Tempo di riserva

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Silvia Rosa
Tempo di riserva
Borgomanero, Ladolfi Editore, 2018

Silvia Rosa affronta le stagioni, con le loro esperienze subacquee e straniere, eppur vicine a noi umani che non sappiamo più farci da loro trafugare lusinghe lungo la spina dorsale. Preferiamo le vibrazioni elettroniche. Eppure del tutto spacciati non siamo, se al mondo vivono poeti femmine e maschi che guardano in alto viaggiando sulle attuali strade retiformi. Affronta le stagioni come la titanica e flessuosa Sylvia Plath affrontò quel gigante di Ted Hughes: mordendogli la faccia. Ancor prima di scrivere le future scintillanti ma nerissime poesie per lui. Poiché il morso è gesto atletico, anche Tempo di riserva lo è, tra momenti di concentrazione e gesti scaramantici e momenti in cui lo scatto muscolare (mentale) avviene. E avviene con sguardo ben puntato dov’è scrittura poetica e gonfia di vasi sanguigni, e dov’è l’altro che aspetta d’essere trapassato. Denti e parole saltano dove Silvia si aspetta terreno fertile, ascolto, icone carnali e psichiche: tutto riassunto in quel breve momento dove l’attrazione poetica, rapida, incendia. Se fosse una rivoluzione, ci attenderemmo il rogo delle consuetudini, quelle tenute negli armadi da capuffici mai autorizzati dalla storia letteraria. Questi funzionari dallo sperpero facile. Dunque in Tempo di riserva si dispiegano le stagioni climatiche, partendo come è giusto dall’inverno. E sono tipi strani le stagioni, si lasciano descrivere come fossero corpi umani (e disumani), come costruzioni di organi pensanti, e dotate di gambe e braccia, di ventri e sederi, di rughe e scioltezze. L’inverno è idoneo all’allenamento: Silvia lo adotta del tutto indipendente, esercitandosi alla cura personale che qui significa distogliersi dalle passività correnti, rispettando le forme canoniche senza cui lo scrivere versi è mero esercizio e non poesia. Come avvenga viene indicato dall’esposizione degli intrecci legittimi fra lingua e esperienza, e dal valore che l’autrice infonde alle varianti umane e appunto stagionali. Sono molte le forze operanti dentro a Tempo di riserva, e quando la forza fisica prende il sopravvento l’intera responsabilità letteraria inizia a gravitare sulla testa giocandosi l’onore della lingua. E nel punto dove potrebbe apparire un’apologia fastidiosa e inutile, il tiro viene corretto, spostandosi lungo le direttrici dell’intelligenza conciliata con tutto il resto: tono, timbro, carattere (del testo, del poeta, probabilmente la cosa più importante), la misura del vuoto e del pieno, veemenza e sobrietà, e tutte le bellezze nomadi dei corpi umani e della natura intorno. Ogni tanto si assiste all’arrivo di una parola premurosa che solletica la raramente laudatissima vita. E lì Silvia Rosa risente in pieno la propria voce nella voce di chi si trova spettatore di questo libro.

 

Testi

 

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto
(e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)
che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

 

*

 

QUELLA VOLTA

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo
ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila
non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

 

*

 

TEMPO DI RISERVA

Qui è dove il tempo
ci ha costretti
a un sogno in miniatura
ad abbandonare la dorsale
incerta del domani
a procedere occhi a terra
respiro breve – soli –
Dicevi del coraggio,
è vero, ma anche l’odio,
sai, è un pungolo
la spinta propulsiva
a non demordere
– finché c’è odio c’è speranza –
a non dimenticare,
basta sostituire la parola amore
logora e blasfema
a questo doppio girotondo
di vocali, un cerchio, un cappio
ripetuto fino all’io
ed è da questo tempo di riserva,
e con la stessa intensità di prima,
che adesso esercito la cura:
odiarti, deluderti con gioia (la mia),
lasciarti prigioniero del presente
identico a te stesso, immobile,
negarti infine e ancora al mio futuro.

