Una fede in niente ma totale


(Claudio Parmiggiani, Alchemy, 1982 – Bortolami Gallery)

Antonio Devicienti

Appunti presi per bisogno di capire l’oggi

Devo ai buoni uffici di Domenico Brancale e alla generosità della Galleria De’ Foscherari di Bologna se è giunto tra le mie mani il volume di Claudio Parmiggiani Una fede in niente ma totale (Le Lettere, Firenze, 2010).
Incontro per me folgorante – e Domenico aveva visto giusto proponendomi la lettura del libro e adoperandosi per farmelo avere: mi piace ricordare qui che ho incontrato per la prima volta l’opera di Parmiggiani attraversando e amando il libro di Brancale Controre, nel quale è presente una serie di brevi testi dedicati al Maestro di Luzzara; ora, sulla Dimora del Tempo sospeso, mi provo a dar vita ad alcune riflessioni che derivano anche dal mio personale bisogno di libri che indichino un percorso non solo artistico, ma etico e politico, lì dove, per me, arte, etica e politica coincidono.
Una fede in niente ma totale va allora attraversato come opera essenziale di Parmiggiani alla pari con tutte le altre dell’artista, il quale, infatti, non distingue né generi né campi d’intervento e usa il pensiero e la parola nello stesso modo in cui impiega il fumo e la polvere: materie apparentemente impalpabili e sfuggenti, ma estremamente concrete e presenti, materiali dell’opera così come il vetro, il bronzo, il libro, il legno… Ché Claudio Parmiggiani prosegue una ricerca che ha le sue radici nei capolavori delle arti figurative, approdando a una conclusione apparentemente semplice, ma folgorante: una foto di Josef Sudek, un acquerello di Giorgio Morandi, una scultura di Fausto Melotti (cito artisti di cui Parmiggiani stesso scrive nel libro) non esisterebbero senza il pensiero che le ha generate e Claudio Parmiggiani impiega il pensiero sia come necessaria premessa perché un’opera si generi, ma anche come oggetto e materia dell’opera stessa e in Una fede in niente ma totale il medium è la parola scritta la quale, a sua volta, nasce talvolta come parola orale, essendo stata pronunciata in occasione di presentazioni di mostre, incontri con il pubblico, interviste – altre volte la parola è stata figliata dal silenzio meditante dell’artista mentre rifletteva sull’arte e sulla realtà. Abbiamo allora tra le mani un libro la qualità della cui scrittura è molto alta e che dona numerosissimi spunti di riflessione e di approfondimento – ne ho tratto questi appunti per l’oggi, provvisori perché, tornando a leggere e rileggere, facilmente si riporterebbero altri passaggi altrettanto significativi, altri pensieri altrettanto stimolanti.

*

Il primo capitolo del libro, Come aprire, s’inagugura con un breve testo intitolato Silenzio a voce alta:

“Provengo da un Paese, da una formazione, da un’esperienza artistica e da una forma di società diverse dalla vostra. Quello che nelle mie parole potrà sembrare distante, forse paradossale, estraneo alla vostra esperienza, oppure un limite, presuppone questa consapevolezza. Parlo soprattutto di ciò che io vivo.
Ho voluto, nel titolo di questa opera, dare un particolare accento alla parola
silenzio. Quando parlo di silenzio non intendo il silenzio della mia voce, un silenzio rinunciatario, ma un silenzio dentro la forma della mia opera. Parlo del silenzio come di una materia. Considero il silenzio una presenza ed un gesto oggi necessari all’interno di un discorso sull’arte e, anche se potrà sembrare un paradosso, un modo di assumere una posizione. Il rifiuto e una reazione a quel linguaggio inaccettabile che fa del clamore, del gratuito e della superficialità il suo principale obbiettivo artistico. Considero quindi il silenzio un modo di rendere imprendibile il pensiero, un segno di fermezza, poiché silenzio non significa solo silenzio ma significa anche non concedersi e non concedere nulla. C’è l’esigenza che l’arte di oggi, in gran parte asservita alla moda, esca da molti compromessi e ambiguità, così come, invece di attardarci attorno ad obsolete e stanche formule stilistiche, dovremmo prendere innanzitutto coscienza di una nostra globale condizione tragica e sentirci piuttosto come condannati al rogo che chiamano attraverso le fiamme.
Questo asservimento credo sia principalmente alla base della demoralizzazione attuale e riguarda, appunto, una forma di cultura che si sottrae al preciso dovere di essere tale (…) Per un artista l’arte, quando è vissuta con verità, è l’unica, anche se silenziosa, forma di esistenza e di resistenza. Per la società, per quella cultura dell’effimero di cui parlavo e nella quale ci rifiutiamo di riconoscerci, poesia e arte, quella poesia e quell’arte che amiamo, che difendiamo e attraverso le quali ci opponiamo, sono parole spesso dimenticate. Sono problematiche, pongono domande, non danno risposte, offrono solo dubbi. Per chi ha una responsabilità politica e quindi etica, tenerne conto, difenderle come un dovere e sentirle come un bene, significa accettare un rischio, nella consapevolezza che un bene spirituale è, in sé, una ricchezza, che cultura è essenza di benessere. Noi abbiamo bisogno di questa arte. C’è un’eredità spirituale che non deve essere dissipata. Un dovere e una conseguente responsabilità che gli artisti devono assumersi. Non smarrire il senso profondo del loro passato artistico, storico e morale. L’arte deve ritornare ad essere arte, tornare a parlare al cuore dell’uomo.
Nell’infanzia del tempo l’arte fu preghiera. Poco è rimasto di quella infinita bellezza. Ora non siamo più capaci nemmeno di pregare. Come ciechi camminiamo tra le rovine. Abbiamo bisogno di ricostruire” (pagg. 3 e 4)

