Miraggi tornati parole

Marco Ercolani
Nel fermo centro di polvere
Libreria Editrice Il Leggio
Sottomarina di Chioggia, 2018

 

Antonio Devicienti
Perché leggere questo libro

…perché questo libro ha una cadenza serrata (una sorta di “poetica del punto fermo”: leggere per rendersene conto) e interrogativa, come dev’essere di ogni opera di poesia che non indulga a sentimentalismi né a egocentrismi, ma vada al cuore delle questioni e si misuri con la più grande di tutte: la propria esperienza esistenziale a confronto con la morte. E l’amore.
…perché si attraversano queste pagine e si ricevono salutari rasoiate in pieno volto: si è costretti a riflettere, soffermarsi, interrogarsi, insieme con l’autore, su di un percorso esistenziale, su quell’accumulo di pensieri, ricordi, sensazioni, su quello stratificarsi che poi chiamiamo esistere.
…perché s’incontrano espressioni bellissime per inventività linguistica, associazione dei termini, rimandi di senso – la lingua della poesia ritrova nelle pagine di Marco una forza non comune, un’originalità di dizione che altri poeti hanno perduto o non sanno trovare.
…perché questo libro di poesia è anche una mappa per continuare a orientarsi all’interno di tutta l’immane opera di Marco Ercolani, per trovarvi conferme o chiarimenti – e nuove revoche in dubbio (come dev’essere di ogni opera onesta, mai conclusa, mai certa dei propri risultati, sempre scontenta di sé).
…ma anche perché chi ama la poesia e la scrittura è sempre, insoddisfatto, in ansiosa ricerca di un’originalità del dire e spera, arrivato al termine della prima lettura, di volerla cominciare daccapo e di scoprirvi approdi in precedenza non visti, ripartenze prima trascurate.
…e inoltre perché ci sono una torre, un vagabondo delle stelle, il mare, la notte, l’insonnia (altra fedele compagna di Marco), ci sono i continenti vastissimi, inquietanti e fascinanti della follia (che è anche, in Ercolani e alla maniera greca, manìa, ateologica possessione da parte di un modo altro di voler essere), c’è una biblioteca sommersa, enorme, di autori e testi cui il lettore può pensare durante la lettura, ma perché, come ogni autore veramente moderno, Marco Ercolani non cita, bensì, in maniera del tutto naturale, egli s’addentra nel labirinto sempre crescente della letteratura, facendo di questo volume un libro-frattale: nel giro più o meno breve delle sue pagine esso rispecchia l’universo e vi allude.
…e poi perché libri che non appartengano a “scuole”, a gruppi, a mode, a tendenze, libri che non ripetano usurati luoghi comuni, stanchissimi vezzi pseudopoetici sono rari, rarissimi.

 

Miraggi tornati parole

E passava la mente come un volo
Alessandra Paganardi

Di quale arcaico regno
vedo le macerie?
Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.

**

Ancora quella schiuma opaca.
Dovrà finire, il mare, e affiorare il verde dove fummo felici,
un verde, quasi non lo ricordo, unico, ventoso, nato
prima dell’acqua.

**

Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un’ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.

**

Parole come miraggi dall’erba, note dove rinascono storie.
Narrarle è navigare: confina con l’acqua, ogni foresta.
La matematica di rotte impossibili è il codice numerico della cattedrale,
la sua incrollabile arcata.

Il mare minaccioso abbaglia.
Nell’aria un peso di cose sprofondate altrove.
Un pericolo lontano, una febbre
di altissime pietre.

**

Vagabondo delle stelle, disertore delle cose.
Ma oggi, il corpo eretto, i piedi pronti all’impeto del volo,
i talloni tesi sul gradino, la valigia slacciata dalle mani,
le dita dalla ringhiera,
cerca un cosmo possibile, non nato
non nato ancòra.

**

La terra: scudo per fantasmi.
Il mare arriva alle mie visioni ora.
Nasce e torna, trema e
balbetta, sussulta e danza.

C’è, nell’abisso della parola, uno spazio
dove scendere e salire.
Chi scrive per capire il mondo
ne subirà il definitivo addio.

**

Vaga semivestito, dorme semifolle, non trova casa.
Teme di svegliarsi con capelli non suoi.
È un’anfora rotta nel mondo-mondo.
Dorme seminudo, vaga semifolle.
Teme
non sa quali onde.

