Nel nome del mare

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Cinzia Demi
Nel nome del mare
Messina, Carteggi letterari, 2017

Aspetti che succeda. Poi il mare avanza, circonda, sbatte sui muri a picco, e il suono ha quel nome che molti ricordano, che mai più scorderanno, come non si scordarono gli eroi sulla piana di Troia. È sempre una questione di luce prima di tutto, il Mediterraneo orientale esige difese oculistiche e nervi saldi. Il mare è tutto lì, compreso il nome e comprese le smisurate apparizioni che spesso fanno fuggire. Non importa se il mare di Cinzia Demi è quello più a Ovest, l’artefice delle poesie ha sguardi e gesti simultanei. Dov’è un mare ce n’è subito un altro. E i venti si raccolgono, si placano o fanno temere il peggio, si consentono alleanze contrastanti gli umani. Lo sa bene Odisseo, nonostante la sua scomparsa moderna. E come per il ligure Montale (esordi marini, maturità in cui il mare era solo quello della vacanza mondana) la poesia di Demi ha un senso identitario la cui natura è chiara, luminosa, esatta. Le stanze dell’opera sono giornate ripescate da uno sguardo individuale che sa dove orientarsi. La scrittura e gli incroci geografici portano sempre a porti conosciuti, generazionali, perfetti transiti di giovinezza a cui si è impedito di affondare per sempre. Anche i luoghi in Nel nome del mare sono simultanei, accrescono la loro tridimensionalità attraverso lo sguardo dell’autrice, così che nella scrittura ritroviamo gesti, occasioni, muraglie, scogli, fondali velistici, tutto intersecato in un mondo il cui odore primario è di salsedine. Queste le vestigia e le voci affermate nei suoni, attraverso il loro primato preso in pugno dall’autrice. Dopo tanto girovagare, la città vuota e i segni degli scomparsi valgono come un discreto, fermentativo, discorso sulla poesia. Il Golfo non smette di parlare, coesiste in anime diverse e distanti infine radunate dai venti, e spinte fino al cuore di un’attitudine. Se maleducati, i venti, qui devono placarsi, farsi superare dalle risorse difficili della poesia. Che nessuno s’invaghisca di tanto peregrinare, i ricordi (pur assestati nei versi) mantengono i loro furori, pur placati dallo srotolarsi delle epoche. La narrazione di Demi ha i suoi salti, i trasalimenti corporali e mentali si addicono a una volontà religiosa. I luoghi richiamati non si lasciano addomesticare, ed è proprio questa la disposta tenuta di un quasi poemetto che in ogni sua parte strofina l’epica al dispendioso invaghimento della memoria. Persino la voluta, finale, apparizione di Ipazia sembra valutare la gran luce solare come il prezzo richiesto dalla realtà ai popoli sottomessi e ai loro poeti.

 

Testi

 

   aspetti sempre che qualcosa succeda
mentre alzi gli occhi
agli alberi che temono l’autunno
la strada si è fatta più lunga e
quel cartellone ieri non c’era

   è una milizia certa quella del tempo
da assoldare nell’esercito mercenario
per le guerre sull’altare di pietra
nella chiesetta – frontiera del Golfo(1)
contro il pallore del mare d’ottobre

   pagarlo e lasciarlo libero di fermarsi
un poco   a riposare    senza fretta
provare a bagnarsi le mani dove
scorre la sabbia di ematite
raccogliere una scheggia di bucchero

   e costruirci un bicchiere
bere un sorso di maestrale
da quella breccia che ingrossa
l’aria di sale antico e tamerici
magari è così che si cresce

   dopo il pane con zucchero e vino
dopo le vendemmie e le rose
quando tutte le cose sfumano
in un sentire lontano e dici
è così che si cresce    per le croci

   da cui siamo fuggiti
per quell’aria soffocante di casa
dove l’orizzonte era solo una linea
magari è così che s’incontrano teatri
con le quinte a colori vivaci

   rammendate che non importa quanto
è così che si consumano chilometri
si stringono corpi    si gettano paramenti
argenti s’indossano senza più valore
senza l’ardore che ci fece scuola

   e aspettando ancora si torna all’inizio
si alzano gli occhi
agli alberi che sono già primavera
la strada è più corta ora
e di quel cartellone lo scritto è sbiadito

(1) – Il Golfo è quello di Baratti, nel comune di Piombino (LI) dove sono nata.