Parmiggiani ha pronunciato questo discorso al Museo Nacional de Bellas Artes dell’Avana in occasione dell’ inaugurazione della sua mostra Silencio a voz alta (24 marzo – 4 giugno 2006) e ne riporto gran parte perché vi riconosco tutte le linee conduttrici del Maestro espresse, come del resto accade nell’intiero volume, con chiarezza esemplare, senza reticenze, con uno stile del dire e dello scrivere elegante, ma privo di vezzi, cristallino e consapevole del valore di ogni singolo vocabolo, di ogni singola espressione. Ecco: unitamente a questo primo “appunto” che mi sono ricopiato dal libro di Parmiggiani sottolineo un concetto che il lettore dovrebbe sempre tenere presente: Una fede in nulla ma totale non è, secondo una lettura che risulterebbe limitante e ingiusta, soltanto una raccolta di scritti e un’autotestimonianza sul proprio fare artistico, ma anche un’opera d’alta letteratura, ché Claudio Parmiggiani possiede una sapienza di scrittura e un dominio della forma di prima classe – la scrittura non ha, cioè, un ruolo ancillare nei confronti della biografia e dell’arte di Parmiggiani, ma è essa stessa arte e pretende (legittimamente) che il lettore ne apprezzi anche la bellezza formale ed espressiva. Scrittura e concetti danno vita a un’opera d’insostituibile valore etico, politico, storico e umano. E nel discorso dell’Avana ritrovo ferme indicazioni per capire e anche scegliere all’interno dell’arte a me contemporanea (compresa la poesia, la prosa, la cinematografia, la musica): c’è il concetto-cardine di silenzio, ch’è un silenzio attivo e meditante, d’ascolto e d’attenzione, di resistenza e di nobile umanità, spazio libero e necessario dentro il bailamme rumorosissimo che ci tiene in ostaggio – “il slenzio è una forma” scrive Claude Royet-Journoud tradotto da Domenico Brancale (Le nature indivisibili, Effigie edizioni, Milano, 2016); c’è l’altro concetto-cardine della responsabilità dell’arte nei confronti della storia e dell’uomo e che è un’arte che coincide, esattamente e totalmente, con l’esistere singolo e collettivo.

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“Non mi sembra che per un artista il problema sia stato di essere a tutti i costi contemporaneo – lo siamo nostro malgrado – ma di essere artista. E di artisti ce ne sono di due tipi: quelli che lo sono e quelli che non lo sono. (…) Perché dentro questo costringere ed eleggere l’oggi ad assoluto, come se al di là dell’oggi non esistesse più nulla, nemmeno il tempo, in questo considerare l’oggi come limite del tempo e non il tempo come illimite dell’oggi, dentro l’ottimismo di questa visione smemorata del mondo e delle cose non c’è nessun orizzonte ma solo un deserto. (…) E quando diciamo arte pensiamo a una lingua che testimoniando e sfidando il proprio tempo, sempre sappia trascenderlo” (pagg. 14 e 15)

Siamo innanzi a un Parmiggiani per nulla accomodante nei confronti di vizi e vezzi tra i più diffusi nel mondo artistico e culturale: ci sono pagine nel volume in cui il Maestro riporta con tenera e reverente ammirazione i nomi di Maestri “del passato” che dichiara presenti nelle sue opere con una forza d’ispirazione e d’insegnamento formidabile, il che significa che Parmiggiani recupera e difende una visione dell’arte in prospettiva storica, per nulla appiattita sul presente – quella che Parmiggiani chiama la “intemporalità” dell’arte è la consapevolezza non solo di una tradizione, ma anche di una scuola dalla cui grande significanza imparare e fare, oggi, adesso, esercitando la virtù della memoria.

