Balbettare

Yves Bergeret

[E’ possibile ascoltare questo testo, con tutti i suoi inserti musicali e etnomusicologici, dalla voce dell’autore sul sito e la webradio del Festival 2018 Primavera delle Arti di Montecarlo, nella trasmissione intitolata Notte del balbettamento e prodotta da David Christoffel. A questo indirizzo: Nuit du bégaiement.]

 

Balbettare

 

Il testo originale, Bégayer, si legge in
Carnet de la langue-espace.
Traduzione e note di Francesco Marotta.

 

Lo spazio risuona(1): terra e cielo risuonano. A questo incessante bordone si può rispondere posando il segno grafico che subito mette a distanza il rumore di fondo e apre la breccia del silenzio attraverso il primo tratto che nomina. E’ quello che analizzo nell’articolo “L’immagine sul muro agisce”.
Ma si può rispondere a questo bordone anche restando nell’oralità e provando a comprendere o a rilanciare qualcosa con le proprie corde vocali.

 

1. Il nome che incespica

Abitava a Nissanata, nel nord del Mali, ai piedi di una montagna del Sahara. A dispetto di quanto prescrive la Costituzione del paese, egli rimaneva, come del resto tutto il suo villaggio, schiavo di un invisibile padrone Peul. La guerra in corso l’ha ucciso, lui, Soumaïla Goco Tamboura. Era un uomo in bilico, sempre sull’orlo di un’altra dimensione del reale. Faceva l’indovino in questo modo: lanciava in aria le conchiglie e poi traduceva al richiedente ciò che gli spiriti invisibili rispondevano alla sua domanda inquieta, osservando la disposizione delle conchiglie ricadute a terra. Era anche un cantastorie per l’encomio e la memoria della famiglia del padrone, quindi un memorialista e un genealogista che sapeva impreziosire i suoi racconti, ma la sua salmodia e il suo canto nella sua lingua, il Peul, erano tanto belli e potenti che egli raggiungeva inusitate terre di libertà per mezzo della parola, tutto un altro mondo rispetto a quello della lode. Non sapeva né leggere né scrivere; ma nel suo villaggio e nella sua regione, dove quasi nessuno disegnava, creava sulla carta dei disegni per comunicare, dei disegni per la mia iniziazione e per introdurmi alla conoscenza degli spiriti e dei riti locali; poi mi faceva dono di ognuno di questi disegni insistendo per “leggermeli”, in modo che lui ed io ritornassimo fortificati nell’oralità. In seguito abbandonò la carta e mi “disegnò-scrisse” delle cose su placche di metallo che si procurava un po’ più lontano, nell’oasi, il giorno del mercato. Su quella qui riprodotta mi ha detto di aver scritto il nome del suo villaggio, per fissarlo nel reale della nominazione e trasmettermi la chiave della parola che incarna, stabilizza e perpetua. Guardate in che modo ha scritto. Egli era il grande balbuziente del suo villaggio.

 

2. Isola di Oléron, bassa marea a Capo Chassiron

Fine febbraio, vento del nord, glaciale. La bassa marea ha reso visibile il promontorio di nord-ovest della lunga isola di Oléron. Lungi dal balbettare, il faro di Chassiron con brevi lampeggiamenti segna il ritmo della notte e la certezza dell’orientamento in questi tratti marini sabbiosi disseminati di scogli, dove tanti naufragi attraverso i secoli continuano a uccidere decine di marinai. La bassa marea libera gli strati geologici sedimentari dalla lievissima pendenza. Distante, a qualche centinaio di metri dalla piccola falesia del faro, la linea dell’onda che si infrange. Tra questa e la falesia, le curve, le sinuosità degli strati minerali nel loro susseguirsi insistente e ripetitivo. A prima vista ho pensato a un impossibile lavoro di dissodamento dello zoccolo roccioso ad opera di un qualche dio balbuziente ubriaco munito di aratro. In effetti l’aratura è dovuta all’incessante lavoro di erosione delle onde, delle correnti, delle maree e delle tempeste sullo zoccolo minerale. Alla fine è difficile sapere chi crea queste gigantesche striature ansimanti: la roccia nei suoi sommovimenti lungo la scala del tempo geologico, o l’acqua salata con i suoi smisurati corrodimenti, o un destino cieco? Difficile saperlo, perché tutto in questa leggerissima pendenza resta in posizione quasi orizzontale, tanto la striatura rocciosa che il cielo e l’oceano. Immenso balbettamento di chi, per dire che cosa? Nessuna risposta, evidentemente, è possibile formulare.