**

Quel remoto mondo di tende e miraggi è la deserta, bianchissima Fez?
La domanda abissale «in quale ora siamo nel mondo?»
è di Woyzeck, voce rauca, sangue sulle maniche.
Risponde un accordo di sei note.
La settima sibila nell’acqua vitrea,
sotto i rossi cavalli a dondolo.

**

Carta per accendere il fuoco. Perché non c’è più fiamma?
Carta bianca. Carta nera. Tardi, troppo tardi, ho freddo.
Chi tace con me, nella mia lingua?

Bellezza non oltraggiata, alti canti di uccelli.
Corpi senza l’orrore dei giorni.
Nessuno tortura nessuno. Il vento scorre nei capelli.

Sprigiona
il tuo, il mio nome,
aria libera da ombre.

**

Con dita che cercano di leggere il mondo
torniamo, con l’arte di ripetere e incantare,
trascinati nella notte senza cielo. Antica
la montagna prende luce, torniamo dall’acqua di secoli,
salendo sussurriamo
tra sbarre e fessure.

Il magico rinascere delle sillabe
è un’invenzione di cielo.

**

Vieni dal nulla e nel nulla vai,
come quando in una stanza buia
si ride e si piange insieme,
ebbri, liberi dalle parole,
persi in un lungo sonno,
fra tenebre e colori.

**

Acciaio senza vento, il mare. Lastra acuta, il sole.
Nessuno ripeta la parola bellezza.
Nel bianco gorgo d’acqua pesci e uccelli guizzano accanto.
Nessuno la ripeta: catastrofe è armonia.

**

Per acqua, per corda, per aria. Improvvisamente non ritornerò.
Vicinissima la luce che annienterà il muro, il confine, me.
E l’aria,
oggi priva del mio corpo, oggi

infinita.

**

Torno a un vento alto, la rotta è il miraggio,
stretto forte alle dita.
Torno alla foresta perfetta dove la poesia è fuga di luce, potenza
del correre invano.
Torno all’eclisse della mente: le piante che iniziano a fiorire,
il sole chiaro nel palmo proteso, nell’acqua scura.
Soffieranno i venti
e nella luce del buio incontrerai
chi con te sarebbe stato vivo.

**

Bendato, disegni sul foglio. Scavi con plettro e matita,
a colpi di sonda.
Laceri la carta, è cortocircuito. Scuro, svelato, aspro,
il volto affiora, ti fissa dal foglio
come fossi tu il suo respiro
lo specchio e il pericolo
la notturna armonia nel mondo.

Parla con lui.

**

Il lavoro poetico?
Rigorosa dilapidazione.
Essere nel nulla e non salvarsi. Cancellare
le parole nel foglio vuoto.

Leggere le pagine di chi fu vivo
e guardare la bellezza del cielo:
ritardare il congedo dal mondo,
léggere, non
scrivere più,
smettere di ripararsi dal cielo.

Finalmente
non capire.

 

Gabriela Fantato
TRE DOMANDE INDISCRETE

«Tu spesso, per alludere alla scrittura, usi immagini che sono paradossi, o anche talvolta ossimori, per esempio: “E il buio dell’andare è l’unico bagliore…”, e altrove, anche nel titolo di una sezione, Miraggi tornati parole, poi in un testo, ancora: “lettera sotto lettera: sotterro le frasi”, infine: “Ogni opera compiuta / violenta natura morta”. Mi puoi spiegare il tuo rapporto ambiguo, oppositivo e antinomico con la scrittura?».

«La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo della parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra una roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi un ordine a quel sogno, un ordine possibile che nasce da uno stato di trance: ecco l’antinomia necessaria della poesia. Un caos-cosmo. Un universo fluttuante, con stelle precise».

**

«C’è il mare, ci sono porti e  viaggi, tempeste e tanto vento, dentro questi testi, come anche in un tuo libro di poesie precedente, perché questa presenza… dell’acqua?».

«L’acqua è la sostanza stessa del viaggio, il suo fascino e il suo pericolo. In Hölderlin, nei suoi Inni, irrompe una parola che subito ci mette a contatto dell’«aorgico», di un abisso sottratto al potere dell’uomo. Essere nell’illimitato che dissolve e fondare nuovi limiti che costruiscono: ecco il doppio compito della sentinella, di chi custodisce l’abisso e se ne fa straziare. Come se al poeta, da sempre naufrago, toccasse in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza».

