Diari del transito

Alfonso Guida

L’innobile innocenza mattutina. Debolezza genitale. Parola che non sorge esatta. Il filtro è un tentato ponte. Lì devi convogliarti. Lì deve inoltrarsi la parola. Il viaggio della parola è duro, colmo di asce, di tossicità. Superati questi muri, la parola giungerà a riva, sulla bocca, nel pensiero o sul foglio, sbozzata, monca, relitto scheggiato di un fenomeno imprendibile, un cerchio che è intero solo nel suo darsi a priori, prima di ogni divisione. Il suicidio dei poeti non si realizzerebbe se la parola avesse lunga durata, toccasse il polo finale, ammainasse profonde bandiere bastanti a dire. Il poeta è un linguaggio. Porta sulle spalle ricche gerle e, a cavallo, sovrabbondanze. Permane l’essenza del limite. La parola non può essere detta fino in fondo perché il fenomeno/scaturigine è indicibile e denso per natura. Potremmo mai pretendere che la parola sia fedele al punto di sorgente? Insaziato meccanismo tragico del poeta: cercare il ciottolo che porti in sé il maggior peso del fiume. Ricerca di una fedeltà e riposo dentro la più fedele parola, la più prossima alla Mater Coelestis o alle baccanti dell’Asia Minore. Nel nostro corpo si lascia avvertire la sommossa, il sommovimento, il volo, l’incrinatura di faglie geologiche, la ferita che mostrerà il monologo, ciò che di un lungo papiro egiziano possiamo dire, fin dove si arena la parola. Servirebbero torme di parole, ma la parola giunge fin dove può e lì si sdogana il destino.

Tratto da:
Diari del transito
“La foce e la sorgente”, Quaderni, I

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16 pensieri riguardo “Diari del transito”

  1. Ringrazio la Dimora anche per l’attenzione a questa pubblicazione; penso che (ma il merito di questo va a Marco Ercolani e, naturalmente, ad Alfonso Guida) sia stata proposta un’opera di un valore davvero raro e altissimo – ma, finora, la cosa sembra essere stata accolta dall’indifferenza e dal disinteresse generali. Lo ritengo un ulteriore, chiaro sintomo dell’autoreferenzialità sterile e provinciale (e invidiosa) da cui è affetto il mondo letterario italiano.

  2. Sono la stessa indifferenza e lo stesso disinteresse che accolgono le proposte della “Dimora”, anche da parte di blog cosiddetti “amici” o affini – inutile far finta di niente. Penso in particolare all’opera di Bergeret, ma non è l’unico caso, totalmente ignorata fuori da queste mura e da Via Lepsius. Qualcosa dovrà pure significare…

    Sinceramente (e l’ho ripetuto spesso e volentieri a Francesco, così come avevano già fatto altri prima di me): è un atto di amore immenso, certo, ma si risolve in masochismo puro, soprattutto quando ti dibatti, fuori dal blog, tra problemi insormontabili. Chi te/ce lo fa fare?

    M.S.

  3. Gentile Mario Santiago, premettendo che concordo in pieno con quanto lei scrive, aggiungerò che non ho mai “fatto finta di niente”, anzi, ho preso atto della situazione e continuo a scrivere sul mio blog e a seguire con passione la Dimora perché, come spesso mi ripete proprio Yves Bergeret, “noi non cederemo e andremo avanti” – ho soltanto diradato (e molto) interventi su libri di recente pubblicazione, data l’estrema difficoltà (almeno a mio parere) di trovarne di degni – sono sempre di più gli indegni e i fasulli; secondo me non si tratta di masochismo, ma di coerenza con la convinzione che la scrittura abbia anche una valenza etica e politica; inoltre nutro un’enorme ammirazione e devo gratitudine a Francesco Marotta, per cui continuo a credere nella linea da lui indicata.
    Fuori dei nostri blog i problemi sono tanti e insormontabili, è vero, ma cedere e rinunciare non è ammissibile: le “Repubbliche partigiane dell’Ossola” cui lei ha dedicato un post che mi ha molto commosso non saranno mai morte finché ci sarà chi, folle sognatore, non si rassegnerà e andrà avanti.
    La saluto con stima e amicizia.
    E sempre grazie.

    1. Caro Antonio, ti do del “tu”, così il discorso, quale che sia, diventa più immediato e diretto: il “lei”, per quanto mi riguarda, crea distanze anche quando non ci sono e in quasi ventisette anni non l’ho mai usato se non per scherzo.

      Va da sé che il discorso che facevo sopra non riguarda minimamente il lavoro egregio che svolgi col tuo blog in prima persona: lo apprezzo e cerco/cerchiamo di dargli spazio ogni volta che è possibile farlo. Etica e condivisione sono anche questo, in rete e fuori.