 

3. Katajjayt inuit

La terra qui è piatta e bianca. Il vento soffia incessante. Tutto è coperto di neve. Neve che a volte si ammassa in cumuli. Le temperature sono estremamente rigide. Immense le distanze tra i villaggi. Gli Inuit vivono qui, con e nel bordone dello spazio bianco; la nota continua: il vento che spira senza incontrare ostacoli sulle sconfinate distese.

Per quanto oggi sia possibile spostarsi con motoslitte, in elicottero se si hanno a disposizione ingenti mezzi finanziari, lo spazio resta immenso. Spazio coperto di ghiaccio che nasconde la neve per la maggior parte dell’anno. Pochi rilievi, le loro lunghe forme distese si ripetono oltre i limiti della percezione umana.

La popolazione è molto scarsa. Rarissima la flora. La fauna anche, qualche grande oca selvatica, qualche uccello marino; rari orsi, delle foche, qualche mammifero. Tutti in grado di resistere al freddo intensissimo.

La luce rimane costante molto a lungo e la rapida alternanza dei giorni scanditi in cicli di dodici ore non esiste, per così dire. Alla notte bianca ininterrotta dell’estate segue la notte polare continua per parecchi mesi.

***

Da quelle parti ci si riunisce per delle gare vocali. Due donne, sedute o in piedi, accostano notevolmente i loro visi, le loro bocche. Espirando con rauca voce gutturale, una lancia un gruppo da due a cinque sillabe; di fronte, l’altra lancia una risposta di fiato sonoro, emesso prima che la contendente riprenda, senza nemmeno un secondo di attesa, con il suo gruppo di sillabe. Subito dopo la seconda fa sentire il soffio della sua espirazione. Un’alternanza estremamente rapida. Questi esercizi portano il nome di katajjaït; il senso e l’etimologia di questo termine, qui al plurale, sono andati perduti.

Le sillabe espirate hanno avuto un significato, anch’esso perduto. E’ rimasto appena un linguaggio residuale nel canto, senza sintassi, senza racconto né intreccio né personaggio, forse senza azione. Non il movimento della prosa, non la densità della poesia. Solo linguaggio: in lotta con se stesso.

Le donne che praticano queste gare parlano talvolta di gioco e anche di competizione. Una volta due gruppi di donne si affrontavano, dicono, in successivi duelli. Usciva sconfitta quella che per prima aveva il fiato corto o rideva. Perdere per una risata… La perdente era rimpiazzata da un’altra donna della sua squadra. La squadra perdente era quella che restava senza componenti a forza di eliminazioni. Non si sa più ciò che si perdeva né, del resto, ciò che si vinceva. Queste gare katajjaït, proprio quando la loro pratica era sul punto di sparire, sono improvvisamente riprese, una ventina di anni fa, in tutto il nordest canadese, e hanno avuto successo, diffusione entusiastica ed efficacia (così penso) presso gli Inuit. Attualmente la gara vocale di canti gutturali è di gran conto.

Se si ascolta il canto ad occhi chiusi, senza guardare le due cantanti quasi accostate, si ha l’impressione di una corsa sfrenata. Allora si nega lo spazio. Si va così velocemente che la distanza non esiste più. Ma una corsa ha sempre termine per uno sfinimento progressivo e una diminuzione della velocità. Ebbene, niente di simile qui. Il ritmo del canto gutturale è costante, estremamente rapido fino al momento preciso del suo brusco arresto.

Di quale corsa si tratta? Di quella del vento, col quale le cantanti rivaleggiano e nello stesso tempo familiarizzano, addossate a lui, per il tempo della gara? Di quella di una coppia di spiriti gemelli invisibili, accompagnati in un percorso fulmineo su queste terre bianche dove lo sciamanesimo è familiare?

Si tratta, prima di tutto, di vocalità umana. Si dice, a volte, che questi piccoli gruppi di sillabe si ispirano al grido delle grandi oche selvatiche. Un’oca selvatica in terra animista non è un grande uccello robusto dal lungo collo, ma la forma piumata di uno spirito potente, benefico o malvagio a seconda delle circostanze. Si cerca forse in qualcuna di queste gare di ritornare a un dialogo primordiale con le oche?

