Ridare vita alla parola

Yves Bergeret

Le trait qui nomme
Il tratto che nomina

 

XII
Remettre en vie la parole: deux lieux

XII
Ridare vita alla parola: due luoghi

 

Traduzione di Francesco Marotta

 

1.
Il racconto cantato del griot

Dal marzo 2007, Alabouri e i cinque pittori dogon mi accompagnano tutti in pianura, a Nissanata, a casa di Yacouba Tamboura. Gli abitanti di questo villaggio, come è noto, sono degli antichi “schiavi”, diventati sedentari, dei nomadi Peul. Per la verità vivono praticamente in uno stato di servitù. I loro antenati sono talvolta dogon toro nomu rapiti in passato tra le rocce ai piedi della montagna; l’acculturazione vicino ai loro padroni ha sradicato in loro la conoscenza della lingua toro tegu e, ancora di più, quella dei riti e dei miti. La gente di Nissanata è fiera di ricevere la visita dei pittori di Koyo, insieme a me. E’ Yacouba che ci ospita. Unico straniero oltre a me ad essere ammesso regolarmente a Koyo, e sempre in mia compagnia, Yacouba fa ora parte a tutti gli effetti del nostro gruppo, ma con un approccio tutto personale. A Koyo parla poco, ascolta molto. La sua pittua si dimostra attualmente più audace. Egli ha creato al centro del suo villaggio, sull’esempio dei pittori di Koyo, una Casa dei Pittori, anche se, a dire il vero, è l’unico a dipingervi. Anch’essa è magnifica, anche se la diversità e l’ampiezza delle trasmissioni del patrimonio della sua composita comunità, asservita fino a poco tempo fa, sono ancora poca cosa, scarse se rapportate a quelle delle due Case dei Pittori dogon(1). Yacouba fa, in modo evidente, un paziente ed efficacissimo lavoro (un “bira”) di ricostruzione della sua memoria.

A Nissanata anche Soumaïla Goco Tamboura ci tiene ad essere sempre tra quelli che ci accolgono. Della mia stessa età, egli è tessitore, contadino e, soprattutto, indovino e cantastorie: ci si burla del suo temperamento molto sanguigno, tuttavia lo si teme. Gli encomi e le note di biasimo che canta al ritmo di una mezza calabassa vuota che pone a terra per batterla in modo cadenzato, sono ammirati e nello stesso tempo temuti in tutta la regione. Crea strani disegni geometrici su dei fogli a quadretti che mi chiede, poi me ne dona in gran numero, tutti con divinazioni e mappe delle sue montagne e dei loro pochi antenati, visto che lui è uno “schiavo”.

In questo mese di luglio del 2007, mentre una notte siamo tutti riuniti a Nissanata, Soumaïla propone che l’indomani scaliamo la sua montagna fino a un villaggio abbandonato, forse tellem, Lamasaga, che mi aveva già mostrato nel luglio del 2003 insieme a Yacouba, in seguito a un incidente drammatico di cui quest’ultimo era rimasto vittima: una possessione impressionante in piena montagna, a causa di un sacrificio compiuto in precedenza. La guarigione era avvenuta grazie a un importante sacrificio che ero stato invitato a finanziare e grazie alla creazione da parte di Yacouba, appena si era ripreso dalla trance, e da parte mia, su sua richiesta, di un armonioso poema-pittura su un tessuto bianco(2): da quel giorno, l’atto di creare un poema-pittura era pienamente integrato nei riti e assumeva inoltre una funzione di arte-terapia.

All’alba saliamo dunque a Lamasaga. Per colazione, qualche seme di arachide. Soumaïla, all’ombra di una grande roccia rotonda vicina alle sepolture piene di crani e di ossame, di sua iniziativa tira per me le conchiglie e ne trae le predizioni, così anche per due pittori dogon. Aggiunge che grandissimi benefici arriveranno per tutti noi se sacrifico una capra bianca. Poi canta a voce spiegata dei racconti che improvvisa sulle nostre azioni presenti. E noi altri, Alabouri, i sei pittori ed io, creiamo anche a Lamasaga le nostre opere sui tessuti e sui fogli, circondati, sicuramente, dalla presenza mobile degli antenati e degli “spiriti”.

All’alba del giorno successivo saliamo tutti di nuovo a Lamasaga e il più giovane dei pittori dogon vi sacrifica la capra bianca che mi sono procurato a Nissanata. Soumaïla canta ancora di più, mentre noi, tutti insieme, creiamo delle nuove opere là dove nessun altro straniero è mai salito. Una cinquantina di grandi scimmie nere girano per un’ora intorno a noi, a trenta metri, tra i massi di roccia rossa. Ridiscendiamo a Nissanata mentre cala la notte. All’una del mattino, Soumaïla mi sveglia per offrirmi una cassetta che ha appena registrato segretamente nella sua casa.

