La Cuba

Yves Bergeret

Dal mare Ulisse ha visto
i buoi per il sacrificio sui pendii del vulcano.
Noi che andiamo a piedi tra avversità di mostri,
con la parola quale unica arma di difesa,
questa sera ascoltiamo il vulcano
che prepara la sua ondata, svuota i suoi reni,
e ci supplica di costruirgli una struttura sia pure piccola,
di fornirgli un’immagine per quanto semplice.
Perché lui non ha occhi né testa
e vuole rinunciare al rito dell’omicidio perpetuo.

 

La Cuba

Il testo originale, Pages en Sicile, été 2018 (5)
si legge in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Sesto-settimo secolo. Si arriva dal continente attraversando lo stretto di Messina con una barca. Per raggiungere Palermo, la grande città da mille anni sull’altro versante dell’isola. Andarci navigando lungo la costa nord è troppo rischioso a causa dei pirati e di altri saccheggiatori. Andarci costeggiando la riva orientale, passando poi per la vecchia città fenicia di Catania, poi per le fangose paludi del delta del Simeto, poi per le colline centrali che non finiscono più, è molto scomodo. Si imbocca dunque la prima valle a destra dopo Messina, quella dell’Alcantara, che scava il suo corso tra gli strati di duro basalto. Si risalgono delle gole impressionanti dove l’erosione fluviale modella in grandi forme geometriche lisce la materia eruttiva del vulcano. Lunghe gole profonde, che all’improvviso si aprono e si sbuca in una ridente vallata. Alte colline boscose a destra. A sinistra l’enorme vulcano, che fuma e rimbomba, altissimo nel cielo. Una minaccia spaventosa. Impossibile proseguire il cammino senza cercare di rabbonire la potenza, anzi la collera, di questo dio tellurico. Ci si ferma, lo si saluta, si fa qualche sacrificio, almeno una capra, ci si siede o ci si inginocchia, si aspetta un segno. Mi piace immaginare che un oracolo, una sibilla, un indovino viva là, proprio nel luogo in cui inizia la valle. E non a caso è proprio là che è situata la cappella bizantina della Cuba, detta Chiesa di Santa Domenica. Costruita tra il settimo e il nono secolo, sicuramente con altre case in pietra lavica intorno, delle tombe, dei campi, il letto dell’Alcantara a trenta metri.

Per quanto piccola, la chiesa colpisce, così austera, vigorosa, compatta. Costruita con grosse pietre di lava nera, cemento scadente, qualche solido mattone di terracotta. Con una cupola di pietre scure, probabilmente la più antica della Sicilia. Mi fa pensare alle primissime cupole dell’architettura medievale in Georgia che ho visto nel 1974 nella campagna isolata nei pressi di Shuamta, ai piedi del Caucaso. Questa presenta una navata molto corta, con solo due campate, coperta dalla cupola. Due corridoi laterali alti e stretti, un’abside abbastanza elaborata. Si chiama la Cuba, in ricordo della cultura araba in Sicilia e dei suoi mausolei-tombe di marabutti, Kouba appunto, dalla cupola semplice, nell’Africa del Nord. Tutt’intorno vigne, mandorli, rovi, fichi crescono in abbondanza.

L’interno suscita un’impressione contraddittoria di peso e di leggerezza. Si intuisce una grande iconostasi davanti all’abside, con i fedeli ammassati nella corta navata sotto la cupola. Dietro l’iconostasi, lo spazio sembra, in proporzione, enorme per il presbiterio dove officia soltanto il clero. Muri di pietra nera e di rari mattoni scuri. Nessuna traccia di pittura in un tempio sicuramente coperto di affreschi. Salvo, nel presbiterio, piccole tracce, e abbastanza confuse, di due busti e forse delle loro teste con l’aureola, a destra dell’altare, là dove di solito si dipinge la tavola del pasto misterioso di Emmaus, tavola dell’accoglienza dello straniero: l’accoglienza perpetua. Il vulcano brontola, spirali di vapore raschiano il cielo. Il piccolo tempio scuro mescola il divino, il sacro, l’accoglienza.

Prudentemente, a una certa distanza dal percorso dei viaggiatori e dall’Alcantara, su una vicina collina, alta e ripida, sorge il borgo medievale fortificato di Castiglione; anche da lì l’Etna è visibile. Un forte feudale, delle stradine strette, ci si protegge, ci si chiude in casa, ci si nasconde.

La cupola rappresenta la preistoria della cupola. Massiccia, ha già attraversato un millennio e mezzo. All’interno non è semisferica, ma composta di sezioni leggermente incurvate di mattoni o di pietre laviche. Sezioni irregolari, diseguali, asimmetriche. Proprio come l’interno della camera magmatica del vulcano, sempre incompiuta e in ricomposizione. Un microcosmo magico e pacificatore in dialogo con un macrocosmo subdolo e mortale. Nella porzione di volta sferica a nord-ovest restano, alternandosi, sei archi di cerchio dipinti in blu e rosso. Residui di colore, lasciati dalla mano del pittore artigiano. Residui ripetitivi, che scandiscono l’intensità della preghiera dei viaggiatori che si sono fermati là per l’offerta animista dovuta al dio vulcano. Vibrazioni alternate del rumore geologico della massa lavica. Vibrazioni, nella sospensione di ogni slancio, della paura e dell’accoglienza. Vibrazione, nella sospensione di ogni slancio, del pensiero e del dire. Vibrazione dell’esicasmo. Tra gli archi di cerchio, rossi o blu, se ne insinua uno più sottile di colore bianco: la sospensione della parola, che semplice e audace dialoga familiarmente col vulcano, placa le sue vendette e procura di vivere. Nove archi di cerchio.

A trenta metri, dietro dei muretti di pietre vulcaniche fiorenti di vigne, l’Alcantara riversa le sue acque su un basalto poco resistente e scava la sua primissima gola per dirigersi verso il mare. L’azione dell’acqua è coraggiosa, maestosa, demiurgica. Demiurgica come tutto in questo luogo. L’acqua che corre apre il basalto come un pugno chiuso, dispiega forme eccentriche e lisce, subito apre una gola profonda cinque metri dove l’acqua saltella, poi di dieci metri dove l’acqua ride e si tuffa, dove l’acqua parla la lingua degli uomini che vogliono scacciare i mostri. La Cuba è stata costruita qui per questo, affinché l’acqua della vita accompagni intensamente la parola.

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1 commento su “La Cuba”

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