Il canto di Ogo Ban

La montagna respira allungata sul dorso.
Il cielo si inginocchia vicino a lei,
si rotola su di lei, si distende sopra di lei.

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

XI
Contrejour

en revenant du quinzième séjour, juillet 2005

XI
Controluce

di ritorno dal quindicesimo soggiorno, luglio 2005

 

Traduzione di Francesco Marotta

 

III
Recherche d’Ogo ban vif et mort
Ricerca di Ogo ban vivo e morto

 

“Infilo il mio braccio nella montagna, dice Ogo ban, nell’erba, nella nebbia.
Attraverso la carne compatta della montagna,
percorro la radice gioiosa del filo d’erba,
scuoto la nebbia e le sue ali abbaglianti
e passo il mio braccio
e tendo le mie dita fino a voi, uomini misteriosi di oggi.

Voi mi incuriosite, vi vedo solo controluce, indistinti, dal fondo della mia grotta.
Ma sento che un’altra distanza, non solo quella delle pietre e del vento, ci separa.
Mi fate pena nel vostro procedere incurvati
con le vesti che cadono di traverso sulle vostre spalle magre.”

La montagna accresce il vento.
Alta è la falesia, nodoso il ramo dell’albero nel dirupo.
Rara è l’erba coraggiosa.
Più rara ancora la nebbia che brilla, la nebbia che cova la parola nel suo seno; e la parola infine nasce e disperde la nebbia, che sorride.

*****

“Insomma, mi sto rivolgendo a voi, uomini del presente! Ma voi non mi rispondete.
Vi agitate come delle capre impaurite,
vi nascondete nella vostra camicia sporca
che sollevate per coprirvi il viso. Rispondetemi.”

“Ogo ban, i nostri padri, i padri dei nostri padri ti hanno ammirato. Non ti conoscevano molto più di noi, ma ti hanno sinceramente ammirato. Se ci parli brutalmente, pensi che possiamo ammirarti anche noi? L’uccello fugge dal giardino dove si aggira il gatto; al grido dello sparviero il topo di campagna sparisce. Lasciaci tranquilli.”

Dritta è la falesia che brilla al sole nascente.
Il vento esplora i corrugamenti della falesia. Il vento libero esamina gli alberi, esamina i tessuti delle vesti.

*****

“Dal fondo della mia grotta, io mi sollevo su un gomito. Gli antenati dei vostri antenati mi ci hanno seppellito, il mio corpo ferito a morte stretto nel lenzuolo che le loro donne hanno cucito a forma di scacchiera.
Da secoli cerco di alzarmi. A ogni movimento, a ogni sforzo, finora fallisco e un nuovo pezzo di montagna crolla fracassandomi ancora di più le ossa. Finite per non vedermi sotto il mio cumulo di polvere, di mucchi di rovi, di spine, di sassi e detriti. Non sapete nemmeno più dove si trova esattamente la mia grotta.”

Sulla pianura a sud, delle nuvole si accordano. Il cielo brucia, la terra si dissecca da mesi. Sulla pianura delle nuvole si ingrossano; la pioggia futura si raccoglie. Il vento la aiuta.

*****

“Ogo ban, parla più forte. Esprimiti più chiaramente. Noi non abbiamo dimenticato il tuo nome. Cerchiamo la tua grotta. Dove sei?
Belco ti ha cercato sulla sporgenza a sinistra della cascata. Si è recato laggiù, proprio al centro del vuoto, dicendoci che la falesia arancione vi si innalza così dritta che il sangue vi si deve addensare e la pelle indurire annerendosi ancora di più. Dunque il corpo di Ogo ban doveva essere ben nascosto e protetto, forse sotto uno strapiombo. Belco si è fermato cinque giorni su quel pianoro, percorrendolo in lungo e in largo. Quando è ritornato, è rimasto muto ancora per cinque giorni. Poi ha ripreso a parlare, ma unicamente per deridere e ironizzare, e ci ha mostrato una piccola pietra completamente sferica. Ci ha detto che l’aveva trovata sotto un ampio strapiombo al centro del pianoro, e che teneva fermo il tuo cranio. Non ha detto nient’altro. Gli possiamo credere? L’unica cosa certa è che i ragazzi che sorvegliavano le capre lassù in alto, sul bordo della falesia, hanno sentito cantare in basso, nel vuoto. Era la voce di Belco, lassù non hanno avuto alcun dubbio. Cantava frasi strane, bellissime, nelle quali delineava per questi bambini, ed anche per dei gemelli che il villaggio vedrà presto nascere, un destino, delle prove, una mutilazione, una grandissima gioia, un disastro, una discendenza sorprendente, l’arrivo di uno straniero che conosce l’arte della parola fondatrice. I fanciulli si sono ricordati di questi canti, Belco li ripeteva al mattino parecchie volte. Ma poi, al villaggio, Belco deride e ironizza; si rifiuta quasi sempre di cantare, o modula solo qualche strofa di questa strana storia. Finiamo per chiederci se attraverso la sua gola e le sue labbra sia stato proprio lui a cantare.”

