La luce di taglio

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Elisabetta Pigliapoco
La luce di taglio
Milano, Archinto, 2018

Sotto la luce conosciuta, quella che taglia nel profondo corporale, si staglia l’intenzione di Elisabetta Pigliapoco lungo l’orlo della voragine: luoghi, incontri, ansie, gli stessi fantasmi quando dopo un po’ di tempo fanno scrivere diari, taccuini, poesie, e risalgono l’onda dei poeti di una regione. Perché le Marche hanno alimentato a lungo la storia poetica, e ancora ci incantano con la forza, la democrazia, la loro testimonianza. Non mancano antologie e studi critici sotto varie angolazioni e prospettive, e la messa in atto prosegue. La luce di taglio esiste dopo anni di studio e riscritture, lasciando indietro i lustrini che aggirano (e raggirano) le più nobili confidenze dettate da quanto presiede la vera natura della poesia. Il nuovo (ma quanto antico) qui se mai è rappresentato da una classicità venuta da lontano, la prima patria poetica dell’autrice, dove perdurano sguardo sulle cose, sul mondo e le sue vicende, e attenzione alla vita, controllando la forte (e al contempo premurosa) tenuta dei versi. La parola esatta appare sempre come un piccolo miracolo, quando assistiamo alla sua comparsa. È così che giungono a noi la voce non doma e la natura di un destino, senza che mai assalga il dubbio di una scrittura intrusiva, estranea. La percezione sobria e trasparente, di cui parla Pontiggia nella prefazione, nutre la poesia di Pigliapoco anche nel momento del dolore inferto. La resistenza insorge subito dopo il “taglio orizzontale” della ferita, con la ricerca dell’equilibrio sull’altalena mentre il vento soffia e il suolo si avvicina troppo. Dunque la fermezza si allea alla pazienza: qui le pagine trattengono la risacca emotiva, e l’autrice prende l’evento dato dalla vita e lo trasferisce forte e pulito nella propria scrittura. Il vento appunto, i suoi colpi accompagnano l’opera ma non la generano, poiché le cose proteggono dalle raffiche, le cose del mito che si presentano al primo richiamo. Perché queste terre sono abitate dal mito e lo sguardo desidera il colloquio. Orfeo accarezza la ferita, richiama il premio della vittoria quando si è a un passo, e “… no, non due volte la stessa pena”. Lenz si schiantava sulle montagne, e Pigliapoco lo segue con i suoi passi delicati e decisi. E sempre i venti contendono all’attenzione la fedeltà necessaria, non sappiamo quanto alleati siano pur tuttavia sono i segni costanti e custodi della storia geografica. Ascoltiamo nel libro la propensione ad avere passi accorti, lasciando altrove la minaccia della citazione, l’informe “riassunto” poetico tanto in voga oggi. Gli “altri luoghi” incontrati in Luce di taglio sono connaturati alla libertà distesa e conquistata passeggiando lungo le piazze e le litoranee, con mobili e curative presenze. Poesie “familiari” giunte infine sotto un cielo in cui si fanno vedere non soltanto Nettuno (con la sua prepotente ed erratica presenza) ma anche le stelle, e con esse Arturo, una delle più luminose. Mentre il tempo continua a sostenersi di fronte alla “polvere rossa” ancora alzata dal vento. “E noi continuavamo a camminare”.

 

Testi

 

Dentro il cerchio

Avevi scelto un posto
dove tutto fosse chiaro.
Ne avevi scelto uno
in piena luce,
arrivava forte, decisa.
Tu eri lì, al centro,
solo aria ferma intorno
a sigillare il pensiero.
Era così facile
individuare la linea del sole,
ne scorgevi l’impossibile stasi
a separarti dalla casa, dalla sua ombra.
Era dolce l’illusione, che per una volta
la notte ti avrebbe risparmiato.

 

*

 

È semplicemente notte

È semplicemente notte
nel buio che sprofonda
oltre la terra,

nel rumore che divarica la trave
in una crepa longitudinale,

e tu Ettore, ostinato,
piccolo guerriero
afferri i lobi delle orecchie
e intoni il tuo canto digrignato
litania di mani tese
a sgranare un insolito rosario.

Io, pietra calda, semimobile
svegliata dallo squillo del telefono.
È intermittente il fischio che solleva
la forma del buio. Vuota sagoma
rappresa in due occhi sbarrati.

 

*

 

Solstizio d’estate

Vento caldo entra tra le lenzuola
spagina pensieri a uno a uno.
Solstizio, sole conficcato in un punto
duole tra le costole, impone
un silenzio pieno o un lamento.
Cielo nero, convesso, io piegata
stelle bianche appese agli alberi
si muovevano docili.
Sentirne la mancanza: desiderare.

 

*

 

Leggera euforia

leggera euforia
per la luce ammansita
che rapida conduce la notte
distende i pensieri,
li ripiega poi con cura
li guardo nella loro esattezza
scintillano pieni e perfetti
pulsano lenti, inesorabili
compagni della veglia
che ha spento ogni rancore

c’è foschia stamattina

 

*

 

L’equilibrio

L’equilibrio è un taglio orizzontale
tra la gola e il petto.
È la bolla d’aria ferma
in mezzo alla livella
quando neanche il respiro
è più certo.

ho trovato il mio centro nella goccia
che scavava la vena all’avambraccio
ho vomitato in dodici ore interi
i miei sedici anni e qualche giorno

L’equilibrio ce l’ho stampato
in faccia, come una smorfia
serra le labbra in un sorriso
distilla sagge sillabe e poche.

le borse sotto gli occhi di mia madre,
lo sguardo senza più orizzonti
per sempre vinto, riflesso nello schermo
acceso su un Sanremo senza gloria

Ancora oggi resta l’ossessione
la mano che passo tra i capelli
indice e medio a misurare
il venti per cento di speranza,
l’ho sciacquato tutto nella vasca
col rasoio ancora tra le mani

Equilibrio, una forma d’attesa
stand-by senza scadenza
tra vertigini e voragini
certe.

c’era l’ossigeno che entrava dalla porta
spalle forti e viso da bambino
col giubbotto scuro, l’incoscienza
del sorriso. Diceva già domani

il dolore di mio padre non entrava
spuntava la sua testa dalle scale
si appoggiava muto alla finestra
la mano apriva, in segno di saluto

 

*

 

Altalena

La schiena inarcata
tese le gambe si allungano
a cercare la spinta
la vertigine dell’altezza.

