Tegu dumno abada

Tegu dumno abada

In memoria di Sacko Soumayla,
migrante maliano assassinato in Italia.

 

“un albero cresce sulla terra fertile
che mani umane creano frantumando l’arenaria”

 

La parola affonda le sue radici
nella terra e nel cielo.
Le pietre fuggono strillando.
Le ombre rotolano sulle nuvole.
A ogni battito del cuore del vento
la parola si diffonde.

 

*

 

Le cascate affilano il profilo della montagna.
L’uomo cammina sui passi della donna.
La vita si insinua nell’ombra appena nata.
Così ogni cosa modella la sua forma sulla parola.

 

*

 

“la parola, che non muore mai”

 

Come un arcipelago
nascono le montagne sulla sabbia
desiderose della frase
che io coltivo
dall’una all’altra alba.

 

*

 

“ogni mattina tu scopri qualcosa di nuovo,
poiché infinita è la parola”

 

Tra l’acqua e l’ombra
la montagna esita.
Tra la prima e la seconda parola
la vita si inginocchia
e si disseta.

 

*

 

Ha ali più robuste l’orizzonte
e la notte palpebre più pesanti
del vento della parola
che brama
il centro delle cose?

 

*

 

“i bambini, l’uccello e l’albero
sono parole infinite

 

L’albero ha sognato
che la montagna aveva dei fiori:
gli uomini e gli uccelli.
Nei loro becchi, sulle loro labbra
il polline indomabile della parola.

 

Yves Bergeret
Tegu dumno abada, 2008
(La parola non muore mai)

Traduzione di Francesco Marotta

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14 pensieri riguardo “Tegu dumno abada”

  1. Merci à Francesco Marotta et à toute le Dimora del Tempo sospeso d’avoir traduit et publié ce poème ; Il est ici, bien sûr, un hommage à Soumaïla Sacko, jeune héros migrant qui à travers Sahara du grand banditisme, guerre civile lybienne, esclavagisme des trafiquants a développé la conscience des droits de ses frères migrants parvenus dans le sud de l’Europe ; la féodalité la plus primitive, brutale, stupide et raciste l’a tué.
    Comme Alaye et Ankindé dans Carène, Soumaïla Sacko, même mort, est de ceux qui portent tous nos espoirs.

    Yves Bergeret

  2. Affascina la freschezza del dettato, teso a ricucire l’antica scissione fra logos e res, fra verbo e mondo, a perseguire quel “centro delle cose” in cui l’universo dispiega le pagine inesauribili del proprio poema: tanto che nel respiro di un semplice verso sembra ogni volta ripetersi il ritmo solenne con cui le albe succedono alle albe e le onde ad altre onde

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