 

*

 

GIORNI

Contiamo questi giorni neri e poi dimentichiamoli
neri corvi che si alzano a uno a uno in volo
lasciamoli cadere nel cielo ovatta delle mani
il gelo che sentiamo è la piuma soffocata sulla schiena
il respiro trattenuto, stare a terra senza piedi,
la corsa verticale di gravità forzata, gli occhi contro
il fil di ferro dei minuti ‒ un rosario arrugginito
ripassato metro a metro a memoria, troppo breve
troppo lungo da sgranare tutto con il pretesto
assurdo di una meta scelta a caso e male,
contiamo questi corvi giorni questi neri pensieri
e poi dimentichiamoci di quanto freddo sia il silenzio
delle mani, l’assenza di orizzonti, il vuoto che si incolla
come neve sulle labbra come giorni e giorni
al calendario di un’attesa senza data e poi

voliamo via

 

*

 

INVERNO VOLPE

La volpe ha il pelo elettrico
nocciola vivo, un ghigno
nella notte inverno con la coda teleferica
‒ non ha nido la menzogna(*) ‒
passa al vaglio la strada periferica
da nord a sud e ritorno, cerca la sua cena
mentre mi parli piano questa scena
si ripete dopo anni ancora identica,
insieme al sogno che mi cadevano
due denti e alle mani spuntavano
gli artigli e dappertutto avevo occhi aperti:
non ti fidi di nessuno, piccola gemella
che non mi somigli neanche un poco
questo è il tuo problema, dici tu, sei selvatica
o lo diceva qualcun altro, ma non importa
è sempre la stessa scena, la stessa corsa
lo stesso ottuso bisogno che preme a fari spenti
resta, ti prego, ancora un poco
voglio l’illusione della rosa che vale più di tutto
la caccia silenziosa, il pugnale tra le costole
la fitta di cometa sbattuta a testa in giù,
meritare lacrime e una coda nuova
luccicante da sfoggiare quando il giorno
arriva in fretta e chiede in cambio verità
quella carogna cacciata in una buca
per l’assalto della fame, per il dopo.

(*) Questo verso è di Fernando Pessoa

 

*

 

GIORNO E NOTTE

L’incastro millimetrico
preciso persino nel merletto
dell’ultimo sospiro, è l’immensa
calma del tuo corpo
con il brusio incostante del mio,
è la notte lunga e saporita
che abiti in silenzio
con il giorno flash di luce
pirotecnica che rincorro
senza fiato, è il puzzle dell’abbraccio
che tu completi con pazienza
io con impeto, buttando a volte
a terra in aria intorno tutta la quiete
tassello su tassello della tua bocca
e dei tuoi occhi, che cadono
sui miei e delicati muti,
mentre io mi agito e chiedo
un’altra volta alla tua forma
di farsi intelligibile, si schiudono
trovando i miei in attesa, come
bestioline allegre nessuna gravità,
nessun pensiero inutile, soltanto
la gioia elementare d’essere
dentro un cuore altro, a casa.

 

*

 

PRIMAVERA ALTRA

Il giovane corpo robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro un nido
di ricci: quanto tempo è passato? mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove:
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

 

*

 

LA DIFFERENZA

Pensava alle strade identiche a fili scuciti
nel groviglio dei passi, che il cielo oggi
è una matassa di spago umido, pensava
alla noia di tante esistenze ferme a un semaforo
rosso il colore delle bocche cadute per terra,
alle piazze improvvise dentro groppi di grigio
‒ non è per riprendere fiato il silenzio possibile ‒,
pensava a quanto è piccolo il mondo quando
sempre e dovunque restare fissi in pochi pensieri
non è casa, ma una città di fantasmi piuttosto
un chiassoso viavai di occhi che attendono
di essere in vendita, comprati dal migliore
acquirente: l’amore o la morte, non saprebbe dire
adesso, in effetti, la differenza.

