Due note di lettura

Giorgio Galli

Nel fermo centro di polvere”:
il canto di Marco Ercolani

Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

«Devi essere musicale. Camminare con loro,
giovani, sonnambuli, leggeri,
come se il sole fosse fermo.
Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri
spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.
Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.
Fuggire l’ansia del foglio.
Orchestrare con strumenti che spariranno.
Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te
fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.»

«Sulla riva del mare
stregando animali smuovendo pietre
incantando terra e inferno
preda
delle voci mute che abbandonasti
diventando parola,
per desiderio
ti volti, la guardi.
Legge infranta. Il nulla. L’invisibile
tornato nero,
il silenzio fitto di voci,
fine violenta
all’ordine del canto.»

«Nell’erba il sasso è le mani vive
che lo scelsero e scagliarono.
Tronco per tronco, di nuovo, dentro
la foresta, veloci e calme
le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi
tornati parole.»

E’ un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. E’ come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io dell’apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. E’ tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito di ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso Ercolani, rispondendo alle Domande già citate:

la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

«Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?
Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?
Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.
Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.
Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è
lacrime delle cose.»

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e restare. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio libreria editrice, 2018) è la più sofferta, più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

(Tratto da: La lanterna del pescatore)

 

***

 

Annamaria Ferramosca

Carissimo Marco,

ho appena ora finito di ri-leggere il tuo Nel fermo centro di polvere (sempre non mi accontento di una sola lettura) e ti vorrei far parte dei miei pensieri su pagine che ho trovato folgoranti.
Davvero inaspettata mi è arrivata la rivoluzione che con questo libro tu fai compiere all’asse della poesia, -finora creduto stabile-, ma che hai scardinato nei suoi fondamenti, affidandoti al liberissimo movimento della percezione, che prende le distanze da ogni categoria di razionalità. Qui la poesia cambia del tutto volto e percorso e mi sembra che la ragione di questo suo movimento adirezionato sia da collegarsi alla tormentata deriva dell’oggi, capace di sovvertire ogni convinzione, ogni ideale. Questa poesia si fa testimone non solo della propria inesorabile imprendibilità, ma, attraverso un dettato profondamente autonomo da ogni vigilanza da parte di volontà e logica, diviene segnale indicatore di una soglia da attraversare tormentata e misteriosa, vicinissima a quella dell’afasia. E in questo leggo il nostro punto di non ritorno, e da parte tua una specie di consegna, il lascito di chi ama la parola e ne constata l’ultima enigmatica eco nel vuoto, nel silenzio.
E’ profondamente vero, Marco, non vi è più né bellezza né terrore, ma spine d’ombra./ E il fumo,il fumo/mai veramente lontano.
E la tua acuta sensibilità ti fa lanciare un grido cosmico lancinante, dal sapore profetico, perché torneremo sempre a incantare, ma consapevoli di essere trascinati in una notte senza cielo.
Pure la costruzione dei versi finali, con parole o frasi isolate, lapidarie, sembra seguire un andamento quasi sacrale, come di un rito.
Credo che in questa tua ultima scrittura ci sia una disperata ricerca di quella che tu chiami “estatica misura delle cose”, eternamente irraggiungibile. E la lettura delle tue risposte alle domande di Gabriela Fantato un po’ mi ha confortato sulla possibile verità della mia ipotesi, su questo tuo canto che di sicuro si pone in un fermo centro della letteratura.

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2 pensieri riguardo “Due note di lettura”

  1. Non c’è niente di Ercolani che non trovi bello e sorprendente, e questo suo ultimo libro di poesie sarà di sicuro l’ennesima magia. Ho trovato, forse per mia maggiore risonanza emotiva, molto acuta e penetrante la recensione di Giorgio Galli, ma entrambe le intelligenti note di lettura attestano la natura caleidoscopica e multiforme dell’animo dello scrittore, la sua straordinaria ricezione del mondo esterno al sé, e soprattutto, resistendo alla tentazione del silenzio o del nulla, l’ardua ed umile ricerca di dare ancora Parola alle cose.

    “Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te/ fermi i suoi segni e le lacrime fuggano”, ecco forse è questo Ercolani, e la sua magia.

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