Poiché comprendo con difficoltà la lingua peul, è nella serata di due giorni dopo, a Koyo, che Alabouri e i pittori dogon, che la parlano correntemente, mi traducono il grande racconto cantato del griot: lo ascoltiamo su un piccolo registratore a cassette. Senza Soumaïla, che non è ammesso a Koyo. Tutti i registri della parola sono utilizzati in questo racconto, dall’invocazione rituale al sortilegio, dall’encomio alla semplice informazione, dall’adulazione all’ironia, dall’interrogazione alla meditazione, dall’invettiva all’ebbrezza della glossolalia. Ma, soprattutto, il cantastorie indovino, visionario, “schiavo” impantanato nella sua miseria sotto la pesante autorità dei Peul, dice cantandola l’avventura della parola che, pittori e poeta, stiamo vivendo da otto anni; dice l’evoluzione di queste comunità estremamente povere, dogon e rimaïbé, di cui l’accoglienza al poeta straniero trasforma il divenire e lo fertilizza; dice la parola che danza tra le montagne, la parola che viaggia, la parola libera che fa crescere colui che la pronuncia così come colui che sa ascoltarla, il poema-pittura che arricchisce ognuno e crea un mondo più fecondo. Il rimaïbé, lo straniero più straniero tra gli stranieri, sradicato, spossessato di se stesso, dice cantandola la nostra moderna avventura della parola che fonda l’uomo con le sue radici lontane e la sua creatività contemporanea.

All’alba successiva al dono che mi ha fatto di questa straordinaria cassetta, Alabouri e i pittori dogon invitano Yacouba e Soumaïla ad accompagnarci nel viaggio di ritorno verso Koyo. Attraverso un nuovo sentiero, scaliamo una parte molto ripida della falesia dogon di Koyo. E giungiamo a un altro villaggio abbadonato, sicuramente tellem, Bandagiérin, sconosciuto a tutti gli stranieri, di cui Alabouri e Belco hanno cominciato a parlarmi soltanto nel 2005. Alabouri e i pittori dogon mi ci hanno infine condotto una settimana fa: desideravo ritornarci e, se possibile, se consentito, desideravo che vi creassimo un’opera. Le rovine di questo villaggio sono sospese in piena falesia, al di sopra di una bella parete verticale e sotto potenti strapiombi arancione. Uccelli di ogni specie vi nidificano. Arriviamo su una piccola spianata circolare, di dieci metri al massimo di diametro, librata nel vuoto. E’ il giérin del villaggio. Ma non possiamo sistemarci sul bordo, perché i pittori mi ci fanno notare tre pietre-parole ritte le une contro le altre e attualmente strumenti di un culto molto potente; ci mettiamo a distanza; tiro fuori dal mio zaino tre quadrittici in bellissima carta, gli aculei di porcospino e il recipiente con l’inchiostro di china. Insieme cerchiamo, troviamo e posiamo sulla carta i segni grafici e le metafore poetiche adatti al luogo. Alabouri sorride come mai prima. Soumaïla, battendo ritmicamente il bidone di plastica nel quale ha portato un po’ d’acqua, canta la nostra azione di stamattina con una voce potente che gli strapiombi fanno riecheggiare verso la pianura. Alla fine Yacouba improvvisa al centro del giérin dei passi di danza. Poi ci congediamo da Soumaïla, portiamo a termine la nostra scalata, attraversiamo l’intero altopiano e arriviamo a Koyo di notte.

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Note

(1) Nell’aprile del 2006 i pittori di Koyo hanno costruito, dipinto e aperto la loro prima Casa dei Pittori, un po’ distante dal villaggio, in alto sulla montagna. La si può visitare. Ne hanno creato una seconda nel febbraio 2007, nel quartiere dogon che hanno costruito a Boni. Sulla prima Casa si può leggere il mio libro La Casa dei Pittori di Koyo, éditions Voix d’encre, 2006.
(2) Di questi episodi parlo nel mio libro Se la montagna parla, éditions Voix d’encre, 2005.

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2.
La parola in atto

Agosto 2008

E’ il mio ventesimo soggiorno. Nel corso di ognuno di essi ci spostiamo sempre, in due o tre occasioni, verso il villaggio di Nissanata, in pianura, ospiti di Yacouba Tamboura. Come è avvenuto nei miei due soggiorni precedenti, Soumaïla e Yacouba ci conducono in alto sulla loro montagna: esplorano insieme a noi le zone oscure della loro memoria. Attraversiamo Itri, il villaggio di due suoi antenati che Yacouba nomina per la prima volta, Sambo e Arsiké Gada. Ci fermiamo in seguito alla grotta di Komboal Bingaldan; questa volta Soumaïla dice subito che qui hanno lavorato, 2700 anni fa, tre pittori che si sono alternati nel posare dei segni: Antemeli (“il trovarobe”), Saïdu Ugo bara e Antinba, i cui tre nomi sono chiaramente dogon di lingua toro tegu. Soumaïla aggiunge che io sono il quarto posatore di segni in questa grotta. Poiché sono l’unico tra noi a saper leggere, mi chiede di leggere a voce alta, per i pittori, Alabouri e lui, i segni dei miei predecessori. Rispondo che intravedo qui la presenza di un testo, ma in una lingua che mi è impossibile tradurre.