L’alternanza tra il suono gutturale rauco e quello dell’espirazione è sempre percettibile, anche ad occhi chiusi. Fa talvolta pensare all’ansimare durante il coito. Ma non fa sentire nessun crescendo fino al parossismo di un orgasmo, né alcun rilassamento di tensione dopo. Se l’ansimare sessuale rimane sullo sfondo in queste gare, è per far meglio apparire questo ansimare come un movimento ritmicamente incompiuto, nel quale le due antagoniste si stancano senza trovare una continuità ritmica. O piuttosto esse ansimano alla ricerca di questa continuità di cui solo il katajjaït, canto a due gole, offre la raffigurazione.

Il katajjaït si pratica generalmente con due donne, i visi quasi accostati. Sono loro che hanno il potere di rallegrare la comunità, di appassionarla, di rinsaldarla, di rifare il mondo indeterminato, monocromo e sconfinato per mezzo di un’estrema densità vocale, densità dell’accompagnamento delle oche selvatiche e dell’installazione del suggestivo ansimare in una eternità bianca. Il canto gutturale si rivela fratello gemello del canto, un fratello che ha potere su di lui, e posa nella vocalità umana, vicinissima alla frase, l’alba della parola, essa stessa atto di messa a distanza e di separazione attraverso la nominazione, che è l’essenza della parola. Balbuzie salvifica. Il teatro può nascere.

 

4. Esiodo, Le opere e i giorni,
nascita di Afrodite come schiuma dalle onde

Tremila anni fa Esiodo riprende dall’oralità e fissa nella scrittura della sua Teogonia gli episodi della creazione del mondo. Ecco questo passaggio dei versi 154-198 (2):

“Ma quanti da Gaia e da Urano nacquero, ed erano
i più tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre,
fin dall’inizio, e appena uno di loro nasceva
tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce,
nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia sua opera,
Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa,
stipata; allora escogitò un artificio ingannevole e malvagio.
Presto, creata la specie del livido adamante,
fabbricò una gran falce e si rivolse ai suoi figli
e disse, a loro aggiungendo coraggio, afflitta nel cuore:
“Figli miei e di un padre scellerato, se voi volete
obbedirmi potremo vendicare il malvagio oltraggio
del padre vostro, ché per primo concepì opere infami”.
Disse, e tutti allora prese il timore, né alcuno di loro parlò;
ma, preso coraggio, il grande Cronos dai torti pensieri
rispose con queste parole alla madre sua illustre:
“Madre, sarò io, lo prometto, che compirò questa
opera, ché di un padre esecrabile cura non ho,
sia pur mio, che per primo compì opere infami”.
Così disse, gioì grandemente nel cuore Gaia prodigiosa,
e lo pose nascosto in agguato; e gli diede in mano
la falce dai denti aguzzi e ordì tutto l’inganno.
Venne, portando la notte, il grande Urano, e attorno a Gaia
desideroso d’amore incombette e si stese
dovunque; ma dall’agguato il figlio si sporse con la mano
sinistra e con la destra prese la falce terribile,
grande, dai denti aguzzi, e i genitali del padre
con forza tagliò, e poi via li gettò,
dietro; ma non fuggirono invano dalla sua mano:
infatti, quante gocce sprizzarono cruente,
tutte le raccolse Gaia e nel volgere degli anni
generò le Erinni potenti e i grandi Giganti
di armi splendenti, che lunghi dardi tengono in mano,
e le Ninfe che chiamano Melie sulla terra infinita.
E come ebbe tagliati i genitali con l’adamante
li gettò dalla terra nel mare molto agitato,
e furono portati al largo, per molto tempo; attorno bianca
la spuma dall’ immortale membro sortì, e da essa una figlia
nacque, e dapprima a Citera divina
giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai flutti;
lì approdò, la dea veneranda e bella, e attorno l’erba
sotto gli agili piedi nasceva; lei Afrodite,
cioè dea Afrogenea e Citerea dalla belle chiome,
chiamano dèi e uomini, perché dalla spuma
nacque; e anche Citerea, perché prese terra a Citera.