Le pietre innalzate sul pianoro girano su se stesse. Danzano, danzano al loro ritmo che è lo stesso da secoli. Tracciano nella polvere, ai piedi dei precipizi, dei solchi, degli archi, degli angoli. Senza timore alcuni uccelli vi si avvicinano, anche alcune lucertole. Nella grande calura di giugno, le pietre più lisce si desquamano verso sera, schioccando, una dopo l’altra: la falesia crepita e riecheggia e le scimmie in alto e gli uccelli nelle fenditure spuntano all’improvviso gridando, danzando, cantando.

*****

“Verso di voi tendo le mie dita, dice Ogo ban. Falangi, polpastrelli, sottili impronte digitali sfrecciano, sfrecciano nell’aria. Attraversano l’aria confusa dell’arbusto spinoso sul bordo del vuoto. Esplorano i vortici di aria tiepida rasenti la pianura. Brancolano nel sonno dell’aria calda sulle lunghe placche rocciose dell’altopiano, in cima alla mia falesia. Io vi cerco continuamente. Lascio le ombre delle mie dita, i frammenti d’ombra delle mie dita un po’ dappertutto. Là dove il vento cresciuto di forza non le strappa via. Piccoli segni qui su una lastra, piccole impronte sotto la tettoia, tracce tenaci. Voi non le vedete. La vostra distrazione vi perde. Ma una buona volta, teste intorpidite, svegliatevi! Io vi tendo le mie dita e vi oriento. Vi guido. Voglio stringervi e abbracciarvi per sempre. Dove siete?

La montagna posa la sua grande mano aperta sulla schiena di Dembo. Il cielo appoggia il suo palmo sulle spalle di Alguima. Il vento allunga le sue dita sul petto di Hama.

*****

“Tu hai creato alcune usanze del nostro popolo. Lo hai fatto la sera in cui hai guardato il sole dritto negli occhi; poi hai allungato il tuo braccio fino alla sua bocca e con la punta dell’indice hai raggiunto nella sua gola, umida e tiepida, la sorgente della parola più recondita, quella che organizza la vita delle piante, degli animali, degli uomini e, tra tutti loro, la giusta circolazione dei canti e dei racconti. Noi abbiamo appreso dagli antenati che tu hai potuto ogni sera baciare il sole sulla bocca. E che ti sei voltato e hai posato le tue labbra sulla parete della tua grotta. Ma vi hai insufflato gli slanci, i vuoti e i pieni della parola? Questo non ci è chiaro. O forse hai lenito le tue bruciature incidendo la superficie della roccia?”

La montagna si immerge nel tramonto. L’orizzonte si rinchiude nella notte. Il vento si spoglia e si assottiglia fino alla colonna vertebrale. La montagna respira allungata sul dorso. Il cielo si inginocchia vicino a lei, si rotola su di lei, si distende sopra di lei.

*****

“Alcuni bambini giocando sul bordo della falesia, in alto, dice Ogo ban, hanno gettato una pietra rotonda. La pietra rimbalza da una placca all’altra della falesia, la roccia risuona, ferisce scricchiolando l’aria, la roccia risuona. La pietra rotonda schiaccia il mio orecchio sinistro, spezza la mia clavicola e il mio braccio, mi squarcia il petto. Non ho sanguinato. Non ho più potuto parlare. Mio figlio mi ha disteso nella parte più profonda della mia tettoia, là dove avevo posato cento volte le mie labbra infuocate. Ho potuto guardare i cerchi, gli archi, le linee delle mie tracce, ma non potevo parlare. Mia figlia è accorsa. Tutti volevano che gli leggessi quei segni. Non riuscivo nemmeno più a respirare. Ho alzato un’ultima volta il mio braccio destro e ho aperto le mie dita. Hanno capito che dovevano liberare il mio cavallo. Che è disceso attraverso il ripido pendio terroso, alla fine del pianoro. Conosceva bene il cammino. I suoi zoccoli hanno colpito un po’ più forte la terra secca, la ghiaia, l’erba rada. I suoi zoccoli hanno creato dei buchi alternati ad archi di cerchio. Il mio cavallo va e viene nella pianura da sei secoli e ritorna ai piedi della mia falesia nelle notti di luna piena Nessuno può vederlo. Voi potete sentire appena il canto rauco dei suoi zoccoli. Cercate di trovare la traccia dei suoi passi. Cercate di leggere le sue impronte.”

La pianura si espande e va. Allontana le montagne e le affila. Ma non le allontana affatto. Il vento difende le montagne. Di giorno affila le falesie. Di notte le raddrizza e le inarca.

