Le notti aspre

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Evelina De Signoribus
Le notti aspre
Genova, Il Canneto Editore, 2017

La realtà della poesia sta dentro la realtà che regolarmente sfoggia elementi anomali a bestie e umani, fintanto che parola e giravolte dei corpi mostrano la vita e il fuori scala della morte. Sono sempre i linguaggi a indicare alle specie terrestri le strade sotto la luce del sole e dentro i sotterranei. Evelina De Signoribus mette in campo le cinque parti della natura specifica della sua poesia, affermative, dove il naturale di quanto accade all’esterno dello sguardo invade sia l’orologio del tempo sia l’organismo pensante che osserva, decide, si muove. Da un’intenzione “solitaria”, alla confluenza di Alpi che cadono in mare (la geografia non ha mai carattere casuale), vari elementi Evelina ritrova nei campi del sapere sotto le stelle. Evitando presunzioni di sofferenza, ma ponendosi frontale al magazzino del mondo. Ammette nella sua scrittura un principio, l’inizio dei passi, un’avvisaglia di quanto sarà disposto a farsi nominare. “È in questa lingua confinata che ti ritrovo.” Il pensiero presente ci porta dentro la prima parte del libro, un gesto perché non sfugga via la lingua, scansando le astrazioni per restare dentro tutte le parti del mondo. Il pensiero soggiorna insistendo, dice alla terra che i superstiti sono ancora lì, vengono riconosciuti lungo i passi, segnali che in questo libro non vengono mai meno. Sono uomini e donne, bambini, erbe e animali, il pieno di umanità riscoperta sul piano geografico, colonie nutrite e fondate nell’atlante personale della poetessa. Personale sparso a piene mani avanzando nella dignità delle pagine, poiché continuamente si chiede di alzare gli occhi e pretendere cenni d’intesa o di avvenuta conoscenza. E come punti aspri appaiono sul corpo gli sfregi a cui opporsi. Nell’improvvisa marea delle ombre siamo portati, diffuse dalle parole di Anna Maria Ortese (trascritte da Evelina all’inizio della seconda sezione) riservate ai morti che se ne vanno dal luogo della sepoltura. La leggerezza dei versi si mescola ora a un carattere esigente, per voler sfuggire al paradosso dell’inesistenza, quando si vorrebbero cancellare silenzi e dare ancora una volta voce a animali e fiori che forse incarnano ancora le anime strasvolate. La messe dei pensieri postumi al centro delle Notti aspre s’espande pagina dopo pagina, rilancia con forza le possibilità degli atti di parola, accarezza le disavventure a cui siamo portati. Non c’è traccia d’incagliamento qui. De Signoribus ha obbligo di fedeltà, lo dichiara a ogni conquista di terra condotta verso dopo verso. Dove passeggiano, ben più che ombre ma esseri fatti di cellule viventi, figli madri sposi amanti sempre protetti lungo gli itinerari. È lo spirito di Volponi la guida continua all’accordo della ricerca, mentre contrasta la delusione della lingua quando i sensi vengono meno. O le voci frantumate indicano lo stremo delle anime. Ma non c’è mai scarsità di materia in queste poesie, giacimenti di foglie e minerali e di spiagge in attesa, vengono in aiuto di chi vuole ancora sguardi su di sé oltre allo spiegamento fortissimo dei sensi di Evelina. Questi viaggiano nelle altezze alpine e appenniniche e nei vasti panorami marini, sempre pronti a raccogliere le grandi intenzioni della realtà. Non c’è rimpianto di non aver cavato mosse dentro la materia, alle spalle della poesia. Ci si avvede dei passi, continui e ben piantati sul terreno, prima ancora dell’orgoglio pieno di fiducia che il libro mostra mentre s’inoltra nei mondi plurimi del mondo esterno.

 

Testi

 

La tua specie assomiglia
all’aggressività della terra quando è attaccata
e alla dolcezza del mare quando è calmo.
È un mare che fa da scudo all’aldilà,
e dice, “oltre qui non puoi andare”.

