Temeraria gioia

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Eleonora Rimolo
Temeraria gioia
Ladolfi Editore, Borgomanero, 2017

I Mottetti del “primo tempo” di Eugenio Montale, il Diario del ‘71 e ’72 del suo “secondo tempo”, non sono solitamente osservabili nella produzione poetica dei giovani poeti. Tanto meglio, verrebbe da dire, osservando con metodo quel che ci viene proposto. Se i più non vanno oltre alla sensibilità come se fosse un’anguilla (a proposito di Eusebius!) facile da afferrare, e facile da condurre in una ricerca poetica, meglio distendersi a osservare mari e lagune invece di scartabellare libri e opuscoli che affollano il “mercato”. Consistenza, concetto di scrittura, necessità, conoscenza e rispetto del nuovo nella tradizione, non sono concetti in voga, parrebbe. Al netto di degne esperienze affioranti quasi controvoglia dal magma circolare dei circuiti editoriali di varia specie e misura, dove è rarissimo trovare libri davvero necessari. Uscendo dall’osservazione personale (certamente da molti detestata) di quest’attuale epica al contrario, e lontani dal voler sfasciare quel che di buono c’è, occorre stare in guardia perché non sfuggano attitudini poetiche da consumare con costanza e utilità. Sarà bene considerare, al di fuori dell’eccentricità, alcune voci la cui giovinezza non agisce da cardine deterrente. Eleonora Rimolo torna a Montale, creandosi un posto all’aperto, nel pieno di un’inchiesta che porta a movimenti controcorrente. E non si tratta di ritorno poligrafico sulle tracce di un passato memorabile, tanto da permettere più facile avanzamento della propria letteratura. Si tratta, se mai, di una dolcezza inquieta, di cui parlava anni fa Giuseppe Marcenaro in quel di Genova a proposito degli archetipi montaliani, raggiunta dall’autrice attraverso studi e volontà di ricerca critica e emozionale. Addentrandosi nel folto dei versi “colloquiali” del poeta ligure, Rimolo non si è lasciata sfuggire le radici che hanno portato entrambi a viaggi sostenuti da un dialogo arguto o lievemente divertito, misterioso ma sempre condotto sul bordo di pura flânerie speculativa. I versi di Temeraria gioia non si fermano all’accorto scandaglio di una condizione umana più mitizzata che raggiunta, se mai assecondano le vicende biografiche a farsi portatrici d’esclusivo riguardo nei confronti della parola: sempre impegnata (condotta con leggere spinte) a tracciare i percorsi indicati dalla bussola psichica. Il mondo come meditazione potrebbe ampliare gli orienti qui visti e desiderati come destino, la natura non desidera altro che passi addestrati e cauti, lievi come un pensiero fluttuante. Wallace Stevens appoggia qualche sentimento simbolico e qualche droga marsigliese nei paraggi, sebbene il poeta statunitense non pare venga nominato fra le letture primarie della poetessa. Ma nei territori di questo libro non vi sono soltanto artefici inevitabili, vi si respira una fortuna non cagionevole, una portentosa capacità di concentrazione espressiva che permette a ogni poesia di riunirsi in unico poema sull’evidenza del mondo osservato. Il mondo contrappone la sua materia allo sguardo perentorio di Rimolo, la poetessa ne trattiene tutta la gravità (in senso di interazione fisica) esponendo ragioni, confidenze e orgogli al lettore. In alcune pagine lo scorrere imperterrito del pensiero umano dentro a diramazioni fluviali è una sicura reazione ai sassi del tempo, a perplessità sugli intrecci vitali. In un’inerzia del tempo in cui si è prigionieri, Temeraria gioia avanza l’ipotesi che dentro le sue spire ci sia ancora confidenza bastante affinché la condizione storica della poesia goda di fedeltà fra le parole e quel che vede il poeta.

 

Testi

 

Li vediamo dal basso,
scendono gradino dopo
gradino esperti itinerari
della trascorsa stagione:
minano la quiete della stanza,
parlano con un fiore in bocca
e dicono – ci confessano,
mormorando alle nostre
inquietudini solenni –
da lì, se sali, si vede anche,
si vede anche il mare,
una striscia di cielo
rubata ad un dio morente:
e attraverso la cella,
se ti concentri, si sente pure,
si sente pure il sale,
briciole sulla lingua a misura
di bacio, uno scambio di
oceani tormentosi,
quella scia di pietà
che colora di petrolio
un altro dramma negato.

 

*

 

Il mattino dopo
brandelli di ossa e scarti
di epidermide si confusero
col ferro:
il sole sciolse il senso
del dolore trascorse
un egoismo attraversò
il binario, planando,
l’angelo nero alzò un
piede scavalcò
quell’altura vischiosa,
nessuna traccia, diranno,
sulle suole delle scarpe,
di plasma, nessuna:
incolpevole solamente
il sollievo della gente
mendicante meschina
della sola propria salvezza.

