Così muore mammina

Marco Ercolani

[Pagine rifiutate da Mia madre, musicista, è morta di Louis Wolfson e non confluite nel libro definitivo – violento atto di accusa contro la madre da parte del figlio schizofrenico. Wolfson è anche autore di uno scritto teorico, Le Schizo et les langues, amato da Gilles Deleuze.]

 

Così muore mammina

Manhattan, Memorial Hospital, 1982.

Okay, mammina muore. Mancano poche ore all’evento. Okay okay. Ma io, cosa devo fare? A cosa devo lavorare? alla sua resurrezione? Se è possibile, combinerò qualcosa in merito. La ricordo bene, al Memorial Hospital, ridotta pelle e ossa, la camicia tirata fin sopra il sesso: la chemioterapia ha depilato, con singolare bizzarria, quell’orifizio nero che ora sembra quello di un’adolescente, quel buco d’inferno da cui sono uscito senza averlo chiesto, inaugurando la mia presenza in questo mondo di menzogne e di stupri da cui si esce solo con i piedi davanti, atomi scagliati nel vuoto.

Una madre non muore tutti i giorni, come lei centinaia di persone, su tutto il pianeta, nello stesso secondo, cessano di respirare. 407 persone, per essere esatti, su questa Terra idiota, in questo incessante obitorio. Matria mater maticka mutter, non madre: ne sopporto il nome solo in una lingua straniera. È giusto che il male guasti il bacino, scavi le mammelle, deturpi le guance: Rose, mia madre, musicista mediocre, morrà a Manhattan al Memorial Hospital per le metastasi di un mesotelioma nella notte fra martedì e mercoledì di un giorno di metà maggio del millenovecentosettantasette, in una sventurata allitterazione di m, un mmm interminabile come quello che bisbigliai nascendo e cercando il tuo nome, Rose, ma subito mi schiaffeggiarono, mi gettarono sul marmo freddo, mi accecarono con una luce bianca, lasciandomi a strillare con futuri compagni di follia. Cocciuta e instancabile, eroica e feroce, Rose; hai posseduto la casa, coltivando piante e mescolando risotti; hai cucinato e cucito, stirato e lavato senza sosta, nelle domeniche e nei giorni feriali, il sorriso disegnato dai denti duri nella bocca conquistatrice, i due piedi che battono il pavimento della cucina, due zoccoli di ferro; camminavi da padrona nei tuoi latifondi domestici, facevi sentire il tuo passo pesante e immortale, poi ti fermavi a guardare la televisione, le sue radiazioni da cancro, finché aprivi la bocca e russavi. Il sole poteva abbronzare le tue rughe, il freddo costringerti a un maglione in più, ma non c’erano pause nel tuo élan vital. Nei momenti liberi suonavi il pianoforte – musica languida, melodica, romanza da salotto. Una vita inflessibile coltiva sempre sogni deboli e figli debolissimi, dai sogni inflessibili, dalla vita sradicata. Quella vita si espone inerme al giudizio dei servi della chiesa e dello stato, che unanimi gridano allo scandalo. Ma nessuno mi punga più il culo e mi pianti gli elettrodi nella testa. Non sono uno a cui si possa sparare per strada, io sono normale, io gioco alle corse, bevo, gioco, bevo, corro, galoppo – non mi doma, non mi cavalca nessuno – stretto dal morso sbavo sangue, nitrisco…

Ti ho odiato, ma mère, per la tua cocciuta devozione alle regole di Dio e della casa, per la testarda determinazione con cui, piccola Rose, vegliasti i tuoi genitori infermi – puzzavano della loro sporca urina o del sudore delle tue ascelle? – senza spargere una lacrima. Il male ti ammazza con la stessa ostinazione con cui hai cucinato dolci, fritture e ravioli per milioni di ore. E io userò l’energia che ho ereditato da te per sognare l’eutanasia dell’universo: così eviterò il mondo che servivi e disprezzerò ciò che amavi, mandando in frantumi le tue regole di ferro. Io diventerò un pezzo di ferro, una perfetta bomba al napalm, mia cara: basterà un piccolo scatto, la sicura si abbassa e… oplà. Non ce n’è uno al mondo che odia il mondo con più gusto di me, sono un fusto, un bellimbusto, così triste e frusto: cammino per strada con il walkmen fisso alle orecchie, la musica di Tom Waits nei timpani. È un buon veleno, non c’é che dire, Tommy. E salva dal veleno del mondo che ti inquina con la merda dei fenomeni, dei suoni che non puoi evitare e dissodano con colpi di pala il tuo cadavere in permesso di vita.