 

*

 

   sembra meno freddo il marmo
della vostra ultima casa
se la mano allunga una carezza
a togliere la sabbia
di quest’ultimo libeccio

   saranno i sorrisi che filtrano luce<
al di qua del cristallo di porta
e della brezza del mare
in cui vi specchiate    ora che
il tempo più non importa(2)

   sono arazzi le foto alle pareti
screziate    nel bacio-promessa
di quella strada insieme
quella strada dove si è fermata
la bellezza che vi era data

   placata l’ansia di crescere
lontano il moto delle prime
compagnie    la marea vi bagna
adesso su questa riva
che non è più la sola

   cui appartenete
cade ancora la pioggia
in questo aprile così crudele(3)
mentre le rondini cercano
il loro posto sul ramo

   nel pino più alto di foglie
dove in passato è stato il nido
magari anch’io avrò casa
quaggiù    altrove non sarebbe
lo stesso    un ritorno sereno

   tra porte e finestre un varco
sulla città ormai vuota
vòlte le impronte al vostro cielo
un saluto senza lacrime
alla poesia appena iniziata

   resterà forse la mia fioca voce
resterà il mio raccontare
solo allora vi verrò davvero
a trovare    e ci saluteremo ancora
nel nome del mare

 (2) – Il testo è dedicato a Monica e Andrea, fidanzatini di 18 e 20 anni morti in un incidente stradale sulla statale Aurelia nel 1980. Lui era stato un mio compagno di classe delle scuole superiori. Ballerini, tornavano a casa una notte e si schiantarono con la macchina contro un albero, sulla via Aurelia. Inutili i soccorsi. Nella loro cappella al cimitero di Piombino c’è una grande foto che li ritrae felici e insieme, prima della disgrazia. Vado sempre a far loro una visita quando passo da lì.
(3) – T.S. Eliot, La terra desolata: “Aprile è il più crudele dei mesi”

 

*

 

   sabbia, sabbia ferrosa e dorata
profumata di tamerici e gigli di mare(4)
nel Golfo di approdi antichi
e d’acqua    che invoglia ai riti
di girotondo il sole

   quanto è difficile guardarti
quanto è difficile pensarti
senza averti tra le dita
sentirti scorrere quale
cometa rimata    cantata

   nei solchi che lasciano
le scorie e il sale
sulle linee della vita
e conchiglie nei capelli
e alghe    dove riposa

   la medusa spiaggiata
ti ho da poco rivista
con gli occhi del tramonto
sulla linea d’orizzonte
che dal monte scende

   a rincorrere i giri d’onda
sulle spalle della pineta
avrei voluto baciarti   forse
portare con me il tuo sapore
il coraggio dei tuoi colori

   riempire una bottiglia
fino all’orlo    rispecchiarmi
nella clessidra
del tempo trascorso
a giocare con te

   ma quale tempo migliore
di adesso    fisso nella mano
che trema e getta sui tasti
nel foglio che accoglie
l’impronta del tuo esserci stata

   quale tempo peggiore
di adesso    vinto nelle battaglie
del volto   che non trovano fine
nell’arenile cadenzato dal passo
e il volo basso dell’ambra della sera

(4) – giglio di mare (Pancratium maritimum) è una specie di giglio bulboso della famiglia delle Amaryllidaceae, che cresce spontaneamente sui litorali italiani, tra i quali i toscani, ma viene anche coltivato come pianta ornamentale.

 

*

 

Eutanasie del mare

   c’erano casse di frutta e ortaggi
nel sogno di questa notte
portate dalla pianura
alle piazze del mare

   aperte sulla città    ventilate
nel nuovo albeggiare
erano già coperte di sabbia
(visibile solo al tatto)

   scoperchiate    mentre
restava di fatto    sul lastricato
a raccogliere i corpi    un uomo
solo    col camice bianco

   aveva un telo-sindone
a becco di rondine forgiato
troppo stretto per contenere
le membra    per non farle cadere

   c’erano mani e piedi nudi
volti contorti    rovesciati
sui propri arti    incastrati
gli uni con gli altri

   erano assiepati nelle casse
mutilati nelle vesti
una natura cruda mischiata
a occhi   a terra    a verdura

   e male    dal districare
quel groviglio nasceva
il male    nasceva la morte
la fine per combustione

   le troppe lingue nascevano
le bestemmie    l’alienazione
e un cappellano    che recitava
a memoria la devozione

   ero anch’io sola al risveglio
ero l’uomo dal camice bianco
il cappellano della memoria
il corpo mutilato senza gloria

   ero la voce    il miraggio
della storia    cantavo sulle carovane
dell’impotenza    ed ero anche il mare
il pudore    contratto    a violenza

