Il fratello della tigre

Yves Bergeret

Il fratello della tigre

La piena ha sradicato gli alberi,
li ha distesi sui cumuli di ciottoli bianchi
ma lui, fratello minore della tigre,
risale il corso del torrente.

Fiotti di grida confuse, laggiù a valle.
Grida stridule che il vento
macina, rimescola.
Si tratta soltanto di bambini?
Si chinano su qualche vortice,
raccolgono nei loro berretti
un poco d’acqua che pure grida,
la trasportano, la versano sull’argilla del tratto in secca,
il vento gonfia le camicie aperte.

Alle due di notte il globo arancione di Giove
ha attraversato la parte bassa del cielo da sud.
Alle quattro la luna si è levata a est,
ha spento le stelle,
ha ridestato l’alba
e il cielo è diventato una cupola color avorio
dove lui, il piccolo fratello, trascina la nostalgia
come il sipario della scena
di cui ci nasconde o predice il senso.

A decine le voci gridano nel vento,
non possono che gridare
gridare senza frase
gridare a brevi soffi pungenti,
sanno solo gridare in questo luogo
e sulle loro note più acute
la montagna si adagia
e risale verso la radice del cielo.

Anche lui arriva lassù
meno affannato
più silenzioso
avendo dismesso l’ipocrisia o l’arroganza
apprendista costruttore
della parola e della purezza del dono

Il cielo non rimane mai una cupola avorio.
Il cielo è sempre l’approdo naturale delle grida
adesso che le acque si ritirano
e che il finale della tragedia
sembra inevitabile.
Ma sul crinale, su una roccia
che le grida di ogni epoca dipingono di rosso
e che la luna, Giove e il vento hanno aggirato,
è seduta la donna che egli ama
visibile a lui solo nelle sere
in cui la sorgente del torrente si prosciuga.

 

Le frère du tigre

Tratto da:
Carnet de la langue-espace

 

La crue arracha les arbres,
les a couchés sur les bancs de galets blancs
mais lui, petit frère du tigre,
il remonte le cours du torrent.

Giclées de cris confus, là en aval.
Cris aigus que le vent
broie mêle.
Est-ce que ce sont seulement des enfants ?
Se baissent sur des remous,
dans leurs casquettes prennent
de l’eau qui aussi crie,
la portent, la versent sur l’argile du bras mort,
le vent gonfle les chemises ouvertes.

A deux heures la balle orange de Jupiter
a traversé le bas du ciel par le sud.
A quatre heures la lune s’est levée à l’est,
a éteint les étoiles,
a dressé l’aube
et le ciel a été la voute ivoire
où lui, petit frère, tire la nostalgie
comme le rideau de la scène
dont il nous cache ou prédit le sens.

Par dizaines les voix crient sous le vent,
ne peuvent que crier
crier sans phrase
crier courts souffles piquants
ne savent ici que crier
et sur leurs notes les plus aiguës
la montagne se pose
et remonte à la racine du ciel.

Il y arrive aussi
moins essoufflé
plus silencieux
ayant affadi la dissimulation ou l’arrogance,
apprenti à la maçonnerie
de la parole et du don clair.

Le ciel n’arrive jamais à rester voute ivoire.
Le ciel est toujours le simple retrait des cris
maintenant que l’étiage s’approche
et que le dénouement de la tragédie
semble inévitable.
Mais à la crête sur un rocher
qu’en rouge les cris de tout temps badigeonnent
et que la lune, Jupiter et le vent ont évité,
est assise la femme qu’il aime
et qu’il ne voit que dans les soirs
où la source du torrent tarit.

Annunci

2 pensieri riguardo “Il fratello della tigre”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.