      Ma il problema a cui accennavo rimane.
      Perché dovrei condividere (io direi anche: perché dovrei pubblicare) chi su questo blog non ha mai letto nient’altro che i post che lo riguardano? Se si chiede di apparire in un sito (molto spesso a comando, e a prescindere, a quanto mi è dato vedere e capire), lo si dovrebbe fare perché se ne condivide la linea, il progetto.
      Cosa ha da condividere, se non la sua voglia di “apparire”, chi non si è mai accorto di un autore (ad esempio Bergeret (*), visto che l’ho citato prima) che qui viene tradotto e pubblicato da dieci anni? Chi scrive di tutto e di più, su tutti, quasi per contratto, e pone la sua riverita firma, con prefazioni-postfazioni-recensioni e quant’altro accanto a libretti, in genere pagati dall’autore, che sono un obbrobrio di fronte al quale i testi dell’avanspettacolo fanno la figura dei capolavori della letteratura? Chi non si accorge che il “tizio” a cui chiede ospitalità ha pubblicato libri felicemente passati nell’oblio?
      E si potrebbe continuare, ma è meglio di no: finirei per prendere la strada di Federico Fassini, di Pellegrino Ramingo, di Ermanno Desantis, di Dora Marchesini, persone di grandissima cultura e umanità che se ne sono andate schifate dall’osceno quotidiano teatrino di gente che passa la sua vita sui social pur di rendersi visibile, a tutti i costi, agli occhi del nulla.

      (*) So che Francesco sta portando a termine il lavoro immane di revisione di tutte le traduzioni del “Tratto che nomina”, che pubblicheremo probabilmente in due volumetti. Dopo di che, un ripensamento si renderà necessario, a partire da alcuni punti fermi. Uno, per me ineludibile, l’ho già proposto a fm: non pubblicare più niente, testi o recensioni che siano, di libri i cui autori pagano per editare le loro opere.

      L’etica, se è tale, comincia da gesti minimi, elementari: questo per me è uno di quelli.

      Un caro saluto.

      Mario Santoro

      1. Caro Mario,
        ancora una volta sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi e questa è un’ulteriore occasione per ringraziarti/ringraziarvi sia d’esistere in quanto Dimora del Tempo sospeso, sia per la stima nei confronti dei miei tentativi di scrittura; in effetti il discorso è complesso (e, spesso, amaro) perché tocca anche la problematica delle dinamiche della rete e i rapporti sia psicologici che sociali con essa. A mio parere resta fermo il fatto che la scrittura, per essere seria e motivata, deve uscire dall’autoreferenzialità, mettersi continuamente in discussione e cercare il dialogo sia con la realtà che con le scritture degli altri (affermazione di cui in tantissimi, lo so, ci riempiamo la bocca senza poi darle attuazione concreta, come giustamente osservi); c’è un onanismo diffuso e disgustoso, lato visibile del narcisismo trionfante.
        Da parte mia devo proprio alla Dimora l’incontro umano, politico e letterario con Yves Bergeret e il progetto di traduzione del “Trait qui nomme” ideato e voluto da Francesco Marotta esiste proprio per opporsi a quel narcisismo nauseabondo di cui discutiamo qui. Mi limito ad aggiungere che Yves è fortemente critico anche nei confronti di gran parte del mondo letterario francese e della sua editoria, che il suo sguardo, rompendo le mura anguste della cittadella eurocentrica e razzista, ci sa offrire prospettive davvero nuove e che val la pena di ampliare ulteriormente.
        Nel salutarti con affetto ribadisco qui l’augurio che la Dimora non smetta di essere attiva e battagliera.

  4. @ Antonio Devicienti

    Ti ringrazio.

    (Sto cercando di capire perché wordpress ha messo in moderazione i tuoi ultimi commenti, visto che entri sempre con lo stesso indirizzo. Misteri della rete…)

    MS

  5. Grazie per la pubblicazione, per il quaderno prezioso (che salvo e leggerò) ma anche per i commenti che testimoniano “resistenza” strenua e motivazioni che in un panorama periferico complessivo deludente (come descritto), alimentano la scintilla dell’interesse in chi cerca un riferimento autentico. È bello da cogliere…

  6. Alfonso Guida mi ha scritto quotidianamente questi suoi “Diari del transito”, ed è stato un onore per me leggerli per me e condividere, con i lettori di Perigeion, e ora della Dimora, un autore così barbarico e complesso. Non mi stupirei troppo della sua assenza nel mondo visibile dei poeti. Alfonso non è innocuo. Chi lo legge ne esce trasformato. Invito i lettori della Dimora a leggere, alla fine di giugno, i Diari di Aglieco, che non sono di minore intensità.

  7. Come sensazione provata la stessa di quando lessi i Quaderni di Malte Laurids Brigge, un viaggio mentale – in particolare in Guida – intorno alla parola e alla poesia; °poiché i versi non sono come dice la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze”: quanto è vera questa frase l’ho risentito proprio ora, leggendo questi splendidi diari.
    Grazie per il piacere della lettura.

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