Detto in altri termini: della terribile violenza originaria del dio Crono che divora tutti i suoi figli, ci si libera con la violenza, ma contro lui solo, cioè la castrazione; e il gesto violento liberatore crea una nuova divinità ripetitiva ed effimera, la schiuma sulla cresta delle onde, sempre rinata, incompiuta e riformantesi: questa divinità è Afrodite, eterno balbettamento del mare che produce e spinge il desiderio, perpetua onda balbuziente sugli strati del litorale di Oléron.

 

5. Sibilla di Cuma dal balbettamento sciamanico,
Eneide, canto VI

Mille anni dopo, a Roma, della quale Augusto ha consolidato il potere imperiale su tutta l’area del Mediterraneo, Virgilio offre la sua epopea fondatrice, l’Eneide: Enea fugge da Troia in fiamme per ricostruirla nel Lazio e così fondare Roma. Come Ulisse, sferzato da venti divini contrastanti, Enea naviga, va alla deriva, si allontana; ma per trovare un senso al suo lungo peregrinare va a consultare la più grande sacerdotessa di Apollo, signore dell’ordine del mondo: in una caverna annebbiata dai vapori delle fumarole sulfuree nella caldera dei Campi Flegrei, attuale sobborgo di Napoli, la Sibilla di Cuma gli indica la strada del suo destino di fondatore di civiltà. Così scrive Virgilio nel sesto canto dell’Eneide(3):

“L’immenso fianco della rupe Euboica s’apre in un antro, dove si può entrare per cento larghi accessi, per cento porte, donde erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla. Erano giunti all’ingresso, quando la vergine disse: – È tempo di chiedere ai Fati: il dio, ecco il dio! E a lei che così parlava, si tramutarono all’improvviso il volto e il colore e le composte chiome; il petto è ansante e il cuore selvaggio si gonfia di furore e sembra più grande e non ha voce mortale, perché ispirata dalla volontà ormai vicina del dio. E Disse: – Indugi nei voti e nelle preghiere, Troiano Enea? Indugi?”

[Qui inizia il dialogo allucinato tra il consultante, Enea, e la sacerdotessa di Apollo, che era senza dubbio la più grande indovina del bacino occidentale del Mediterraneo; allora Enea espone le sue vicende e la sua richiesta, sperando nel responso di Apollo Febo; la trance di possessione della Sibilla comincia.]

“Ma non ancora in stato di esaltazione per opera di Febo, gigantesca nell’antro la veggente infuria come una Baccante nel tentativo di scacciare dal petto il grande dio, tanto più Apollo tormenta la bocca rabbiosa, domando l’indomito cuore, e docile la rende stringendola con forza. E già le cento grandi porte dell’antro si spalancano da sole e portano per l’aria i responsi della veggente.”

E allora le rivelazioni proferite attraverso la bocca della Sibilla sono capitali e permettono a Enea di scendere negli Inferi, l’aldilà dell’antichità greco-romana, dialogare oltre la morte con i suoi antenati e i grandi eroi mitici che gli indicano con precisione il cammino del suo destino futuro.

L’episodio è centrale. Attraverso la balbuzie divina, non solo l’Impero romano trova il modo con cui fondarsi, ma anche la storia di un popolo chiarisce il suo senso millenario. Il balbettamento della veggente è il punto di contatto tra la più profonda volontà divina e la più penetrante visione prospettica di quest’ultima, da una parte, e, dall’altra, un gruppo di uomini che si muovono a tentoni nella loro vita di tutti i giorni e cercano coraggiosamente il senso del loro destino. Il balbettamento attraverso il quale si manifesta un terrore sacro è infinitamente venerabile. […]

 

Note
(1) Utilizzando i termini “bourdon“, “bourdonnement” e “bourdonner“, che qui ho reso in italiano con “bordone” e “risuonare“, Yves Bergeret fa sempre riferimento a un ambito musicale o musicologico per esprimere i concetti in essi contenuti. Il “bordone“, infatti, è quel suono da “basso continuo” tipico di alcuni strumenti della tradizione popolare come la cornamusa, la ghironda o altri da cui è possibile ricavare un effetto acustico monotonico. La “lingua dello spazio” (la langue-espace) è un flusso sonoro grave e incessante che perpetuamente si accresce dei suoni e delle voci di tutto ciò che esiste.
(2) Traduzione di Graziano Arrighetti.
(3) Traduzione di Giuseppe Borghi.

 

__________________________
Il lavoro sarà pubblicato integralmente in
Quaderni di Traduzioni, XXXIX, marzo 2018.

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