L’opera poetica di Milo De Angelis

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Milo De Angelis
Tutte le poesie. 1969-2015
Milano, Mondadori, 2017

L’opera di Milo De Angelis porta in sé lo stesso essere avvinghiato alla lingua che Montale ha posto come identità esclusiva dei suoi tre primi libri. Per poi sciogliersi nella gravità delle cose lasciate libere in Satura. Era l’identità di un mondo integrale, si allargava dalla ligustica forma ai dintorni europei scoperti come simultanei alla propria ricerca. Distante un padre rappresenta per Milo la stessa accelerazione centrifuga che lo espande dalle zone ombrose e buie di Milano alle terre materne e monferrine. Per poi tornare in fretta ai cardini tenuti stretti dalle gambe abituate ai passi infiniti lungo i transiti urbani dei tunnel, delle circonvallazioni, degli spazi interni conglomerati nel proprio sistema cartografico e mentale. Percorrendo per l’epica micrometrica di Millimetri, frammenti evoluti da una morsa ferrea, ricca di varianti interne o lasciate macerare sui pavimenti casalinghi. Per poi riconfluire nelle strade esterne, e varcare la soglia che porta agli eterni cortili milanesi, di una città trasformata in molteplicità di villaggi. L’opera di entrambi i poeti è assidua di lingue che formano forche caudine di ferrea resistenza. L’esattezza del metro implica sguardi spartani e tagli veloci di tempo. Sempre in vista di disillusioni e dolori nei contraccolpi dei rispettivi universi vitali. I bestiari montaliani hanno il corrispettivo nei corpi incisi resi evidenti e definiti, quasi stremati, che affollano i versi di De Angelis, soprattutto nella prima epoca compositiva. Si tratta quasi sempre di riportare in luce l’anima dei superstiti, ridiventati corpi dopo il passaggio nelle ombre. Ora che il volume di tutte le poesie 1969-2015 ripercorre l’intero cammino abbiamo l’opportunità di soffermarci su alcune delle “parole date” di cui Milo ci parla da sempre, seguendo il pensiero di Pavese più volte scandito: “fare una cosa una volta per tutte, che perciò si riempie di significati e sempre se ne andrà riempiendo.” L’intero spiegamento delle poesie mostra oggi quella “svolta del respiro” avvenuta e mai tradita. La scrittura cresce urgente dai luoghi e dalle persone, si stratifica sugli appunti, e ogni cosa è messa in contatto attraverso la forza verbale che dalla materia terrestre avanza e conquista. De Angelis mette in azione quell’unico respiro che da molti anni, dall’inizio, contiene ogni sua poesia. La totalità del sacro e dell’inferno vi restano come se l’assedio non avesse mai fine. E in effetti non ne ha. Altrimenti l’esistenza crollerebbe su se stessa, non avrebbe la definizione del poeta, e tutto finirebbe in un plateaux omogeneo e accidentale. La discordia e il confronto con la morte, invece, annunciano e pervadono tutta l’opera di De Angelis. Nel momento preciso in cui si stampano i passi sulle vie asfaltate, salgono all’aria le ombre, e i diverbi che le hanno portate nei Pronto Soccorso dell’anima. Sono quelli i luoghi dove il sangue ritorna al poeta col proprio carico di violenza. Dall’impatto giovanile, dove i fluidi comandano, all’affronto generale con la morte dell’ultima stagione. L’intensità ha estremismi nella somma del potenziale poetico, ma non mancano mai gli spazi dove appoggiare anche per un solo attimo lo sguardo e la decisione del dire. Decifrata è la regione della parola presa fra le mani lungo i decenni: indecifrata la parola della morte altro non può che evidenziare i suoi effetti. Nella sostanza dei corpi, non delle ombre sempre presenti a chi chiede infine un bilancio. Esiste in pieno il creato ritornante di Milo, tutto ciò che la sua poesia ha saputo essere e rimandare nella marea temporale.

 

Testi

 

LA LUCE SULLE TEMPIE

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: “adesso”.

 

*

 

LAGGIÙ SENZA

“Adesso puoi riuscire”
la forza del guerriero nudo dietro la spada,
un’azione che esce per prima
e spacca, in tutti, il fratello
che hanno dentro “raccontami qualcosa
che io non posso dirti”
alle soglie di ciò che muta
l’ira può, in un attimo,
se è indignata, se combatte
e allora pensa all’antilope che sogna la corsa
in controvento, e non fugge più
impigliata tra i rami, e l’altra forma del corpo
è il pianto che non cerca più
un ovale perfetto, ma un viso
troppo sconvolto per rimanere fermo
e già risorge, improvvisamente, in un senso
perché la forza che spinge la pioggia fuori
è la sua: “tenta
ancora, tenta sempre in un’altra direzione.
Lo troverai, se non prepari
sceglierai, se non ha mai deciso.”

