio perché abitante di un mondo più povero, sciagurato, pazzo e fiabesco del suo mi accompagnai con questa ragazza mora e borghesissima che mi faceva battere il cuore talmente veloce e con tanto doloroso amore che passai sopra alle nostre differenze e ci baciammo una notte di fine estate sotto un ombrellone sperando di non essere cacciati dalle guardie e facemmo talmente tanto gli innamorati che finimmo per innamorarci davvero; decise tutto lei, come deve essere, ma io ero felice e le facevo tante carezze, per quanto non era nel mio carattere, e ci volevamo bene.

Allora perché, mi chiedevo davanti a quei ragazzi che sembravano noi, perché non ho mantenuto gli impegni? perché la vita è passata, senza essere vissuta? senza essere amata?

Qui la visione antica passò via dalla mia mente, lasciando il passo alla scena più contingente ed immediata: la compagnia di amici (i loro e i miei, c’è da dire) scese infatti dall’autobus per prendere una coincidenza verso le montagne, e vidi quello che mai avrei voluto vedere… vidi che la sullodata sciatrice di porcellana aveva lasciato nel retino del suo posto un buffo portamonete di colore rosa. Stavo già con un piede in balzo per afferrare quella specie di marsupino e chiamarla a gran voce per restituirglielo quando mi apparve come un santino la faccia di quella cardiopatica di mia moglie che aveva impegnato ogni cosa di oro e servizi in quegli anni, che sapevo in quel momento stava girando attorno al tavolo dall’ansia che io fossi uscito ed era in pensiero, temeva che mi succedesse qualcosa, che i carabinieri mi portassero in caserma, e dovevo riportarle qualcosa da mettere sul fuoco, fossero anche solo piume di gallina (quel ladrodigalline che sono!). E allora tornai in me, nella mia calzamaglia di borsaiolo, e agguantai senza più esitare il portafoglio della ragazza di porcellana, futura maestrina di scuola. Nessuno si accorse del mio maneggio. L’autobus ripartì e io con gli occhi bassi aprii il portamonete. C’erano le solite cose. Alcune banconote, per un raccolto di non più di cento euro; c’erano poi dei biglietti vecchi del bus obliterati; le varie carte di riconoscimento e la patente della macchina; una tesserina del bancomat, senza codice; alcuni ricordini di quando c’era la lira tipo mille lire e la Montessori schiaffata davanti; spiccioletti vari e una caramellina alla liquirizia.

La mia signorilità fu evidente. Rubai solo le banconote e gli spiccetti. Lasciai intonso il bancomat, quando conoscevo benissimo tangheri che sapevano alla perfezione ripulire un conto partendo da quella sola tessera. Rimisi il portamonete al suo posto, nella sua rete, con i documenti e tutto dentro. Eravamo al capolinea, quindi era sicuro che nel giro di pochi minuti, il tempo di accorgersi del pasticcio, e la ragazza e i suoi amici avrebbero fatto delle chiamate al deposito dei postali e si sarebbero fiondati sul portafoglio. E avrebbero trovato un lavoro pulito e splendente. E in cuor loro, se non erano scemi, mi avrebbero ringraziato, perché ci sono colleghi che fanno i vandali coi portafogli, distruggono peggio della peste e dei cani randagi colla monnezza, e ti mandano a giro per comuni e caserme per rinnovare patenti carte d’identità bancomat carte di credito…

Io no, ero e sono rimasto un ladro gentiluomo. Una persona precisa e chirurgica. Diretta verso il Bene, come mio nonno. Ho sempre preferito rubare ai poveri, perché c’hanno ancora qualche soldo nelle tasche, invece di questi ricchi d’oggi che per rubargli un caffè, con tutte quelle carte di credito, devi avare una laurea in informatica o in economia… figuriamoci. Sono uno all’antica.

Feci refurtiva con i soldi che c’erano e mi limitai a quelli. Mi ero degnamente guadagnato la giornata.

Scesi dall’autobus alla prima fermata, feci qualche passo fuori dalla stazioncina, all’aria aperta, respirai a pieni polmoni e vista l’ora e il posto dove mi trovavo mi infilai in un bel ristorante di mia conoscenza a festeggiare beato…

Amen.

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