 

*

 

Ipazia(5)

Gesù al testo del profeta Osea
«Voglio l’amore e non il sacrificio»
(6,6) Bolla Misericordiae vultus
Papa Francesco – 2015

I

   ti offro i miei occhi
continua a vedere
ti offro le mie mani
continua ad accarezzare

   i miei seni e il mio pube
ti offro
continua a essere donna
faro e curva di speranza

   continua Ipazia
non sentire il dolore
lo strappo del ventre
della carne    del cuore

   le dita non sentire
di chi affonda
nei bulbi della vita
nel muschio dei petali

   di chi sradica la rosa
e beve il tuo sangue
di mancata sposa
di vergine immolata

   al pianto e al riso
di un amante divino
nel cammino consacrato
al polline del vento

   al tramonto
dell’ altare ormai infuocato
dove l’ultimo Dio è crollato
senza carezze    tra le grate

   inumidite dal pianto
dov’è appoggiata
la fronte dei tuoi allievi
spogliati dalle fronde

   svegliati    nel passaggio
dalle coltri al freddo
nella bestemmia cristiana(6)
in quel vuoto di luna

(5) – Ricorreva nel 2015, il sedicesimo centenario del martirio di Ipazia, la filosofa bizantina assassinata ad Alessandria d’Egitto dalle milizie fondamentaliste cristiane, si dice al soldo del vescovo Cirillo, nella primavera del 415, poco prima di Pasqua. Fu una grande scienziata e filosofa, colpevole in primis di essere donna, e venne giustiziata in nome di un Dio che, per i carnefici, non conosceva Misericordia.
(6) – Giovanni Testori, da: L’amore in Poesie 1965 – 1993, a cura di Davide Rondoni, Mondadori, Milano, 2012.

 

II

   ti offro i miei occhi Ipazia
cangianti e sodali col cielo
segui ancora gli auspici
dei corvi nel volo

   pizzica le corde
di cetra    amate stelle
sui gradini del tempio
di Poseidone    rovina

   sul tuo volto il cordone
di ombre non s’è mai
affacciato ma sfoglia
i papiri del sapere

   impregnali di nuova linfa
del tuo geniale ardore
la tua bocca
che non conosce bacio

   lascia che rida un poco
lascia che mostri il sacro
delle notti    al sepolcro
che ti è stato dato

   alla pietà che non ti ha colta
che ti ha strappata
alla pianta molecolare
all’impronta della luce

   ai riti e al mistero
della creazione
nell’illusione di renderti
ingenerata caligine

   alito disperso di madre
rovina    fatta di sola spina
tu che hai amato
il mare il sole il creato

   resta con me
nell’addio che non ti ho dato
nella stazione della Croce
che Gesù (lo so) ti ha donato

 

III

   ti offro i miei occhi
rinnovo l’offerta Ipazia
puoi respirare con loro
ritrovare l’oro e il filo

   dei tuoi disegni
i maestri e i colori
prima che il fuoco
ne facesse fiamma

   ne ardesse l’anima di sole
ne rendesse cenere
da non abbracciare
da non poter bere

   fidati del mio alito
del profumo di libertà
che ti porto
del colore dei gigli

   che ho raccolto
come la neve che
li ha bagnati
tra i rami dei pini

   nei giardini di pazienza
dove l’argento dei giorni
giuramento diventa
di risanata ferita

   nel sogno che ci fa
incontrare in cui sento
la colpa di non averti
protetta    sorretta

   nel sogno in cui vedo
anch’io    come auspicio
di volo    sciogliere il nodo
del tuo destino

   ti abbraccio santa e ferita
rammendo la macchia
e la piaga    la tua bellezza
ellena    ti rendo in preghiera(7)

(7)) – Il Testo “Ipazia” è pubblicato nell’antologia: “Una luce sorveglia l’infinito. Tutto è misericordia” (La vita felice, 2016).

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