 

*

 

VIENE LA PRIMA

“Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo.”
Sobborghi di Torino. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
“Cambia, non aspettare più.”
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto “Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi.”
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
“Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa.”

 

*

 

ESTERNO

(e poi il mondo si rivolge a qualcuno
che non c’entra
e chiede
a lui col suo timore di essere cercato
proprio a lui…)

e poi la paura
di cominciare con uno sbaglio
e non si può dirlo a nessuno
o gettarsi indietro, fino alle aste
e ai puntini, al grembo, quando mi amavano
senza chiamarmi.
Martedì sera: sembra di tutti questa piazza
ma è terribile, è mia.

 

*

 

LE SENTINELLE

Compiendo il gesto dove il fiume è profondo
nemmeno così, con i sonniferi
e il panico, si potrà far vedere qualcosa
a quelli che non l’hanno mai vista
durante la loro, lontana, e questa notte
che stanno guardando

in una lingua imprestata,
senza un solo atto imperativo,
si tengono in disparte
con parole, simboli di seconda mano,

parlano senza svelare l’inizio
hanno fatto dell’altrove un tempio abitabile
nella penombra lungo i burroni
si ritraggono dalla morte per scortarla.

 

*

 

UN PERDENTE

Fuori c’è la storia,
le classi che lottano.
Cosa fare dunque una volta per tutte
rifiutando il mondo
accettandolo al mattino
(“era vero, sai, era profondo
il litigio con lei. Ma c’era un solo letto
e prevalsero i corpi”).
C’erano i confini
biologici e le grandi leggi del profitto.
Perciò inventò gli sei e l’interiore.
Alla sera, durante l’erezione
pretese anche un destino
(“dove sei stata
per tutta la mia vita?”).

 

*

 

L’ISOLA SARÀ GUARDATA NELLA SUA BELLEZZA

Anche la faccia, al risveglio
ogni volta, panico e ansia
di diventare diversa:
un secolo intero scorreva
nei suoi movimenti
perché era l’unicità.
Eppure qualcuno, già salvo,
sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie
che cadono dalle mani
qualcuno sta dicendo:
L’isola sarà guardata nella sua bellezza
non importa se da noi o da altri.

 

*

 

“T. S.”

I
Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono
e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autombulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

II
E poi avrete sentito, almeno una volta
quando il liquido, delicatissimo,
esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino
e la sonda e le sirene sempre più lontane.
Il respiro si affanna, finisce, riprende
quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale:
una canoa va verso l’isola corallina
e sotto l’oceano si accoppiano le cellule sessuali
non ci sono eventi irreparabili
ma solo le spugne cicliche,
gli insetti che hanno coperto l’aria:
ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia,
l’accappatoio che toglie con un solo gesto
solennità della luce, la meraviglia, la prima
e la femmina del pellicano
chiama la nidiata sparsa nella tempesta
e forse vede qualcosa, tra gli scogli,
qualcosa che si muove
domani correrà con i suoi bambini
mescolata, per respirare
nel turchese profondo della marea
che sale in superficie, sta rinascendo adesso
e trova una terra diversa, un’altra voce.

 

*

 

SOLTANTO

Soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.

 

*

 

ORA C’È LA DISADORNA

Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.

 

*

 

GIUNGE LUGLIO PER I MORTI

Giunge luglio per i morti
che sentono nell’assedio
di ogni fiore
una giustizia remota. E un
cappio di carta
rinasce a più non posso
nella storia
della terra, vasta, ripida,
cose e cose, vesti bianche e tarlate,
contadini nascosti
nel frumento. O ancora
più dentro, dovunque urlino
i crisantemi. Facendo la spola
tra i muri della testa e
una chiamata interurbana, questo minuto
viene contato;
e l’urna – delizia anch’essa
dei mescolati magnanimi –
ha detto basta.

 

*

 

LE SQUADRE

Siete pur sempre nelle tenaglie
di una polvere, di una
promessa del 1961, quando
i giardini diventano un rasoterra
del numero otto, con i calci nell’arte.
Sì, una promessa
diceva: sarete fatali al correre
come il ritmo di una strada è
fatale alla piazza che porta in sé
tutti
nelle forze del prato che, spelato,
diventa questo
essere tenuti nella montagna.
E sarete
questa musica del sottomondo
che sopraggiunge a fare bianco il cibo e
darlo silenziosamente alle squadre
nessuno
può sbagliare un passaggio, nessuna chiacchiera
che non piglia i fili,
i fili delicatissimi
della cosa
nessuno, ve lo ordino, nessun abbraccio in pausa
gli arpioni della lana
vivono sulla pelle,
uccidono le stupide scivolate:
freccia,
portaci tu i piedi
verso la vittoria, e in questo spiazzo
fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio,
fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non
piova.

