La seconda voce

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Gabriela Fantato
La seconda voce
Massa, Transeuropa Edizioni, 2018

Gabriela Fantato torna dai suoi viaggi con la borsa piena di fogli scritti e l’esperienza lontana da slogan e interposte intenzioni. Per intendersi, i taccuini della vita non hanno ancora smesso di interdire la propaganda poetica, ma rivolgono il lato migliore del loro contenuto in favore di albe confidenti. Sta in quel panorama il ricordo delle ferite, degli abusi, dei salti di respiro che hanno faticato ad arrivare fin qui. Memoria di ciò che è stato, in quella condizione particolare della realtà che è la poesia quando si abbandona all’intero tempo della lingua, passato e presente nell’identico nucleo vitale. Sono i mezzi espressivi giunti interamente dai padri, dalle madri, dai compagni d’epoca, dai poeti che hanno “organizzato” lo stato mentale nel corso degli anni. Tutte presenze che ancora ascoltano, e si fanno ascoltare dentro questo libro. Per Fantato le cose si afferrano, si leggono e talvolta se ne viene invasi, solo attraverso la lingua, messa in piena condizione da una scrittura che più consapevole non si può. L’umanità qui è “nuda” almeno quanto lo può essere stata per Giovanna Sicari, la poetessa amica d’un tempo forse irripetibile. E ricordata nella poesia Monteverde. Sono promemoria da una mortalità che certamente non può vincere sui volti dalle molte pieghe, capaci ancora di provocare tempeste di realtà. Le visioni spinte dentro le poesie della Seconda voce hanno anzitutto con sé la resa filmica di certi paesaggi fluviali italiani e di lande polverose del Nord-America, poiché la condizione prima del pellegrino è l’assoluta assenza di confini. È come se Gabriela abitasse il luogo dei luoghi, dove il tempo necessario è un tempo unico, assoluto ed eterno. Quel tempo che tiene dentro di sé tutto lo spazio conosciuto. In fondo abitiamo un parcheggio d’estrema periferia, da dove però si assiste alla vastità dei valori (e dei disvalori) di un’intera epoca. Celan non è così lontano, e Cvetaeva lancia la voce della sua ultima notte sulla terra. Il mandato delle loro pagine raggiunge l’attualità del libro, non senza impedimenti geografici e terreni ardui da percorrere. Ma Gabriela ha memoria, offre storie e ustioni al lettore attento, a chi si vuole occupare di rastrelli poetici (occorre un simile attrezzo per farsi largo nei folti campi del divagare letterario) e sofferenze di discordia, e di giustizie affannosamente incalzate. La tenuta non viene mai meno, neppure quando l’invocazione al tempo che separa (il tempo vocativo ha piena preponderanza in La seconda voce) acuisce l’asimmetria del dolore esposto, conclamato. Ma di più appare, non furtivamente, il valore effusivo dell’amore verso le ombre personali, spesso accoglienti. Il vuoto sempre incompleto dei sentimenti non può irretire le poesie, né ottemperare a indecorose consolazioni. Come già detto, Celan non è lontano. Le possibilità sono già tutte date, ma non per questo la spinta poetica si fa protesi di perduti tempi, né coordinatrice di veglie funebri. Se è vero che la poesia “non muta nulla” (Fortini) è vero che ancora qui ritroviamo il suo profetico sguardo. Ogni cosa, e persona, sono percepite dall’autrice come propria sostanza vitale, dentro a un argine di voci e concreti pensieri sta la semina nelle diverse stagioni che hanno condotto La seconda voce fino a qui. La voce sacrale di cui parla Laura Liberale nella prefazione è viva, strato dopo strato, nella bellezza di questa nostra terra spietata. Per Liberale è un suono d’estremo Oriente, per altri è l’ultima voce di Antigone sotterrata che si appone al deplorevole smercio contemporaneo degli dèi.

 

Testi tratti da:

La seconda voce

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