Le teste

Yves Bergeret

Tratto da:
Carnet de la langue-espace
Les Têtes (et un préliminaire)
Traduzione e condivisione di Francesco Marotta

In questo mese di giugno, nausea ammorbante e atroci ricordi storici ci stringono la gola: in seguito a una campagna elettorale particolarmente aggressiva e alle molteplici violenze razziste che essa fomenta contro i migranti, fino alla pulizia etnica e agli omicidi, un partito populista condivide il potere in Italia con un partito “anti-sistema”, per il momento messo ai margini dagli incessanti odiosi proclami del primo: schedatura dei Rom, espulsione dei clandestini, chiusura dei porti alle navi di salvataggio delle ONG, etc. Nel mio libro Carena (pubblicato in italiano e in francese nel novembre del 2017 e immediatamente messo in scena in Italia e in Francia) racconto l’arrivo drammatico ed epico dei migranti, soprattutto africani, accolti con generosità da buona parte della popolazione siciliana. E’ la guerra o l’estrema povertà che hanno cacciato dal Sahel questi eroi dalle vaste e profonde culture. Sono qui, attratti da un continente che sanno attualmente in pace, ed hanno ragione, e prospero, e in questo si sbagliano perché questa prosperità è notevolmente diseguale. Ma in Carena parlavo anche dell’ambiguità nei loro confronti da parte di alcune “famiglie feudali” dell’isola, ben felici di poterli sfruttare.

Come ho potuto constatare a Praga all’inizio del mese di giugno, e così pure in Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e parzialmente in Francia, il populismo razzista mescola ignoranza e manipolazione. Brutalizza tutto. Quando diventa maggioritario, è ancora più pericoloso. Non permetteremo mai che questa violenza degradante distrugga la parola e devasti il cantiere della Carena, che noi, carpentieri di ogni continente, costruiamo insieme.

L’Europa, nella quale quasi tutti i paesi hanno avuto delle avanguardie letterarie e artistiche tanto brillanti e varie all’inizio del secolo scorso, l’Europa malgrado tutto terra di incontri, così ricca di molteplici lingue e culture, l’Europa oggi arranca. Corre il rischio veramente mortale di piegare la sua anima alla merce, alla televisione commerciale dalla risata grassa, alla volgarità sghignazzante, all’esasperato individualismo. La lingua-spazio del continente diventa smorta. Creare in dialogo con essa non è cosa semplice. Troppi artisti contemporanei smarriscono il proprio orizzonte e si rinchiudono nella solitudine di un ermetismo estetizzante, edonista o intellettualistico. Eppure l’Europa ha davvero a portata di mano, in questi anni di grandi migrazioni, l’opportunità di riaprirsi e di ridiventare fertile e giovane grazie all’incrocio di culture e al dialogo. Se solo riuscisse a capire il notevole contributo dei giovani che arrivano da altri continenti, portatori di culture millenarie e di antropologie polisemiche, complesse, dinamiche. Il cuore della loro visione del mondo non è la merce ma il legame umano.

(Yves Bergeret, 28 giugno 2018)

 

Le teste

Il torrente scende
dal mio lato destro
nel mio orecchio destro.

In questo orecchio
il torrente fa rotolare pietre fredde
fa rotolare teste tagliate.

Il vento risale la valle,
il torrente discende la valle,
come su una scalinata.

Ai piedi della scalinata
il torrente trova un mare,
ossa umane sbiancate dalle tempeste
e feroci assassini
che hanno sostituito le parole di accoglienza
con insulti e mannaie.

Il vento risale la valle,
fresco vento libero
tra burrasche e salti solleva
le teste mozzate dagli assassini razzisti,
teste di Orfeo dalle mille bocche,
teste nere africane o rom
o di mille altre etnie.

Una testa tagliata
non tace mai.

Dal mio lato sinistro
affluisce nel mio orecchio sinistro la vita
che è tale solo se tutto ascolta
il mio corpo e il tuo corpo e il corpo sconosciuto
sono il suono i mille suoni
della vita dei vivi
e degli ammazzati che vollero migrare
e che non muoiono mai.

A ogni rumoroso gradino del torrente
a ogni passo del grande racconto dell’acqua
rotola con un fragore sordo una testa
una pietra.

Le mie due orecchie cingono
la pietra che rotola nell’acqua.

La testa che rotola la testa straniera
precipitando dura e ostinata
mi insegna di nuovo ogni volta
la vita della parola,
una grande semplice testa
di cui ognuno è il corpo,
di cui ognuno è una frase libera,
una parola fraterna.

E se la violenza bruta
si insinua una sera
anche nel corso del torrente

e se una sera la violenza bruta
sradica pure un giovane larice della riva,
trave futura della nostra carena,
lo spezza lo frantuma,
io e i miei fratelli, d’Africa e di qui,
all’alba lo ripiantiamo,
il larice fratello di tutti i miei fratelli.

Torrente, perché una sera
hai fatto spazio
al veleno del mostro populista?

O larice, albero degli uomini della parola chiara e sincera!

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4 pensieri riguardo “Le teste”

  1. “Una testa tagliata
    non tace mai.”
    Ce lo ricorderemo, noi lettori, anche per chi non legge. Speriamo che questa poesia ci aiuti a riconoscerci (se no come faremo a riconoscere gli altri?).
    Grazie,
    Deb

  2. L’ha ribloggato su amina narimie ha commentato:
    ( … )
    e se una sera la violenza bruta
    sradica pure un giovane larice della riva,
    trave futura della nostra carena,
    lo spezza lo frantuma,
    io e i miei fratelli, d’Africa e di qui,
    all’alba lo ripiantiamo,
    il larice fratello di tutti i miei fratelli.

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