In panico e fumo

Marco Ercolani

 

In panico e fumo

 

Oggi non si scrivono poesie, ma appunti di poesie.
Derek Walcott

Tuttavia gli infelici si costruiscono una felicità interiore.
Robert Walser

 

*

 

                Per Ilaria S.

Occhi
profanati.
Figure
con nessuna figura.
La testa immersa nel vento di allora,
ripeto il mio, i vostri nomi,
quest’aria finalmente chiara
(non muri, non ossa),
rinomino,
questo sole di cui imparo la luce,
e dai volti superstiti
e dalle ceneri invisibili
sparisco
interrogo il vento
prima che in panico e fumo
brucino ancora una volta
tutte le immagini.

 

*

 

Se potessi scrivere il più lontano possibile da me,
quasi senza dita,
senza questo grido
lunghissimo,
senza la testa che pesa
scura.

Tra ossa piccole che affiorano
da macerie e detriti,
nel giorno
che vorrebbe solo silenzio,
sentire soltanto l’aria
nelle pupille.

 

*

 

C’è, all’orizzonte,
una copia delle nostre parole?
Si cammina come sonnambuli
nel buio delle cose
ci si trasforma senza capire
si scrivono imperfette poesie.

Bosco notturno,
dove mi perdo, dove non mi sento.
Loro tornano, senza nome.
Parlano, non rispondo.
Con lingua di dormienti ripeto
di case, di case sparite…

 

*

 

Niente di mio: sillabe
nel fumo, mescolate a cenere.
Che nome ho, senza la voce che mi chiama?
Siamo
questa folla di ombre.
Ma io devo tornare
dove sono.
Se almeno ci chiamassimo:
che nome ho, senza un’altra voce?
Nel fumo, mescolate alla cenere,
sillabe: niente di mio.

 

*

 

Tante vite,
e non tollerarne nessuna.
Di alcune anime
vedo solo gli specchi.
Il vento potrebbe, ma cosa?
Provo a respirare.
Un pensiero, un torpore, un verso:
ma la misura dei passi?
Esiste un dio rapido
che porti felici assenze?
Voci, fumo, e la terra
fuggita.
Crateri, e chi parla?
Vuoti nelle rocce, nei corpi.
Il silenzio
rende vana la neve caduta.

 

*

 

Albero nel buio.
Sento che la vita
non è rifugio, è sasso
gettato sulle mani
a straziarle.
Ammutoliti guardiamo:
nel cielo né sole né luna.

Il gesto esatto: carezzare
l’altro volto,
finché emetta voce.
Cancellare
le proprie unghie dallo specchio.

 

*

 

                Per Massimo B.

Occhi di chi folle
potrebbe
ma la roccia resta senza impronte, vuota.

E cospargi la polvere
esamini le pietre
racconti i sogni
ripeti cantilene
che liberano la scrittura dall’incubo.

Scendi senza guardarti.
Guàrdati senza scrivere.
Non c’è morte ma melodia
nelle parole che portano gli anni
a riascoltarsi.
Sangue secco, un nome trasuda dal muro –
balbetta,
risuona.

 

*

 

                Per Silvia C.

Ripararsi
dal desiderio del vento.
Scrivere sollevandosi
appena dalla ringhiera.
Stringere le mani su nulla,
la testa fra le mani.
Tacere quale vento
soffiava sotto la pelle.

Nel riflesso dell’onda
sparire prudente,
dileguarsi senza dire.
Nella seconda terra
ci sarà più luce.
Vedrai realmente
quello che ti sarà narrato.

 

*

 

Dormi sereno.
Dalla casa sono partiti.
Hanno usato i remi
per sollevarsi da letto, le foglie verdi
per curarsi le piaghe.
Ora cercano altre case,
per guarire ancora.

 

*

 

                A Lucetta F.

Da anni non provavi quell’estasi
addormentandoti,
quel sopore che guida,
quella dolce sapienza.
Non evitare il naufragio.
Chiudi gli occhi. Sorridigli.
È un varco.

 

*

 

La parola bisbigliata nella guancia
il letto disfatto
i ponti a strapiombo
i soli sotterranei:
lì può rinascere il nome.
Le unghie sul lenzuolo, a fermare il tempo.
Tornare ai riti del sesto giorno,
quando il settimo è imminente.

 

*

 

Cenere sognata dai morti
numero primo –
sillaba.
Dov’è il fondo delle cose,
se smette di nevicare?
e gli uccelli, nell’aria?
se c’è spazio attorno
perché non possono volare?
senza questa lingua che mura gli urli,
posso trascrivere me?
perché quello vagabonda nelle stazioni
se non ha occhio di folle?
e la corda,
perché dondola dal ramo?
quale testa sprofonderà nell’ombra?

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9 pensieri riguardo “In panico e fumo”

  1. Un varco, sì.
    Non versi rassicuranti, eppure con forza spingono verso un’aria chiarissima, finalmenente monda, sorgiva. Battesimo di luce dopo macerie e cenere. Quel bene che sente chi ti incontra.
    Grazie a te Marco, a Francesco, all’amata dimora
    Ilaria

  2. Bello sentirvi, Elio e Ilaria. “Dentro i nostri appunti”, è vero, dove siamo fuori dai domini. E, sempre, la volontà di un varco, di un cercare oltre le macerie.

  3. si sente la crudezza del lavoro in sottrazione. l’arrivo del /tuo/ sentire, i vuoti tra parola e senso.
    complimenti.

    un abbraccio

  4. Splendido ritorno, complimenti.

    “Che nome ho, senza la voce che mi chiama?”, fulminante verso. Se fossero in tanti a sentire ciò come proprio fondante principio di vita, forse non assisteremmo alle tante brutture e chiusure di oggi.

  5. “… se c’è spazio attorno
    perché non possono volare?”
    Domanda essenziale per ognuno di noi, e ognuno di noi deve trovare il modo di poterlo fare. Tu ci riesci già dal momento che poni questo quesito (e altri interrogativi inevitabili). È bello leggerti.
    Monica

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