Libretto di transito

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Franca Mancinelli
Libretto di transito
Venezia-Mestre, Amos Edizioni, 2018

Franca Mancinelli non ha abbandonato i viaggi, i “transiti” che già in Mala kruna (suo primo libro, del 2007) esordivano da una casa vuota verso spazi di rive e confini, resistendo a forze che osteggiano i territori e le poetiche. Dopo la condizione stanziale e vigile di Pasta madre, giunge questo libretto da luoghi dove l’Oriente è condizione necessaria e vicinissimo alla frontiera con l’attuale nostro Occidente. Dalla notte si è usciti, le azioni sulle parole e il linguaggio hanno agito come antica ferriera costruttrice di treni e binari, di meccanismi di scambio. L’orizzonte ne ha trovato giovamento, tolti di mezzo tutti gli inganni e facendo distinzione fra cose presunte, eroi trasparenti e terreni sani privi di sorveglianza ostile. In Libretto di transito ha il suo spazio una poesia alleata con narrazioni la cui pronuncia è evidenziata dalla forma. Non è prosa, è un punto di vista autonomo scelto da Franca per sé, un accostamento tenace a quelle singolarità che permettono un viaggio a occhi bene aperti: per Vittorio Sereni erano ricognizioni estese, da Frontiera a Un posto di vacanza, in tempi vicini che ora sembrano lontanissimi. Ma non smettono di parlarci dai loro livelli profondamente discorsivi. Per questo (e di certo per altri riferimenti e strumenti comunicativi da ritrovarsi altrove) in Libretto di transito la narrazione appare prevalente, e vibra tra momenti di fulminea tensione lirica e minuziose ricognizioni. La scelta di vie appartenenti alla storia umana, depositarie di forze prodigiose, dà direzione alla ricerca poetica ed esistenziale, le ruote ferrate passano per stazioni che si susseguono lungo un cammino guidato da sguardo mai pago e resistente. Torna anche il tu, sintomo del viaggio oltre sé stessi, della nostalgia che trasforma i passati in futuri inimmaginabili, ma sempre qui, a due passi da quanto s’era disegnato nel passato. Parlare all’esterno contagia il centro dell’io, fa espandere la visione dei campi di realtà, dei paesaggi distesi lungo il percorso del treno. In Libretto di transito c’è un mondo dispiegato, descritto, tradotto in poesia ma non catturato negli oltremodo diffusi elementi elettronici. In questo mondo l’uomo e la donna di Franca Mancinelli, mai descritti ma ben presenti nelle pagine (le carrozze ferroviarie), conservatori della loro mobile esistenza, sono scelti fiduciosamente dall’autrice per un focolare domestico di senso. In alcune pagine si può leggere come il “bene” di qualcuno tesse ancora lo spazio portando ulteriori dettagli. Che si tratti del paesaggio, dello spazio nel libro, della poesia liberata dalla polvere, infine dell’argilla nutriente, tutto questo rende visibile la conquista della dimensione narrativa. Che ha in sé le ragioni della poesia.

 

Testi

 

Non è solo prepararsi una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

*

Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.

Le cose che hai scordato di portare con te. Lasciate negli scompartimenti dei treni, scivolate dai sedili degli autobus. A un tratto ti raggiungono premendo l’angolo duro della loro assenza, come attraversando una zona più limpida dello sguardo.

*

Ecco il fiume che mi allarga lo sguardo, che mi attraversa la fronte. Lo aspetto ogni volta. So quando arriva dal diverso rumore che fanno le rotaie sul ponte. Accanto al sedile una piccola valigia. L’ho preparata sapendo di andare. Sospendendo un attimo i gesti che piegavano e riponevano, ho deglutito allontanando il sapore. Così fanno gli adulti, nascondono per proseguire.

*

È sempre qui che ci incontriamo, in questo campo di forze dove puoi trovarti sulla bocca il silenzio di un altro. Nessuna presenza, nessuna costanza delle cose. La voce e i gesti governati dalla frequenza di una stazione non raggiunta.

*

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Inizia a crescere radici, sottili come capelli. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili, come di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta in un gioco di dimensione perfette. Ne restava una sola, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Sciogliendo una sillaba fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

*

Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, un lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che disfi la valigia, ti scordi di partire.

*

Ci sorvegliano dalle soglie, un occhio socchiuso. Sanno che torniamo all’ora dei pasti. Conoscono i nostri bisogni, le nostre debolezze diventano abitudini. Del nostro linguaggio comprendono il suono e l’intonazione di fondo. Portiamo loro la ciotola, e una carezza ci illude: averli avuti vicini.

*

In questo paesaggio posso chiudere gli occhi e dormire, senza il rimorso di avere interrotto il narrare del treno: come si vive, come sono disposti gli alberi e le case, che cosa stanno facendo gli uomini.
Il racconto continua silenzioso, mentre penso e inseguo altre voci. È un tragitto compiuto tante volte, che basta poco a riconoscerlo. Guardo soltanto i fiumi. Il rumore delle rotaie sul ponte mi sveglia.

*

Con il tuo bene continui a tessere questo spazio, a portare dettagli e densità. Il tuo bene è un filo che si rigenera di continuo formando una ragnatela. Io sono avvolta lì, un po’ viva e un po’ morta. Ma se svolgessi il filo e tornassi a vedere, troveresti una croce sormontata da un cerchio. Così sottile e lieve, tracciata sulla polvere. Basterebbe un tuo soffio per liberarmi.

*

Eri scomparso sotto il lenzuolo. Muovevi le montagne. Franava la neve. Poi tutto era fermo. Prendevo un treno e tu silenzioso mi accompagnavi al fianco. Voltando la testa, oltre la linea di case, ti ritrovavo. “Credi che un nome possa aver luogo?”

*

Piove dalle travi del tetto. Tutta la notte spilli fino al sangue. Le cose mi chiamano: vestirsi, annodarsi le scarpe.

Liberata dal corpo, accarezzata dal buio. Come si cammina lo sai. Per farlo ancora, dimentica, torna a pesare sui piedi.

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