**

«Spesso come  scrittore di romanzi e racconti hai usato la forma dell’apocrifo, ma in poesia, mi chiedo, chi  scrive sei tu o anche nei versi “io è Altro”, come direbbe la psicoanalisi? E quindi le “maschere”: sono necessarie, sono implicite, sono ontologiche?».

«Ontologiche. Non so se implicite, ma ontologiche. Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma di indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio – che è anche approdo – di sé. “La poesia è il reale veramente assoluto” scrive Novalis, e aggiunge: “Il poeta ordina, raduna, sceglie, dispone”. Realtà totale è tutto ciò che potrebbe essere reale, che lo è stato o lo diventerà: è ipotesi, metamorfosi, fluttuazione. Se le parole hanno parlato a lungo, prima di arrivare a chi scrive, e arrivano traboccanti di silenzi e di suoni, il compito del poeta è ri-coniarle per il tempo che durerà la sua opera.
La condizione che io vivo da sempre, dentro le parole, è un mio interminabile sonnambulismo, che nella poesia si smaschera con maggiore lucidità. Ritorno quasi inevitabilmente alla parola altrui, alla poesia di Hölderlin: “E ciò che tu hai / è tirare il respiro. / Infatti se uno lo ha / levato alto nel giorno, / lo ritrova nel sonno, / perché dove gli occhi sono coperti / e legati i piedi, / lì tu lo troverai”. La poesia, sfondando buchi insospettabili nella pienezza della voce, rientra non docilmente nel regno della notte, nei riti del sonno, a “tirare il respiro”. Quel respiro, che prima era canto pieno e ora è vuoto pieno di silenzi, quel respiro tirato come un peso, sul filo sottile della tragedia e della catastrofe personale e linguistica, con gli occhi coperti, senza vedere, con i piedi legati, senza camminare: ecco, in sintesi, il destino di chi scrive. Un atonale, attonito silenzio che si oppone alla prigione dei significati e dei suoni; che rende possibile, quasi vent’anni dopo, il leopardiano Coro dei morti di Federico Ruysch: “Vivemmo: e qual di paurosa larva, / E di sudato sogno, / A lattante fanciullo erra nell’alma / Confusa ricordanza: / Tal memoria n’avanza / Del viver nostro: ma da tema è lunge / Il rimembrar. Che fummo? / Che fu quel punto acerbo / Che di vita ebbe nome?”.
Io è sempre un Altro, ma un Altro dentro di noi. Non un estraneo, ma un proprio minaccioso simile. Quando scrivo poesia, non penso a niente di preciso. Non so dove andrò. Cerco di sorprendere il mio stesso linguaggio. La poesia è pericolo, per l’ordine del discorso. Più cerco di comporre versi, in questa fase della mia vita, e più mi trovo di fronte a continui agguati. Invento, attraverso la natura aforistica della mia scrittura, recinti momentanei, piccole oasi. Ma non li costruisco perché ho bisogno di un’altra maschera, di un ennesimo riparo. Li esigo per riprendere respiro e ritrovarmi, più nudo e più inconciliato, in mezzo a fantasmi che esigono la mia presenza, a incubi che mi vogliono ancora persona viva, narrante. Ma la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco».

7 pensieri riguardo “Miraggi tornati parole”

  1. La vita duplicata in un sogno di parole. L poesia come felice dilapidazione di senso. Una scrittura originale, avviata dal “Diritto di essere opachi” e consacrata dagli innumerevoli libri, saggi, racconti e apocrifi di questo autore. Dove la poesia è sempre presente, ma si cristallizza in parsimoniosi distillati: in raccolte di versi. .

  2. Dismettere la maschera ontologica del pensiero vincolato al linguaggio convenzionale attraverso trasgressioni, dissoluzioni e dilatazioni semantiche che conducono a nuove prospettive epistemologiche e soteriologiche…ecco il prodigio sempre incompiuto, ma sfiorato dalla vera poesia, come questa.

  3. “Leggere le pagine di chi fu vivo
    e guardare la bellezza del cielo:
    ritardare il congedo dal mondo,
    léggere, non
    scrivere più,
    smettere di ripararsi dal cielo.

    Finalmente
    non capire.”

    Caro Marco, la poesia fa centro quando il lettore si ritrova precipitato nel testo come se qualcosa di suo sia proprio lì e gli appartenga.
    Nel mio caso hai fatto centro, strike, colpito al cuore. Testi notevoli e di altissima “specie”, quella che dalla mediocrità della nostra produzione contemporanea ci risulta piuttosto rara da avvistare.
    Grazie.
    Nino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.