È in questa lingua confinata che ti ritrovo.
Non c’è più nessun bilico, nessuna soglia.
Siamo al mondo impressi. E così restiamo
nel monito della fermezza,
come superstiti restituiti alla terra

e senza nulla chiedere
ché già salvezza ci è stata data.

 

*

 

Gli animali sopravvissuti dormono sotto un manto
di gelo, riparano il corpo
dentro la stessa terra
premendo orma e odore

ci dicono così della loro resistenza
e che non dovremmo più arrivare a cercarli.

Hanno credenze e riti e si ritraggono per necessità
sanno della morte e degli uomini
si nutrono e si bagnano con la stessa acqua.

Sono ospiti nei grembi materni
e insieme crescono, dividono il cibo,
emettono versi diseguali
echi di una dichiarazione.

 

*

 

Alza gli occhi, fammi cenno
che vuoi approdare, qui, dove il mare
ha la calma della salvezza

tu che vivi dove le onde
travolgono ogni mitezza…
Sii il tuo ricordo, ti aspetto

in questo infinito spazio
dove presente e passato
al tramonto si distendono.

 

*

 

Tra i rovi risalgo la china
per condividere le tue lacerazioni
e il tuo istinto a vivere

che risorga a speranza
a ogni caduta e sfregio
e a ogni orrore.

 

*

 

E se fosse una lingua di terra dove t’aggiri
mi concederesti un po’ di spazio?
Un’anima mortale può
non abusare delle parole, rispettare i silenzi.
Farei come certi pazienti animali,
vivrei le stagioni senza lamenti,
avrei risorse inimmaginabili in un corpo
muto di languori.

 

*

 

Non so dirti ora la parola che sento.
Riesco a captarne lo strascico, come chi
ripassa la corona tra le dita
e ha un credo di respiri brevi.

Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo,
se è un posto dove abbiamo vissuto
se salivamo le scale o non c’erano gradini.
Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo.
Avevi voce? Avevo vita?
Mi occorre sapere se ricordi
perché io altro non so che eri tu.

 

*

 

Figlia

Sei controversa su cristalli di luce
e un’anima quatta che al mondo si cela,
ritagli il giorno al bisogno essenziale
e di notte con la notte ti ammanti

decidi esiliate le tue ragioni
eppure c’è stato un arco del tempo
in cui hai cercato parole smarcate
per portarle a un suono vitale

hai cercato nella mischia il nome
non un’ombra o figura di schermo,
l’hai chiamato dichiarando l’intento
– essere solo, non solo parvenza –

non inchiodata alla riva del tempo
come una scapola del mare.

 

*

 

Combattenti

Ci sono itinerari che si percorrono a occhi chiusi
e il buio sfavilla di uno sparo
che nella mente si incendia.

Ci sono itinerari che si percorrono a occhi aperti
e lo sguardo che s’accende nella grotta
mira fuori un bersaglio vivo.

 

*

 

È l’ora in cui al frantumo delle voci
s’affacciano le anime notturne
e dicono intero il loro verso
e di chi è perso o non è più

indifesi da stremati pensieri
chiediamo tutti un aiuto
istinti di vita scampati
o già estinti, già echi.

 

*

 

Se solo questi inverni
non fossero stati un flagello
di monti scoronati e scalzi
che entrano nelle case senza bussare
e infangano i tuoi piedi e i tuoi beni
custoditi, solo quelli, con i denti

hanno ragione i monti – i morti
a mostrarti la fine e il daccapo.

 

*

 

Sono uscita a cercarti
per i campi infiniti
e salendo, lontano

stelle sacre scioglievano
le scorie del mio corpo
e così il mio affanno

s’estraniava il respiro
come mi stesse affianco
e non più mio, stanco

sotto l’albero, in sosta,
forse eravamo, foglie
senza battito. Svaniti.

 

*

 

Qualcosa si è mosso, forse un precario passaggio,
forse un presagio, o una speranza…
pare in essa una palpabile linea ombrosa:
è ombra irreparabile o riparo?
Al momento non possiamo sapere
ma solo aspettare domani.

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