Tu, Rose, odiavi che io fossi scrittore, che mi facessi chiamare Louis Wolfson: e io ho scritto perché odiavo il tuo odio, per essere vivo in uno spazio  inaccessibile a te. Il lutto della tua stupida e sterminata energia, Rose, si trasformava nella mia attenzione forsennata e malinconica alla parola. Ho letto e scritto libri, costruendo un bunker a prova di madre. No, non mi farò mai una casa mia: non ti lascerò questa soddisfazione. Non abiterò un posto dove si possa supporre che io diventi madre del mio spazio: occuperò luoghi precari – ponti, bar, baracche, cantine – che mi respingeranno da sé. Anche le case non vogliono paranoici che sognano l’apocalisse. Quando esco, la voce di Tommy nella testa, traverso ponti e strade, non sento nulla, cammino murato come vivo murato nella mia stanza quando leggo, scrivo, dormo. Il mio unico interesse, mentre guardo quella gente muta che si muove davanti ai miei occhi ignorando di fare da contrappunto a una ballad di Waits, è scoprire i primi segni di corruzione su un volto o su una gamba: la mia prima curiosità è sapere come morrai, se il cancro oggi traverserà i linfonodi dell’ascella o se una nuova emorragia farà uscire il sangue dall’ombelico.

Non parlo, non avrebbe senso. La mia bocca è cucita. Il mio orecchio, invece, sente quello che vuole. Ma neppure per un istante posso udire la tua lingua: è altro quello che devo sentire: sono blues e ballads, deformate dalla voce di Tom; blues, ballads, rock songs, con cui posso camminare  a occhi aperti nel mondo, senza paura, perché non sento più la lingua confusa della babele del mondo, la tua inutile lingua sterminatrice – fatta di pareti e piante, tagliatelle e crostate, abiti e pantofole. Non posso tollerare che noi possediamo una lingua comune, e che la tua edifichi strutture banali di conservazione della specie – vangelo domestico, torta alla fragola, matrimonio felice. Per questo mi muro vivo: oggi è certo l’anniversario di qualche massacro. Con la musica che mi protegge le orecchie, giro la città rumorosa e silenziosissima, senza voci umane. E, quando torno da te, mi rintano nel mio cantuccio: è un luogo pulito e proibito, lo specchio rovesciato dell’atelier polveroso di un pittore sperduto. Un cubo di libri allineati dietro una bacheca di vetro. Tu non li puoi toccare, non devi, Rose. Tu stai morendo nell’altra stanza – tu, povera pianista di banali canzoni da melodrama. E, anche se lo volessi, non potresti. Tutto è pulito, spolverato, perfetto. Non c’è bisogno di te. Non devo neppure chiudere a chiave la porta. Qui c’è un ordine metodico, paranoico, parodico. I miei libri fanno a meno di te: tutti vicini all’altro, diritti e tranquilli, senza un filo di polvere, come se non fossero mai stati letti. Eppure leggo sempre, anche quando nessun libro viene aperto, Waits mi urla nelle orecchie e io non sento le tue vere urla, nella stanza accanto – urla da mesotelioma, piccoli rantoli, il ricovero ormai prossimo, la morfina che verrà.

