Santa ricchezza

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Lorenzo Babini
Santa ricchezza
Forlì, CartaCanta Editore, 2016

La ricchezza è parola che quasi mai prende piede nella nuova poesia italiana, così come l’aggettivo “santa” prossimo al viaggio controcorrente della tragedia umana alle prese con la banalità ordinaria. Senza contare quanto il male stia nei paraggi, in attesa, in portentosa e impersonale attesa. Lorenzo Babini tiene fra le mani il tu rilanciato nel profondo di una poetica ormai definita classica. È pur vero che la situazione creativa in cui si trova rilascia geografie lombarde di famosissima specie, e che il terreno aspro dell’assetto sottolinea rapporti ben conosciuti. La vertigine, la febbre, il viaggio accanto alle ombre riportano immediatamente alla zona cardinale e ferrea battuta per molti anni da Milo De Angelis. I panorami hanno un nome, non sono semplicemente riempiti di cose, e l’autore cerca un muro a cui appoggiarsi, dove applicare la conoscenza e le domande antiche più pressanti. Dietro le strade un volo di anime sbatte contro la fronte, fa spalancare gli occhi su macerie e oggetti in disuso, mentre i nomi sono tutti lì, pronti a essere compresi nella ricerca del poeta. Babini vuole essere toccato, non sente alternative alla ricerca (e alla conquista) di una poesia che azzeri i cronometri, che liberi le gambe in gesti quotidiani e precisi, ma distanti dal gesto atletico di epoche passate. Pagina dopo pagina si avverte la registrazione dei movimenti primari (allarmi, sogni, abbracci, corse, e infine morte) verso presenze con cui dialogare. Qualcuno deve essere rimasto dopo Hiroshima e nei calchi di Pompei, qualcuno slaccia le bende e riprende le parole, pur balbettando. Dopo anni di protezione in questo libro è posto il tempo del dialogo, la nudità grandiosa e domestica, dove è scritta la cura necessaria. E senza temere il dio che ritorna al mondo, di tanto in tanto, a preparare le prede. Il poeta sa bene come basti un tram sotto la pioggia, e un breve incontro, a salvare insieme esistenza e viaggio nella lingua. Almeno per un po’. In tutta la raccolta la visione della materia è il canale principale per dove la conoscenza sorregge l’atto della parola. Le cose vanno fatte, diceva Pavese, una volta per sempre, e Babini ha sogni risaliti dai tempi dove sta la ricchezza, tanto più “santa” quanto più si è passati generando incontri. Violenti, pericolosi o semplicemente bellissimi. La grande città della giovinezza, dello scontento, non imprigiona per sempre, né le donne possono raggrupparsi a togliere il respiro. In certe poesie c’è un accumulo di anni ben superiore alla giovane età di Lorenzo, sembra quasi che non ci sia alternativa ai contrasti frontali del tempo. La radicalità espressa, dunque, non dà alternative, e dobbiamo piegare la schiena sotto le forze della notte. Un pieno esercizio disegna il carattere e l’asperità di Santa ricchezza, rivolto all’impenetrabilità a cui ci sottopongono condizioni e gerarchie epocali. Contro l’esilio e il paradosso della distanza occorre smontare la passività, in tutto il libro c’è un andirivieni fra il pensiero cosciente dalla nascita e i luoghi comuni della città, le vetrine dell’Upim e le sagome incombenti di torri e ponti: lentamente Babini si accorge dei corpi feriti, delle forze ostili circondanti i ricordi più cari, il tempo incrinato che allontana l’alleanza delle madri. Non gli resta che rischiare versi rivolti alla bellezza della vita, in una sfida impari con l’oscurità come un brutto vestito. Occorre attraversare la notte, ancor prima di misurarne la forma, per giungere a quei corpi intoccabili, ben più che feriti. È questo il viaggio compiuto in Santa ricchezza, l’indicazione del silenzio e del rumore del mondo, dove i vivi sbattono sui morti fin quando le ombre iniziano a parlare. A quel punto, nell’ultimo centimetro di pelle, nell’ultima pagina della raccolta, il giorno smette di nominarci come prodotti di un’aristocratica legge di vischiosa origine.

 

Testi

 

Ti distogli mia vertigine dal fianco
se il respiro tra queste case conosce riposo,
una pausa più lunga, un’assenza di vento.

Non è per stanchezza, credimi: era
troppo alta la febbre, troppo il desiderio
ipnotico. Qui si compiono i gesti,
anche i più disperati e non finisce
l’attesa …

quello che resta
è pornografia e, ti dico,
per la prima volta
ho creduto a un destino.

 

*

 

Il bacio

In una strada piena di pozze e di fango
una forma d’abisso che porta il tuo nome
mi parla, appoggiato ad un muro, riverso
nella notte più buia, sul grande buco
e tutto mi dice, e niente.