 

*

 

Avvolta in fragranze di limoni vorrei,
tu con il maglione a quadri, in cucina
mi sorridi dall’altro capo del filo
in tasca hai tutte le piaghe del senno
piegate stanno in mezzo al fazzoletto
sopra il tavolo lucerna senza vento
aroma di caffè, disusate tenerezze
di vecchio, la luna sovrasta il tetto
non si vede che il velo dell’altro
suo volto, nei tuoi occhi,
come un vaso ornato privo di fiori:
tra i disegni e le chiacchiere
sono morti numerosi altri
idoli ma in te solo, nelle tue ossa,
io rivedo la tovaglia, le carte, le forbici
in fila indiana, la fruttiera,
in principio.
Lì dove nacqui erano già in cammino
i tuoi passi, ancora e ancora
stritolano speranze
e – solo ̶ il tuo amore fa ruggire
a me dentro tempesta.
Ci riabbracciamo qui sotto il letto,
aiuto, ho buttato via l’asso
di denari, sono stata davvero, ho fatto
proprio la mossa sbagliata: tu
batti le mani, vincitore, il vino
ti colora rughe nuove e le Erinni
finalmente
abbandonano l’estate.

 

*

 

Tu eri il tuo nodo,
le domande ti braccavano
morbose, ti parlavi
con una lingua di cenere,
intraducibili visioni
di un altrove che mai
raggiungeremo.
Ma siamo qui,
e me lo ricordi
senza equivoco.
Eppure dicono
che tendere il pensiero
risolva l’enigma:
mentre ti specchi
una schermaglia di volti
rovescia il tuo messaggio
e la cifra delle malinconie
si azzera
ai piedi della luna.

 

*

 

Non c’è guardiano in cima
all’eccesso di questa impotenza:
le piogge portentose, il libeccio,
straripando dalle celebrazioni
l’immutabile gode a far di te
un ingranaggio che tortura
le ciglia con scrupolo e di me
un rozzo pezzo di stagno
deformato dalla ruggine,
abbandonato sullo stradone,
incapace di stritolare il futuro
con la velocità savia,
celeste mandante
delle nostre stasi umane.

 

*

 

                      ad A.G.

Non conosco l’uccello che vola
basso sopra il raccordo autostradale
si ferma e poi con la sua lunga ala
abbatte tutte le scene cittadine
– di molte cose non conosco il nome
ma so che oggi è finita un’epoca,
so che lui scriverà ancora ma questo
non lo salverà, so che avremmo potuto
dire di più e che nel guanto di queste
ispirazioni imperiture c’è l’estremo
tentativo di conciliare la vita
con la violenta gratitudine di morire.
E a questo punto tutte
sono ostili figure da taglio:
il povero sul ciglio, la donna in procinto
di spegnersi alla finestra
– o dentro la sacrestia, tutte le sere
e quelli che fanno della noia
il sufficiente nutrimento.

 

*

 

Amarti è di nuovo covare
la nausea del non capire,
è l’aver smarrito
il sentiero scavato
dall’aratro, è chiederti
quanti sono i superstiti,
spegnere la luce, abbandonarsi
nel sonno alla strage.

 

*

 

Per la parola noi siamo andati oltre,
siamo stati macigni che planano
sopra i campi di girasole: oggi la gioia
scorre dai tornanti della gola
sfocia tra gli interstizi occlusi
del diaframma per metà
ci orienta al sole,
fissa per sempre il tuo verso
sopra la tavola, per questo gli eroi,
per questo la casa, la biblioteca,
il tuo mantice sopra il mio.

 

*

 

Si va incontro alla dissolvenza
un venerdì di novembre con in tasca
quella sola chimera:
eppure si va ancora, perché
si deve, perché tutto va medicato
finché c’è terra da occupare
e cataclisma, col nostro secchio
di latte e vino, sempre dovuta,
sottintesa la notte.

 

*

 

Non ci alzeremo
ora restiamo seduti
a testa china, in silenzio,
in eterno
ora si sommano
i dadi della ragione
tutto in un solo numero
non si lancia nessun gioco,
non si primeggia, si cerca solo
di uscirne indivisi e invece
da quel lavorìo intenso dalla masticazione
povere e poche settimane di digiuno,
uno spegnersi banale
la parità.

 

*

 

Non so se sia possibile
assomigliare con la sola
parola all’anomalia,
se le più grandi carneficine
possano compiersi dall’alto
di una mano armata a stento
della carcassa di un topo.

 

*

 

Dalla fenditura, ad uno ad uno, monconi
di poeti, scarabei, iscrizioni in limine,
e sull’espressione il decrescente, il penoso
tuo sospetto, potremmo disertare adesso,
riporre il coltello nel fianco e ascendere
alla pozza infernale, eppure lentissimi
i cocci scansiamo, tranne uno, tranne uno.

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