*

“Togliersi un millesimo di ego, offrendo a un altro artista la possibilità di realizzare una nuova opera, mi rende felice perché lo sento morale” (pag. 17)

“Sentire morale qualcosa” sono, mi vien fatto amaramente di pensare, l’azzardo e la sfida attuali – ma rischio il moralismo più bigotto e a buon mercato, rischio l’ovvietà dicendo questo; rileggo, invece, il passaggio e riguardo, con gli occhi della mente, le opere di Parmiggiani: labirinti di frammenti di vetro, libri arsi, sulla parete tracce di libri arsi, campane, prue di navi o ancore come scagliate contro un muro o in esso incagliatesi o naufragate, un libro aperto e posato su di esso un cuore in metallo oppure sulle due pagine impresse le impronte di cenere di mani: un’arte che ancor prima d’essere ammirata pretende la vigilanza del pensiero, la presenza della mente a sé stessa, l’atto del guardare che è atto di assunzione di responsabilità e pratica quotidiana di consapevolezza e coscienza sia storica che civile.

*

Il libro che stiamo attraversando è corredato da un saggio introduttivo di Jean-Luc Nancy e da uno finale di Andrea Cortellessa – ora, proprio l’amicizia e la stima personale tra Parmiggiani e Nancy vengono alla luce in due testi, nelle pagine dedicate a un allestimento del Faust che Jean-Luc Nancy ha “montato” in forma di monologo a partire dalla traduzione di Franco Fortini (pagg. 18-21): il monologo, sottolinea Parmiggiani, mette in risalto “la melanconica, orfica lacerazione che è in Faust – trasferendo il dialogo tra Faust e Mefistofele in quello che è sembrato corrispondere alla sua più intima verità. Un dialogo di Faust con se stesso; un Faust infine per un solo attore” (…) “Faust-Mefistofele divengono lo stesso, fisico e metafisico, materia e spirito, dialogo e lotta della luce con l’ombra, l’opposto che si fa uno, il doppio principio che costituisce l’umano”. E rivolgendosi in forma di lettera a Nancy: “Caro Jean-Luc, ricordi il Faust che abbiamo realizzato al Teatro Metastasio di Prato?
Anche lì c’erano libri. Una scenografia e una allegoria di quella vana erudizione contro la quale si scaglia il sarcasmo e l’amara irrisione di Faust.
Mi chiedi dell’opera nella Cappella delle Brigittines a Bruxelles”.
Parmiggiani descrive il luogo dell’allestimento: “Il colore dei muri è fumo, cera di candele, sangue rappreso. Il materiale dei muri: mattoni, disposti come libri. Una biblioteca di libri di pietra”. E continua: “Nell’abside, sono ora accatastati migliaia di volumi.
Una torre di libri percorsa dal fuoco e ricoperta di cenere. Una scultura di parole bruciate, un altare, un rogo, un cimitero della voce, una torre di polvere. Ma anche parola che migra, che si eleva, che si invola.
Ho fatto portare al centro della navata una campana di bronzo.
Un cuore.
Infine l’incipit. Uno dopo l’altro, tre colpi di batacchio tali da far vibrare l’edificio; una campana a martello, un allarme. L’etimo di “campana” è campanus, della Campania; si fabbricavano a Nola. Nola è la città dove nacque Giordano Bruno” – ecco: il Maestro ha descritto con elevata sapienza di scrittura e con originalità di visione la sua Isola del silenzio (2006), un’opera capace di esprimere al livello più alto il pensiero e l’arte di Parmiggiani; molte pagine dopo è dato leggere: “Non ho mai usato materiali artificiali. So che anche l’artificiale è naturale ma ho sempre preferito la carta, la tela, il legno, il fuoco, la terra, il fumo, la polvere. In diverse opere ho usato il ferro, il sangue, il gesso, il pane, quasi mai il marmo perché è freddo come la morte” (pag. 320).

[…]

(L’intero saggio di Antonio Devicienti
sarà pubblicato in “Quaderni delle Officine“,
LXXXI, luglio 2018)

2 pensieri riguardo “Una fede in niente ma totale”

  1. Un’esperienza artistica essenziale è semplice. Ieri come oggi. I critici devono, come fa Antonio, sgombrare il campo da troppi schermi banali che ci impediscono di arrivare all’essenza del vedere/sentire, del senti/pensare.

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