Un incubo mi perseguita dall’infanzia: ho davanti agli occhi un testo che non posso decifrare, è fatto di poche e insignificanti briciole, è scritto in una lingua straniera; io faccio come se leggessi, sento la tua voce chiamarmi ma non rispondo, mi immergo nel libro, non capisco più nulla, le parole si confondono le une alle altre come in una macchia nerastra, e io apro gli occhi ma non riesco a svegliarmi, non so se sto sognando, so che ho le dita nere d’inchiostro, che sono tutto nero d’inchiostro, come se mi avessero fatto un bagno in tutte le parole rimestate e vomitate dal pianeta, e qualcuno mi bisbiglia: «È stata la tua mamma». Io urlo e moltiplico gli arsenali, accumulo le bombe, faccio bene i calcoli: sono solo io il non-uomo che gestirà la piccola apocalisse di questa misera Terra che comunque, fra cinque milioni di anni, con il Sole bruciato, non esisterà più. Sono qui e metto punto fermo al pianeta infernale. Non faccio risorgere nessuno, anzi, se potessi evacuerei dalle città tutti quegli stupidi milioni di viventi!

Tumori! Tumori! Oh tu che muori! Ma forse, prima di guardare con occhi piccolissimi i piccoli insetti che tirano le cuoia nelle case e negli ospedali, bisogna guarire i cancri degli astri. Come si fa? Si tirano giù le stelle, si fanno tagli nelle comete lucenti, si suturano antichi splendori? No, mammina, non temere. Non finirò internato. Sarebbe facile, ma non accadrà. In fondo, io vivo con il salario della schizofrenia: e, appena tu non abiterai più questo pianeta, mi giocherò 386 dollari e 4 cents su House Call, alla prima corsa.

Un’ultima cosa, Rose: perché sei stata così scema? perché non hai gridato, mangiato e bevuto da scoppiare? perché, invece che farti curare da quegli stronzi dell’ospedale, non ti sei messa a correre nei campi, liberando il tuo corpo da quelle cellule deformi, come ci si scrolla da dosso un manto di diaboliche lucciole? Anche tu, come tutti i viventi, sei incapace di capire il messaggio più elementare. Non c’è più né lutto né pianto né dolore: se lo vogliamo, ma bisogna volerlo all’unisono, se proprio lo vogliamo veramente, con un unico grido, la morte smette di uccidere.

 

Annunci

16 pensieri riguardo “Così muore mammina”

  1. Domanda: queste pagine non sono quindi incluse né nell’edizione Einaudi, né in quella SE? Si trovano forse nell’edizione Gallimard di “Ma mère, musicienne…”? Mi date dei riferimenti bibliografici? Grazie.

      1. Riponi, vivi sempre male, eh? Noto che il tuo passatempo preferito rimane fare il professorino piccolo-borghese frustrato. Contento tu. Io invece mi son messo a fare il contadino. Non pianto più grane, pianto ulivi e melograni, il che mi fa sentire passabilmente migliore dei coglioni come te.

  2. Bellissimi commenti…allora è vero che mi sono avvicinato all’anima di Wolfson, immaginando un suo ipotetico ma verosimile commento alla morte della madre….

      1. Incazzature? Ti dai troppa importanza. Ci vuole ben altro per farmi incazzare, credimi. Ti trovo ormai spassoso e solo blandamente irritante. Sul resto, stai sereno: tra duecento anni nessuno si ricorderà di te, di me, né di Wolfson. Le vere “brutte figure” che mi fanno male riguardano semmai la mia eventuale incapacità a godermi la vita quotidiana o ad appioppare dei colpi a questa società di merda. Il tuo problema, da una dozzina d’anni a questa parte, è che ancora non hai capito l’essenziale: io e te ci muoviamo su piani diversi e con obiettivi diversi, e forse dovresti fare pace col tuo ego, smettere di giocare a chi ha il concetto più lungo e dedicarti a fronteggiare i veri nemici. Stammi bene, se ti riesce, e salutami lo spirito di Ghérasim.

      2. E tu, caro Mangone, dai poca importanza alla logica quando scrivi. Butti giù parole senza seguito. Fai pronostici, confronti, ti poni obiettivi, non regoli i conti con l’egolatria, vedi nemici dietro gli angoli, di conseguenza cadi nel trash…

  3. Sì, straordinario, come d’altronde tutti gli altri apocrifi d’autore di Marco Ercolani. Alcuni sono eccezionali nella loro perfetta aderenza alle anime di illustri autori/artisti, riuscendo a creare un continuo disorientamento nel lettore che, pur sapendo, si ritrova spesso a chiedersi sottovoce, per timore di smentita; ma è l’artista che parla o Ercolani?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.