 

*

 

AGOSTO, UN GIORNO QUALUNQUE

Ti ho portato nella mia borsa
in un sacchetto di plastica bianco
orologio portafogli le chiavi di casa e dell’auto
tutto quello che oggi resta di te.
Ho contato i passi di tua figlia (avanti e
indietro freddo dopo freddo fino
all’ultima stanza numerata senza finestre),
ho raccolto tutte le sue lacrime
ma qualcuna è rimasta in attesa
dietro al vetro in cui stavi, sembravi
come a Natale quando dopo mangiato
ti addormentavi sulla poltrona un poco.
Agosto non è che un mese qualunque
e qualunque era anche questo giorno
‒ non c’è un modo migliore di andarsene,
dicono, né un tempo più giusto, forse ‒,
ma ho pensato al rumore delle presse,
alla catena di montaggio in un tonfo metallico,
allo scoppio improvviso del tuo cuore
un ingranaggio imperfetto in mezzo
alla perfezione d’acciaio delle altre macchine,
ho pensato che non si sono fermate
in questo giorno di lavoro qualunque,
mentre intorno a te una frattura profonda,
una crepa di ghiaccio ha infranto l’estate
e il sole è diventato la luce artificiale pallida
che hai visto un secondo prima che tutto
avesse una fine.

 

*

 

INNOCENZA

Non sono i tuoi anni crudi
fragranti e ancora teneri,
né la distanza tra le tue e le mie labbra
che si muovono inseguendo alfabeti lontanissimi
‒ che pure alle origini hanno parlato insieme
la stessa genealogia ‒, non è neppure quella tua fede
che si staglia gigantesca sulle mie inquietudini
sul rosario irriverente dei miei non credo tutti in fila,
non è nemmeno il filo rosso seta
che mi tiene in piedi dentro a un altro cuore
tirando forte gli occhi a ogni distrazione vaga,
verso il rigore della fuga come un alibi
da indossare al vento di tutti i desideri
è che non posso indulgere cedere perdermi
un’altra volta, qualunque sia la voce che mi chiama,
non posso togliermi la pelle sfilarla come un abito
perché tu veda come tremo a ogni tuo sguardo.
L’innocenza, che mi è costata un tempo
più della mia vita intera, si è fatta acqua di colonia,
un vezzo, qualcosa che rimane a profumare l’aria
quando mi volto spalle al cielo e vado incontro
all’unica parola che mi appartiene adesso: no.
Mai più consegnerò il mio nome
perché qualcuno lo trasformi in vetro
per poi, di netto, tagliarmi i polsi.

 

*

 

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

 

*

 

FUTURO

E se poi l’amore fosse solo
il bianco che sta di sentinella
quando gli occhi si fissano in amplessi
di realtà ingombrante, la mano occupata
troppo a fare il mondo, la testa
con il tarlo del futuro
che rimbomba il vuoto dentro e
una lancetta svelta per cappello
a oscurare l’orizzonte.
Bisognerebbe invece avere amore sotto i denti
e corpi impastati nel silenzio
lasciati a lievitare giorni interi,
toccarsi dove il bianco si fa luce e poi
crescere in case di vento senza
finestre e porte, stare ad aspettarsi stare
nella notte come fosse l’ultimo confine,
stretti, fino all’inizio del tempo.

 

*

 

TUTTE LE STAGIONI

Tutte le stagioni in una metà di giorno,
il freddo dell’incontro che si scioglie
sotto una pioggia di intenzioni, il cielo
sbiadito piano che si sfrangia grigio perla
tra le voci dei motori e un cerotto
come una foglia arrossata che tieni
tra le dita – te l’ho stretto troppo forte
per chiudere al mio sguardo la tua pelle
così esposta –, lo sbocciare inquieto di
ogni nostro passo che converge inevitabile
al mio fianco o al tuo e ancora il sole caldo
che fa capolino sulla faccia (mi viene
incontro tra i saltelli allegri di un bambino
mano nella mano al nonno, con i capelli freschi
di barbiere), le tue parole e le mie, questa
fede cieca che mi porto addosso e
non ti so spiegare: la bellezza, vedi, è esserci
una mattina come questa, lungo una strada
di periferia che poi diventa un’isola di tavolini
la copia identica di un bistrot francese, guardare
altrove dentro ogni cosa, immaginare che
non conti niente la gabbia di realtà in cui
restiamo immobili, in una metà di giorno
come questa credere possibile che ogni
desiderio attraversi la litania a memoria
delle stagioni, e poi riporre in un angolo di occhi
tutti quei silenzi che se potessero, sapessi,
vivrebbero la vita fino in fondo, invece
di provare a scriverla per inventarsi un esito
che non sia la corsa trattenuta in direzione opposta
la sicurezza che domani piova anche se c’è il sole.

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