Nuovi poemi di Praga

“il regarde ce qu’en volant à tire-d’aile
essaient d’écrire les martinets si hauts
que presqu’invisibles”

Yves Bergeret

Nuovi poemi di Praga

Tratto da:
Nouveaux poèmes de Prague
Versione di Francesco Marotta

1
E’ sceso al capolinea del tram 17
che arriva in cima alla collina.
Ha visto un bel tavolo verde di legno,
si è seduto dando le spalle alla città
che affonda nel paesaggio sottostante,
ha ordinato una birra, aperto un grosso libro.

Davanti alla sua lettura silenziosa
anche i rondoni si sono allontanati,
sono volati sempre più in alto
per accostarsi alle nuvole
che preparano il temporale della sera.

L’inchiostro sulle pagine dell’enorme libro
che ha aperto sul tavolo verde
preme con un peso esagerato,
come un sudore di piombo,
attraversa la carta,
gocciola lungo il pavimento fino alla cantina,
alla falda freatica, alla spiaggia
dall’altra parte del mare,
dove i trafficanti di schiavi armeggiano
per gonfiare un gommone.

Poi alza gli occhi dal suo libro,
beve un po’ di birra,
solleva lo sguardo verso le nuvole
scurissime nella parte bassa,
scruta quello che volando ad ali spiegate
i rondoni cercano di scrivere lassù
così in alto da essere quasi invisibili.

A cinque metri dal suolo inclinato
i fili elettrici della linea tranviaria
abbandonano i loro tralicci,
cercano una sistemazione diversa, migliore.

Il lettore con le spalle alla città
posa le mani sulle sue gambe,
si immerge di nuovo nel suo grande libro.
I fili del tram si insinuano nei sottili cunicoli d’inchiostro
che formano le lettere nere, tutte sconcertate,
doloranti, orfane, disorientate.
Allora il lettore rialza la testa, ricomincia a decifrare
sotto le nuvole nere le righe d’inchiostro bianco
senza chiedersi più chi abbia scritto
ciò da cui la memoria non si distoglie mai.

I fili del tram scavano, esplorano delle gallerie
nella crosta del vecchio significato
che si è rappreso sulla pelle del suolo,
impantanato nei pressi della falda acquifera
sotto la volta di caverne senza luce.

Sembra che qui, sulla collina a nord di Praga,
i voli dei rondoni, i fili sbrigliati del tram
si intrecciano in modo da offrire nuove pagine
al lettore che ha permesso al fardello del suo alfabeto
di confondergli la testa.

Se vorrà leggerle, potrà trovare l’alfabeto giusto,
l’alfabeto degli uomini, proprio quello che anima
e agita sulla sabbia,
dall’altra parte del mare, lo schiavo fuggito
(e poi ancora uno schiavo, e un altro
e un altro ancora…) che vuole venire a stabilirsi
sul margine del libro aperto
il cui inchiostro va ormai cancellandosi.

 

*

 

4
Mai così fioriti sono stati i tigli,
ogni pomeriggio il temporale si abbatte o minaccia.
L’erba è trascurata, scarsa, spinosa.
Vasti i prati rasi ingialliti
e le terrazze ad arco di cerchio intorno al castello.
Che è stato il vanto di una famiglia feudale cinque secoli fa
ed ora è una casa di riposo, un palazzo calmo e silenzioso.
Sopra la porta della stalla chiusa per sempre
lo stemma scultoreo dagli otto elmi, deformato,
che più nessuno cerca di decifrare.

Zavolej mi! Il grido sorprende allodole e rondoni
altissimi sotto le nuvole.

Zavolej mi. Di nuovo il grido. Proveniente
da sotto il grande tiglio le cui foglie fremono tutte
poi si raddrizzano e si irrigidiscono nell’aria calda.
Dalla parte sud dell’ospizio, un’opera senza voce,
le statue di Braun che si contorcono nel loro marmo scuro.

Zavolej mi, grida ancora sotto il tiglio
un uomo molto vecchio fuggito dalla sua camera.
Metà del suo cervello è una poltiglia bianca e densa.

Zavolej mi, grida fortissimo e a fatica il vecchio.
Il tiglio apre le sue ali.
Le statue contorte nel giardino diventano materia
bianca e grigia e nera.
Il vecchio, prima di addormentarsi sotto l’albero,
grida ancora una volta
Zavolej mi!
Chiamami!

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1 commento su “Nuovi poemi di Praga”

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