 

*

 

NESSUNO MA TORNANO (II)

Aspettando la grandine che un intero secolo
ha promesso ai suoi figli, e poi gettandoli sul marciapiede
con uno schiaffo alla gola, quando l’asfalto
si cosparge di radiazioni e la portineria è chiusa.
Sono donne, si avvicinano fendendo l’aria,
vestite da indiane. Non c’è tempo di riflettere
in questo sibilo. È come se tutto accadesse
in quantità enormi. Io non so nemmeno
quali corpi dovrò fermare: ma questo tempo
non sbaglia un passo e gradino per gradino scende
dove essi hanno esclamato.

 

*

 

RITROVO UNA SINTASSI

Ritrovo una sintassi
Ritrovo una sintassi nei secoli già studiati
allontanando sia l’oriente sia le nubi.
È forte plasmare il sogno con ciò che l’idea abbraccia.
Nessuno violerà un sogno ereditato.

Ecco gelarsi nel torace, le corse infantili
e alte che esso spinse. A volte so fermare
gli occhi sui cartelli stradali, sulla
forza d’urto precisa, che restituisce
a quel teatro la sua paura di morire.

 

*

 

LEGGENDA DEL MONFERRATO

Sono gelati da gennaio
ma ancora rossi, i piombini
vinti alla lotteria
e c’erano
tre pazzi
che si nascondevano le mani
tre fratelli muratori, magri
come pioppi neonati,
tre fratelli
nella bufera
e spiavano un animale
dalla faccia terrestre, una biscia
dal corpo strettissimo:
“divento grande, divento per sempre
s e r p e
uccidetemi, almeno voi, uccidetemi”.

 

*

 

“VERSO LA MENTE”

Prima che dormissero le mirabelle
e la vera carta diventasse cieca
indietreggiò sentendosi
colpita e non riconobbe
il cane nell’acqua…
era suo padre…
corse via dalla cucina
fece un cenno
dove capitò il cielo
stracciando la carta carbone
lavando i bicchieri con la cenere
anatre come patriarchi
sorvegliano che tutto sia in ordine
tirò fuori il costume da bagno
e lo mostrò alla notte
bilance rincorrono bilance
la benda odora forte di
zuppa di pesce
e il grembiule è rinchiuso nella testa:
attese sul platano che
un lungo pensiero finisse
poi si affacciò alla finestra
e mentre l’erba aspettava
erano passati nove giorni di
giugno.

 

*

 

L’ANALISI DEL PERIODO

Quello che nella busta consegnai
fu in me e in loro
il grande indegno del piccolo,
un vero cucchiaio
si piega sulla guida telefonica
mirando al secondo
tredicenni irridono generazioni,
iniettano un paese invernale e una foresta
di rette multiple, la decisione di non respirare.
Resteremo, ogni sera, fino al
chilometro indicibile novecento.

 

*

 

L’OCEANO INTORNO A MILANO

I
L’oceano lì davanti, lì davanti
come un’idea a perpendicolo
o uno sbocco di sangue
nel centimetro più lungo tra le tempie
guardiamo i pianeti della fortuna,
le scatolette che ci danno un confine
finché una strada ci conduce
nel colloquio straniero
mendicanti di hotel
con l’idea e lo scisma dell’idea.

 

*

 

UNA POESIA PER CONCLUDERE

Quella sproporzione nella gola, quella
Milano che mi descrive nel suo secolo, nel piatto
sopra il piatto, trentanove anni
come un titolo qualsiasi allontanato
in quella scatola dello spazio
sono soltanto lo stile che ho appreso.
Così, per una sazietà dei momenti, per un peso
più oscuro di loro, hanno vagato
nel centimetro in cui non si entra
e sono qui, spirituali
nazioni distrutte a fine anno, quattro mani
per sorreggere un giornale
sono i miei primi doni alla giustizia.

 

*

 

CARTINA MUTA

                  Ora la sai anche tu
                  lo sappiamo
                  mentre stiamo per rinascere.

                  Franco Fortini

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
“Perché fai questo?”
“Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. “Perché io…
… né prendere né lasciare”. Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
“Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…”

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. “Dove sei stata
per tutta la mia vita” Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.

 

*

 

DONATELLA

La danza fiorisce, cancella il tempo e lo ricostruisce
con questo sole invernale sui muri
dell’Arena illumina i gradoni, risveglia insieme agli anni
gli dei di pietra arrugginita. “C’è Donata De Giovanni?
Si allena ancora qui?” “Come no, la Donatella,
la velocista, la sta semper de per lé.”