La testa si piega all’indietro
nessun abbandono
vigili i sensi, serrate le membra
nello sforzo
esatto del vento.

Raggiungere il punto fermo
la verità, la pienezza
all’ombra del fogliame verde cupo

e l’ultima foglia
toccata appena, vibra leggera.

Ti guardo.
È pena e tenerezza.
Come dirti il colpo del vuoto
il vento sulla nuca, la discesa
quel cielo perso, la terra più vicina,
il principio, di nuovo?

 

*

 

Piccole voragini

Il cielo si apre e si chiude
a intermittenza
gettandoci nel buio
come a ondate

noi che restiamo a terra
affidati alla pazienza della risacca
al lento movimento del ritorno.

Cede la sabbia
a poco a poco
spalanca piccole voragini.

Come restare in piedi?

 

*

 

Orfeo

Frusciava la veste e il passo chiaro
illuminava la nuca, la schiena,
s’allungava l’ombra
inerpicata sul sentiero
sentiva il premio,
la vittoria seguirlo docile

eppure nessuna garanzia:
un piede in fallo, una febbre
contagiosa, una ferita
e il buio, di nuovo
e veglie insonni
d’occhi dischiusi alla luce
aspettando un nuovo dolore.

E fu un attimo.
Non sopito, si riaccese rapido,
lacerò il petto e le tempie.
No, non due volte la stessa pena.
“Mi voltai. Ecco tutto.”

 

*

 

Lenz

Non è che sia semplicemente reticente
no, non intende parlare, si nega
forse non è neppure presente
al patetico, vano appuntamento.
Cade allora nel vuoto l’angoscia
di chi cerca.

E Lenz cadeva, gettava il corpo
inquieto dall’alta finestra notturna
e forte era lo schianto, lo schiaffo
gelato dell’acqua nella fonte.

“La mia assenza sarebbe accettabile,
poco importa se io non fossi più io,
ma non può esserlo, no, quella di Dio.”

 

*

 

Ascoli e Osvaldo

Rosso potente alle spalle
dell’angelo ribelle, Luna grande
d’argento, l’Amalasunta
richiamavano gli occhi alle forme
pensiero obliquo, pericoloso.

sotto, la città distesa e non vista
“sarebbe stata bella la visione,
peccato gli alberi, la foschia”

docile la piazza si specchiava,
ritmi di logge, battere e levare
travertino solido e imponente,
altro attraversa le menti dei matti,
angeli ribelli in mezzo al grigio.

 

*

 

Villa Adriana

Arturo guardava dalle stelle
la mattina chiara, di vento fresco
i marmi spogliati, le grandi mura,
le memorie che vagavano
soffocate da un vociare
giovane e straniero.

S’alzava la polvere rossa a mulinelli
gioiosa giocava tra i sassi, il parlare
ora lento e pacato s’accendeva
del rosa degli alberi d’aprile
riflessi sull’acqua ferma, domestica.

Tenace tentativo e fragile:
trattenere un poco il tempo
lì, dove di sé aveva fatto rovina.

La sera già i lampi piegavano le nuvole,
sul lungomare vuoto la palla rimbalzava.
Arturo guardava dalle stelle
e noi continuavamo a camminare.

 

*

 

Giorno d’acqua

Oggi è un giorno d’acqua
pende dalle foglie, stagna nelle crepe
scende dal muro a disegnare
percorsi inconsueti

correva giù per la strada, di fretta,
come per un appuntamento segreto
aveva una forza sgomenta
scavava buche nel cemento
spazzava di foglie il marciapiede

io ero nelle buche, ero nel marciapiede
la sentivo coprirmi, farmi muta
dilavava i miei colori
mi faceva grigia, pesante
m’assaliva e mi feriva la faccia,
il niente che ero diventata

 

*

 

Polvere

Nella strada polverosa
traccio d’orme il cammino
si perdono ad ogni passo
dentro il vento che scrolla
onde di grano rosa-carne.

La luce taglia spighe
chinate nell’incedere
intenerito della sera,
si riempie di bagliori
vagoni che avanzano lenti
il fragore di rulli, ingranaggi
che della messe faranno raccolto.

M’addentro con quieto timore
mescolando al vento le mani
per una carezza, ultima, ingenua,
la spiga accenna un sussulto
ricade fissando la terra
lasciandomi assente, impotente
m’assale il vuoto, immancabilmente.

 

*

 

Magie elementari

È tutto un trucco.
Amara cornucopia
getta neve sui campi e sulle case.

Il burian fa giochi di prestigio
modella alte dune sulla strada
e non so più se sia a destra
o a sinistra della quercia.

Perso è il cammino,
affondano le ginocchia,
né bastone, né bacchetta a rialzarti
si gela la faccia e ti vergogni
nella resa di chi non ha
più carte da giocare.

Ma la natura
fa magie elementari
come i bambini
che si mettono una mano
avanti agli occhi
e non ci sono più.

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