*****

“Dobbiamo salvare i tuoi segni, dicono Alguima, Dembo e Hama. Anche Belco ci aiuterà. Non sappiamo come, cerchiamo. Lo straniero che conosce l’arte delle parole è arrivato sei anni fa. Resta parecchie settimane al villaggio, poi se ne va, poi ritorna. Non fa domande. Gli piace che lo conduciamo tra i burroni e i pianori della nostra montagna. Conosce l’arte dei segni che fissano le parole e l’arte di metterli assieme. Li assembla sulla carta, sul tessuto o sulla pietra. Ci legge quello che scrive. E’ veramente strano: la montagna, il vento, l’acqua, e tante altre cose, vengono a inginocchiarvisi e a bervi una sostanza che li trasforma, li apre e li amplia moltiplicando semplicemente le loro ombre. Ci ha proposto di posare vicino ai suoi segni delle linee e dei tratti di colore. Ma noi, che non conosciamo l’arte di scrivere delle parole, abbiamo esitato. Senza farlo capire allo straniero, tutti e quattro abbiamo pensato a te e continuiamo a invocarti ogni notte. Abbiamo capito che, con te, avremmo potuto lavorare con lo straniero. I brandelli della tua pelle, i resti della tua carcassa ancora non sappiamo in fondo a quale grotta della falesia giacciono nella polvere. M in ognuno dei nostri segni, con l’inchiostro e la pittura, noi ne inseriamo una parte; e ci stupiamo di vedere che questa parte di te si rinnova continuamente.”

I pittori, Alguima, Dembo, Belco e Hama, e lo straniero, hanno marciato per giorni e giorni di montagna in montagna, vagando come da isola a isola nel mare cieco delle notti e delle realtà tormentose che ossessionano e dividono gli uomini. Si fermano all’ombra di una grande roccia ocra, sul bordo del vuoto in cima alla falesia, che afferra il vento e depone anche lui nella sua ombra.

*****

“Mettetemi sulla punta delle vostre dita, fatemi entrare nell’inchiostro e nella pittura, dice Ogo ban. Ho lasciato il mio sudario a scacchiera da così tanto tempo, ridotto a polvere infima, minuscoli frammenti di tessuto consumato nella polvere. Ho lasciato la mia grotta da così tanto tempo e da così tanto tempo cerco di montare il mio cavallo perduto dietro l’orizzonte. Mi sono dissolto nella memoria del cielo e nella massa della roccia. Voi avete salvato il mio nome, di generazione in generazione; proteggendomi, mi avete prosciugato ed io esisto soltanto attraverso il canto di qualcuno o il racconto frammentario di qualcun altro. Sono deperito e rimango, dolorante, sulla soglia del vuoto: una soglia molto tagliente, che brucia la pianta dei miei piedi. Se io la supero, cado, e cadendo divento la pietra che mi ucciderà per l’eternità; voi piangereste molto, piangereste a tal punto che trascorrereste tutti interi nel fiume delle vostre lacrime: allora vi dissolvereste in cascata e vi disperdereste brillando ai piedi della falesia.”

Il sole avanza orizzontale. Il vento sale verticale La falesia tende il suo petto all’orizzonte che esita. La cascata perde e riprende fiato.

*****

“Con lo straniero siamo arrivati alla tua grotta. L’abbiamo trovata, Ogo ban, a mezza altezza nella falesia, in un corrugamento di roccia rossa. Qui il pianoro sprofonda sotto un dirupo che solo l’aquila conosce. Ecco la tua grotta, ne siamo sicuri, ecco i segni rotondi, gli archi di cerchio, le linee oscure che le tue labbra hanno posato sulla parete in fondo. Ora devi dirci quello che ti ha sussurrato il sole baciandoti! Rispondici! Perché taci?”

Il silenzio si agita nella grotta. L’aria si immobilizza lungo la falesia. Il silenzio si spande nel cielo e si stringe sulla parete in fondo, dove riaffiora e mostra ai pittori e allo straniero una scacchiera, antichissima, dipinta lì secoli fa, quarantotto caselle, delle linee nere e rosse, in ogni casella dei punti in numero variabile.

*****

“Nella tua grotta, Ogo ban, non ti abbiamo trovato. Rifiutiamo il pensiero che non ti troveremo mai. Abbiamo bisogno di te, per vivere e per parlare. Ma con lo straniero che conosce l’arte delle parole, noi siamo già sulla soglia. Non quella da dove si salta nel vuoto, ma quella, ancora vacillante, avvolta di mistero e di paura, dalla quale lanciamo nel vuoto l’esile rete che lo straniero e noi intrecciamo, maglia dopo maglia. Lettere e linee intrecciate, tratti e parole annodati pazientemente, lente e molteplici articolazioni. Una rete flessibile, dalle maglie allentate. Noi la gettiamo unendo i nostri respiri, tendendo insieme le nostre braccia nel vuoto. La rete dei nostri segni fluttua e va. Il vento ama strofinarvisi. Il sole ama avventurarvisi. Ma noi non possiamo riportare indietro la nostra rete. Lo sappiamo molto bene. Essa resta sospesa in aria; così nelle sue maglie noi vediamo profilarsi degli esseri strani, dei bambini a braccia aperte, figli di chi?, un cavallo dal collo arcuato, delle figure umane, qualcosa che somiglia a delle piccole montagne, dei giardini e dei campi, altre montagne più lontane e più antiche. E tutti sfilano in corteo, controluce, perché la nostra rete resta sospesa nel cielo, che è il cielo del giorno, la grande grotta della luce.”

*****

Il vento se ne va con i frammenti del canto di Ogo ban,
un canto che non esiste ma che io compongo e creo qui.

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