Mi guardava fisso, con l’antica dolcezza milanese
che trema lievemente, ma sorride. “Eccola, guardi,
nella rete del martello… la prego… parli piano…
con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano.”
“Chi è costui? Un custode, un’ombra, un indovino…
quali enigmi mi sussurra?” Si avvicinò
a Donata, raccolse una scarpetta a quattro chiodi.
“La tenga lei, signore, si graffia le gambe…
… povera Donata… è così bella… Lei l’ha vista…”

“Forse il punto luminoso della pista
si è avvitato a un invisibile spavento, forse
quest’inverno è entrato nella gola insieme al cielo:
era sola, era il ventuno o il ventidue gennaio
e ha deciso di ospitare tutto il gelo”.
“O forse, si dice, è successo quando ha perso
il posto all’Oviesse, pare che piangesse
giorno e notte… per non parlare di suo padre…
i dottori che ha chiamato… mezza Milano”

“Io, signore, sbaglierò, le potrà sembrare strano
ma dico a tutti di baciarla, anche se in questo
quartiere è difficile, ci sono le carcasse dell’amore
c’è di tutto dietro le portiere. Sì, di baciarla
come un’orazione nel suo corpo, di baciare
le ginocchia, la miracolosa forza delle ginocchia
quando sfolgora agli ottanta metri, quasi al filo
e così all’improvviso si avvera, come un frutto”

“Lo dica già stasera, in cielo, in terra, dappertutto
lo dica alle persone di avvicinarsi: ne sentiranno
desiderio – è così bella – e capiranno che la luce
non viene dai fari o da una stella, ma dalla corsa
puntata al filo, viene da lei, la Donatella”.

 

*

 

COSTRUZIONE CON I FIAMMIFERI

VI

Allontanàti, dunque, allontànati
dal luogo che cadde di schianto,
non rimanere più accanto
ai passi giovanili, alla dimora
dell’istante. Scava nell’ora quotidiana
e plenaria: non il mottetto
che sbriciola in aria ma un essere detto
giorno fecondato,
giorno che moltiplica ogni anno e la sua sorte
un essere stato
ciò che vorranno e qualcos’altro
che comprenderà la morte.

 

*

 

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. È avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. È avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

 

*

 

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

 

*

 

Non c’era più tempo. La camera era entrata in una fiala.
Non era più dato spartire l’assenza. Non avevi
più la collana. Non avevi più tempo. Il tempo era una luce
marina tra le persiane, una festa di sorelle,
la ferita, l’acqua alla gola, Villa Litta. Non c’era
più giorno. L’ombra della terra riempiva gli occhi
con la paura dei colori scomparsi. Ogni molecola
era in attesa. Abbiamo guardato il rammendo
delle mani. Non c’era più luce. Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa.

 

*

 

Ciò che vedo mi fu consegnato
da un respiro fratello e nemico
fino a quel teatro sgomento
dove abbiamo preso la parola,
tra l’allegria dei papaveri
e la rovina celeste. Era
una frase che, penetrando
nella ferita più buia, la fa sua,
la guarisce, l’aggrava, la sposa
era il talismano
stesso del nulla, quando divampa
nel grande paese di Milano
e riscalda milioni di fantasmi.

 

*

 

È tardi
nettamente. La vita con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? È questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito…
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

 

*

 

Nessuno, morte, ti conosce meglio di me
nessuno ti ha frugata in tutto il corpo
nessuno ha cominciato così presto
a fronteggiarti… tu nuda e ribelle alla farsa
delle preghiere… tu mi hai rivelato
il pungiglione delle ore perdute
e la malia di quelle che mi attendevano felici
e senza dio… in un’area di rigore… laggiù…
nel fischio micidiale del minuto.

 

*

 

Questa sera ruota la vena
dell’universo e io esco, come vedi,
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai estinto nella fronte, un vuoto
torrenziale che ti agitava nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
sei offeso da una voce monocorde e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.

 

*

 

Ti ritrovo alla stazione di Greco
magro come un rasoio e ulcerato da un chiodo
che tu chiamavi poesia poesia poesia
ed era l’inverno eroico di un tempo
che si oppone alla vita giocoliera…e vorrei
parlarti ma tu ti accucci in un silenzio
ferito, ti fermi sul binario tronco,
fissi il rammendo delle tue dita
con la gola secca di fendimetrazina,
e la palpebra accesa da mille frequenze
mentre la Polfer irrompe nel sonno elettrico
e riduce ogni tuo millimetro all’analisi del sangue…
…vorrei parlarti, mio unico amico, parlare solo a te
che sei entrato nel tremendo e hai camminato
sul filo delle grondaie, nella torsione muscolare
delle cento notti insonni, e ti sei salvato
per un niente… e io adesso ti rifiuto
e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato.

5 pensieri riguardo “L’opera poetica di Milo De Angelis”

  1. Millimetri segna l’apice ineguagliato di un processo espressivo che fatica a strapparsi da un circuito razionale violentemente introflesso, che promana magicamente in icone oniriche di intensa suggestione ermetica decomponendosi nell’ossessiva analisi delle proprie radici, intersezioni, aporie.

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