Arriviamo poi al sito di Lamasaga, dove Soumaïla ci conduce direttamente in una piccola postazione delimitata da un cerchio di pietre, di cinque metri di diametro, alla base occidentale della grossa roccia che fa da copertura a delle camere e a dei granai abbandonati da secoli. Si siede al centro, noi ci sistemiamo tutti sulle grosse pietre che formano il cerchio. Soumaïla, cantastorie e indovino, ci dice allora che ci troviamo sul “giérin” di Lamasaga, che fino ad ora non avevamo notato. Tre grandi cantori vi hanno attivato nel passato la parola, aggiunge subito: Dembere di Lamasaga stessa, Alaï di Kalé (montagna appuntita nella cui cavità, ci dice, esiste una galleria verticale piena di numerosi granai) e Sambal di Homborié Tiékié, dove si trova una piccola grotta con un grande segno rosso dipinto, dimora di un grande e temibile “spirito”, che Soumaïla e Yacouba mi avevano condotto a vedere nel luglio 2003. Soumaïla aggiunge che egli è il quarto cantore di Lamasaga. Così, il 4 agosto del 2008, abbiamo ridato vita alla parola feconda cantata-danzata del giérin di Lamasaga.

In seguito, prima di cominciare una trentina di metri più in basso un lavoro di creazione il cui tema, deciso dai pittori, è giustamente quello dei grandi cantori del passato di Lamasaga, Soumaïla lancia le sue conchiglie predicendo, tra gli altri, a mia figlia, di nuovo presente con noi, degli ottimi studi e un’entrata attiva e fruttuosa nel nostro lavoro di creazione. Quando chiedo ad Alabouri da dove pensa che Soumaïla Goco tragga le sue conoscenze su questi luoghi, mi risponde che tra un soggiorno e l’altro egli si informa presso gli anziani di Nissanata.

Ma la parola di Soumaïla Goco, dicono Alabouri e i pittori, non è come quella del toro tegu. E’ una parola che ondeggia, lusinga, esita, resta instabile. Egli ha dei lampi visionari, tenta di stabilizzare la sua parola. Talvolta un po’ ci riesce. E’ soltanto, affermano i pittori del toro tegu, quando tira le conchiglie che la sua parola è chiara e ferma, perché allora non è lui che parla: sono gli “spiriti” della montagna che parlano attraverso le conchiglie che la sua mano getta al suolo. Gli “spiriti” della montagna sono delle risorgenze attive della parola.

I pittori precisano allora che essi stessi quando posano i loro segni, le Donne che Cantano di notte a Koyo, ed io, forse ancora più di quelle e di loro, siamo gente di “tegu bitikuda”, della parola rigirata, della parola messa in movimento; Soumaïla Goco accede a questa parola solo quando gli “spiriti” parlano attraverso la sua mano che lascia cadere le conchiglie. Noi, invece, lavoriamo la parola, la liberiamo, la apriamo e se, molto concretamente, la rigiriamo, è perché siamo i contadini della parola che ne rivoltiamo la terra, con la doppia zappa del nostro sguardo e della nostra comprensione.

Aggiungo qui, nel novembre 2010 (e, volutamente, non in una nota a fondo pagina), che in ognuno dei miei successivi soggiorni, e parecchie volte in ogni soggiorno, la nostra più rilevante pratica creativa si è sviluppata con un andamento in due tempi. Un primo momento: la salita a Lamasaga al prezzo di una scalata complessivamente difficile, la divinazione con le conchiglie, un sacrificio, la creazione di opere nel passaggio costante e incuriosito delle grandi scimmie o anche delle grandi linci, il tutto su una larga terrazza in quota, disseminata di blocchi giganteschi, che domina la pianura infinita del Sahara e di fronte alla montagna di Koyo e alle magnifiche ondulazioni della sua falesia: il nostro lavoro sulla parola in atto in un paesaggio di una bellezza serena e profonda. Poi, in un secondo momento, l’indomani, l’ascesa a Bandagiérin, dopo una faticosa scalata, un piccolo sacrificio, la creazione di opere in un paesaggio di una bellezza maestosa sotto le immense falesie arancione a strapiombo, mentre numerosissimi grandi uccelli volano, vegliano e fanno mostra di sé intorno a noi. Un doppio rito nel quale, compiendo intensi sforzi fisici, siamo andati regolarmente a restaurare e a ridare vita, con le nostre opere su tessuto e su carta, a una parola dalle origini tanto antiche da sembrare perdute; ed eccola attiva, moderna, splendente, con noi che proviamo, singolarmente e tutti insieme, una accresciuta consapevolezza della nostra responsabilità e una felicità che ci colma.

 

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Remettre en vie la parole: deux lieux

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1 commento su “Ridare vita alla parola”

  1. Carissimo Francesco, la tua passione e la tua energia nel continuare a tradurre questo Poema (chiamo così quest’opera complessa e modernamente poematica, profondamente ispirata alla lezione derivante dalla raffinata cultura e tradizione del popolo di Koyo) mi commuovono e mi riempiono di ammirazione.

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