Se questo si chiama amore

Carmine Mangone

Se questo si chiama amore,
io non mi chiamo in alcun modo

Con un saggio di Filippo Pretolani
Ab Imis Press, 2018

 

«Bisogna che io scriva in versi
per distinguermi dagli altri uomini?
Che la carità si pronunci!»

Isidor Ducasse

 

Testi

 

1

Salvare il proprio amore dalla sventura di
finire in un libro.
Lasciarlo libero di distruggerti.
Fortuna che io non ho avuto.

Il pensiero dell’amore è una prigione
e noi siamo gli ergastolani che si scopano
l’un l’altro per
non ridere delle stelle costrette in un corpo.
La formula è sbagliata, ma si continua a
scavare,
con le mani,
con la lingua.

Affondo il mio cazzo in te
e le parole muoiono.
Nulla di ciò che vive
è fatto per la pietra.
Se questo si chiama amore,
io non mi chiamo in alcun modo.

 

*

 

2

Quando Artaud sosteneva che la letteratura è tutta una porcheria, aveva ancora delle ragioni poco chiare, malamente definite. Per lui, non era ancora giunto il tempo in cui lo si sarebbe sbattuto fuori dal gruppo surrealista o dentro un manicomio.

Nel medesimo movimento di ripulsa e incomprensione, il poeta viene reso innocuo, marginalizzato, e decade mortalmente nella follia di un’intera società. Diventa cioè l’incarnazione particolare di una follia generale e assume la negazione della porcheria letteraria venendone valorizzato, invetrinato.

Come fare, allora, se voglio uscire da questo cerchio magico del valore? In che modo posso deviare la corrente e alluvionare gioiosamente il mio destino?

Se per letteratura s’intende l’abbellimento a parole della migliore umanità possibile, se giungo a rendermi conto del limite che essa mi pone costringendomi ad assumere i suoi criteri di bellezza senza realizzarli nel mondo materiale, senza incarnarli nel divenire della materia vivente, se divento quindi consapevole del risibile smalto che essa spennella sulle contraddizioni dell’uomo, non posso che volere un solo movimento, capace di sormontarla in un oltre che sia già qui e che costringa le mie parole, poco religiosamente, ad incularsi l’una con l’altra.

Ne ho abbastanza delle rilegature culturali e dei ruoli che tentano di valorizzarmi a partire da idee che mi riducono dentro una prospettiva di scambio!
Io parlo a te, ma non voglio un tuo beneplacito dentro le parole. Io parlo a te, mi rivolgo a te, perché voglio farmi la tua vita, voglio scoparti, voglio afferrare con te e grazie a te tutto il possibile dell’intesa, cercando però di non irreggimentare la nostra relazione – la nostra unicità – dentro una durata delle idee.
Il mondo non è semplicemente la critica del mondo. L’uomo non è soltanto una pretesa d’affermazione. Ogni cosa ha un nome, ma anche un’eventualità senza più nomi. Far sì, dunque, che la poesia uccida lo scambio per farlo rinascere come volontà comune, finalmente priva di ogni valore, di ogni attesa.

Tra la fica e la letteratura, io scelgo la fica.
Nessuna parola uscirà morta da qui.
Occorre fare della letteratura una porcheria senza fine e senza causa.

 

*

 

4

Nel movimento delle forze materiali, ci sono dei picchi di soddisfazione che addensano gli elementi del possibile in una relazione assoluta, irradiante energia e destinata a sciogliersi nel suo stesso affermarsi; relazione che assume in sé una compiutezza legata allo spazio, alla collocazione degli elementi scatenanti, e non al tempo, non alla responsabilità storica di una sua eventuale durata.
Questa relazione tra i corpi del possibile è la gioia, la giocosità.

Ciò che io chiamo gioia è un’emozione del vivente legata a un senso vivido di compiutezza, soddisfazione, benessere.
Essa non presenta l’indeterminatezza, la costante approssimazione metafisica della felicità. La gioia, infatti, staccandosi dalla banalità delle distrazioni, ha sempre a che fare con una concretezza carnale, unica e memorabile degli affetti che il vivente costruisce nel mondo.
Rispetto alle congetture sulla felicità, la gioia ha un corpo, una corrispondenza immediata alla presenza d’un corpo; non si subordina all’idea di un determinismo sentimentale, né si aggancia a una soddisfazione differita.
In altre parole, essa non si limita – semplicemente, culturalmente – a un pensiero della gioia.

