Sul confine

La luce rinunciata porta in grembo sillabe –
alfabeti d’ombre che non traverseremo.

Sul confine

(Tratto da:
Icone del migrare, I, 1998-2002)

 

“Wir sind aufgestiegen von einem Hafen
wo wiederkehr nicht zählt”.

Ingeborg Bachmann

 

Grappoli d’ali colorano di abissi l’orizzonte. Il giorno migra verso la prima stella – illimitata pupilla dischiusa sopra il grido delle sabbie. Acqua che si trascina nel lucore ramato dell’assenza.

palpebre annodate
alle ciglia, nell’aria
dalla brocca
trasvola
il polline del sonno,
plana sul giaciglio
dove fuochi
sussurrano alle
impedite stanze
del tempo
sospeso:
maculate stellalbe
autunnali
in attesa,
fiorite
davanti all’altare
deserto
dell’iride, qualcosa
che si offre
trapassando
l’eclisse di prossimi
uragani

 

*

 

S’accorda all’ombra, la parola, sulla mappa inquieta del mutare. Come linfa seminata da un lampo – che al deserto assorto in quietudini di vento fiorisce sogni d’oasi, albagie di neve.

portici a forma di nido
per nembi
polverosi di memoria,
lo stesso azzurro
inquieto
disgela in trame
d’acqua,
al vento

da infanzie
smunte in passi
d’angelo,
un tempo nasce
che sfiamma
in cenere
da roghi di crepuscolo:
è sera, ormai, e
l’alba invano
si cerca
tra ghiacce arterie
di una parola
trascesa in
spente estasi

 

*

 

Occhi colmi di tempo. Luoghi innevati dagli anni sulle cui labbra il fuoco del disgelo non risponde. La cenere ci accoglie. Dimora di stupori. Memoria segreta di sorgenti.

acque
levigate da un
sasso,
e un sogno
rapido
fluisce
tra le sensuali
labbra di una
foglia,
movimento e
luce
che non
partorisce ombre
sul greto
nevoso delle
mani

 

*

 

Congedi di eternità senza parole. Un libro interrotto alla voce lacrima. Alla voce dono. (La luce rinunciata porta in grembo sillabe – alfabeti d’ombre che non traverseremo).

l’oblio
che spinge al mattino
il carro, l’oracolo
elementare
che perde vento
da feritoie d’occhi,
l’oblio del
biancospino,
condivisa complicità
di strade
nel segno arcuato
di una luce
eletta

 

*

 

Una pagina letta per anni, giorno dopo giorno, sulla quale non c’era scritto nulla. Ho sfogliato il deserto – con mani tese oltre le grate del mio giardino murato.

da versi in
declinabili al
presente, da
sommità
di vuoto,
desti a fatica
dal lontano
di un consunto
breviario,
i silenzi di un
lume
esplorato, misurato
ad arte in
angoli di voce,
palpiti,
identità di lama:
fatto a pezzi
dall’ombra
amorosa
partorita intorno

 

*

 

Il disordine di una domanda reclusa nella soffitta delle labbra. Il respiro che annaspa nella resina di nenie infantili. La rosa di un grido ha radici profonde nell’inverno.

non un grido di linfa
scuote le vene
di un albero
sradicato,
il suo corpo che
scolora in
altre,
esili identità
di luce:
solo l’occhio di
gemma
di pallide lune
al tramonto
si segna per
antica consuetudine
con l’aspro
annuncio della
terra

 

*

 

Conserva acque sotterranee per i fiori assetati di non so quale estate. Acque di luogo in luogo pazienti, ignare della morte che le attende evase in chiarità di sabbie.

soli in nero
a delta
in accimate
sommità di cielo,
nell’aria
l’agonia del giorno
smuove parole
agli occhi,
senza requie,
un silenzioso darsi
in regole di pelle,
icone del
migrare
appese a fili
di luce
vanescente,
ali

 

*

 

Imbruniscono, le mani, nella terra aspra di voci mai scritte. Il fiore dell’oblio annotta privo d’echi, ignorando l’arte della pioggia. La lingua d’acqua di un lume spuntato tra due masse d’ombra.

ritmiche, sillabate
rive di una
profonda estate,
un deserto
affiorato
dalle oasi del ricordo
come una spina
che punge a grido
la luce
delle fonti

idoli al passo
nel cielo
verde
di una pagina
ferita, immolata
a sillabe di
vuoto

 

*

 

Cedere il nome all’elemento sabbia, perché solo il vento spira senza memoria, senza requie, tra queste case. Breve eternità della morte in un respiro.

curvo grido di
acquemorte
meriggia in cerchi
sfrangiati d’eco, poi
la città splacenta di
crematori, chiostri
di sale e rugginose
fibrille di lampioni:
laggiù,
fiorite in orme
prive di respiro,
all’incanto
nell’inventario dei
giorni o in tuffi di
zodiaco redento, albe
di pietra e zolfo
a specchiare il
volto che ricama,
disegna e scioglie
primavere in prestito
sopra smurati
sepolcri di
alfabeti

Annunci

4 pensieri riguardo “Sul confine”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.