 

*

 

10

Quale scalpo del pensiero prenderemo alla
testa degli esagitati?
Ci sono servi che invocano il diritto a
fingersi uomini e
sguardi che innestano baionette.
Quale mano stringeremo per poter fare un
nodo alla linea della vita?

Le regole sono semplici:
sormonta la paura,
abbraccia il possibile figlio
e l’impossibile padre,
tramonta sull’odio,
tramonta sull’albero selvatico della morte,
parla come un incendio,
albeggia sulla sfida ulteriore e senza più
centro.

 

*

 

17

Non blandire ciò che si espone,
non glossare il comodo e l’ordinario.
Impastali nella tua voce,
trascinali per tutta la lunghezza del mio
orgoglio.
Il corpo è uno, mentre
l’amore è sempre composto,
sempre pieno di ogni genere e specie.
Toccami, urlami,
fammi venire in faccia alla parsimonia di
questo mondo.
Non essere triste per gli alberi abbattuti
dalla filosofia.
Pianta nuovi corpi dentro il tuo,
adesca i semi,
illumina ogni petalo mortale.

 

*

 

27

I nomi sono tagli, aperture, oppure non sono. Preparano la colmatura dei corpi o, all’opposto, lavorano per l’assuefazione.

Si taglia per maritare il sangue alla ferita, non per l’onore della lama.
Le cicatrici, a loro volta, andranno a scomporre ogni unità, ogni disegno di purezza.

Non c’è poesia nella necessità di una redenzione.
Tra Achab e la balena bianca, ho sempre finito per scegliere il mare.

 

*

 

28

E come fai a non vivere infranto
giù per la gola del tempo?

Come fai a non issarti sull’unico e spoglio
albero della steppa e
a non ammirare lo spazio, il coro dell’erba,
l’aria che ti si apre dentro, e la luce, la
LUCE?

Elettrizzàti da un tramonto viola,
non moriremo più,
o forse sì, forse moriremo,
ma la morte allora
sarà solo un canto che solcherà generazioni
e mondi per aprire un vuoto improvviso
nella carne dell’odio.

 

*

 

31

Il bello non sta nei passi fatti,
ma nell’andare,
nell’ondata sempre imminente,
nei giorni da intagliare.

I passi fatti non sono da rifare,
perché l’andare è già un
compagno tacito, esigente,
che pone pensieri smaglianti
dentro il fuoco della presenza.

Adescare il sempre.
Concupire ogni avverbio di tempo.

La conquista della tenerezza è la
più grande impresa della materia.

 

(A questo link altri testi e tutte le indicazioni
utili per procurarsi il libro.
Qui e qui pagine di riferimento dell’editrice.)

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7 pensieri riguardo “Se questo si chiama amore”

    1. Se partiamo dall’etimo di “carità”, vi troviamo invischiato un quantum di disinteresse o di interesse affettuoso, il che mi andrebbe anche bene: un affetto senza organi (AsO), per parafrasare Artaud o Deleuze, un’affettuosità senza ordinamento, senza direzione, al di fuori della necessità (o contro di essa). Una carità, quindi, che abbia un minimo di padronanza rispetto al mondo (al senso?), senza però subordinarsi a chi vuole padroneggiarla per asservire gli altri. Ma lasciamo perdere… Dalle mie parti, la mattina non ha la carità in bocca. — Ti stringo forte.

  1. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, a quanto pare; e importa davvero poco se è quella giusta o meno; ciò che conta davvero è che sia la “nostra”, senza mediazioni o compromessi.
    Ciao, ti auguro buone cose e sempre migliori scritture.

    M.S.

    1. Assolutamente d’accordo. D’altronde, la citazione di Max Stirner che ho posto in esergo (insieme a quella di I. Ducasse) dice proprio questo. La incollo qui a beneficio del lettori della Dimora: «L’inizio e il materiale da usare per una nuova storia, una storia del godimento dopo la storia del sacrificio, una storia non dell’uomo o dell’umanità, ma – mia.». Ovviamente, andrà sostituito l’aggettivo possessivo singolare con quello plurale e avremo, in nuce, ciò che io ho definito, proprio nel mio recente saggio su Stirner, com-unicità (un altro nome per la comunizzazione possibile del mondo, ma che parte dall’individualità, non dalla massa; quindi, non una sottigliezza).

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