«Io vorrei custodire
questo tuo essere in vita, portarlo con me
dovunque, nelle strade, sul metrò,
abitarlo nelle case in cui si entra
per forza, quando è freddo» ti rispondo
e una piccola vena azzurra della fronte sembra dire:
«è impossibile, distruggi» le fa eco
una voce registrata, le sagome nere
sui muri, una carcassa di lavatrice
nel fondo del viale.

Ora guardami, ti sto abbracciando
e tu sei un baratro che non si può possedere
guardami
ancora una volta, mentre ti abito
io, il grande sconosciuto, l’altro… Toccami,
pronuncia il mio nome, adesso,
la ricchezza è un respiro di tempo
preparato per noi, mi viene da dire,
per noi vivi e sfiniti.

 

*

 

Il cerchio

Il cerchio espande e si riduce
lungo i raggi

allora il tempo fuori dai cronometri
schizzato per dare indietro …allora è vera
anche la curva che ti esige interamente
quando il corpo perde e s’incanala
alla sorgente – il punto nero
sulla pupilla fatta a immagine…

Il varco aperto si è richiuso
sul frammento di mistero
scivolato
sul guard-rail.

 

*

 

Una casa

Le nostre vite, lo sai, sono mangiate
dal vento, bruciate nel sole, disperse
dagli animali ma guarda, lo sento,

porremo fine a questa erranza con una casa
forse domani.
    Oggi è il tempo che esige delirio
e dispersione, ci chiede di uscire
così come siamo, nudi e taglienti,
entrare nel bosco, dentro alle grotte
dove è grandioso persino
spingere un corpo a gioire e poi dire
«ci sono», ma anche prendersi cura,
applicare i cerotti nei luoghi
feriti, baciarsi ed essere divorati
dal dio che tutto vive e fa venire
e abita negli occhi delle prede, toccarsi
nel buio, chiedere un nome, fuggire.

Salendo sul tram oggi, pioveva, pensavo a questo,
a molto altro, al tuo cammino e insieme
al tuo esserci, un poco
anche al mio.

 

*

 

Sotto la crosta terrestre
minerale per minerale
si formavano i denti e le unghie
e i centimetri dei sassi,
ma anche la materia molle
dei fiumi sotterranei, le vene, le arterie,
quando le correnti calde incontrano i flussi ghiacciati …

(«tu devi stare zitto
e lasciarti dire
da quello che c’è prima.
Pensa ai tuoi figli che ti vedranno morire,
al tuo ricordo, alla tua vita
nella loro vita»)

allora, riprendendo la penna, si tentava ancora
disperatamente:

verremo insieme senza tempo,
verremo insieme
nell’oasi di luce
e silenzio, tra le palme da dattero
e i banani, sull’erba fresca
ci incontreremo e diremo:
«dove sono gli uomini, dove sono?
e i corpi
dove sono adesso?».

 

*

 

Ricchezza

I corpi si disperdono nella nebbia …

si sono radunati, è vero, hanno riso
e sofferto, si sono baciati,
hanno condiviso ma forse
è stato un sogno, altro tempo
che sale dai secoli, è stata
ricchezza, capisci?

 

*

 

La mattina ti ritrovi il tuo cadavere di fronte
e le pagine del libro
lasciato aperto nella notte
sono piene di segni in un linguaggio
indescrivibile.

Sulla voce del primo telegiornale
già c’è un’ombra con cui parli
e ti confidi, già dicevi di una casa,
ti ho sentito, e prepari le parole
per tornarci.

 

*

 

Crollano le ultime torri
e i ponti, come un respiro. Nello specchio
scompare anche il volto. È buio, sempre
più buio. Si allontana nell’ultimo
sottofondo
anche l’urlo sfigurato della bestia.

Ora la stanza è vuota e gelata,
senza più muri o segnali.

Non rimani che tu, invalicabile,
lo so. Devo liberarmi
di te, devo distruggerti,
è necessario.

 

*

 

Si scioglie
la linea di bitume sopra l’occhio, ecco
viene, non accorgertene, viene
sopra l’occhio un giallo tenero,
si allaga
     smisurato
         sul cappotto.

Azzurra e vertiginosa è questa notte
senza vento, nei bar
dove si mangia, si beve, nei locali
pieni di persone,
dove ballano le donne a pagamento,
tutto è trattenuto e lento
nella vigilia del tuo nome.

 

*

 

L’incendio

…e dallo spiraglio sotto la porta
una luce s’indovina fortissima.

L’infaticabile incendio
che ci si prepara davanti
brucerà i nostri corpi, danzando,
brucerà, li farà luminosi.

 

*

 

Appena entrato nella stanza
un corpo nudo di donna
si tramuta in specchio e poi in visione:
dai centimetri della pelle
sgorga una luce bianca che riempie la stanza,
annulla i muri, invade i corpi, il letto, la pietra del castello.

Sono giunto qui dunque…
mentre fluttuo nella distesa di luce e un sole
si avvicina pianissimo, diventa più grande,
tinge la scena di rosso,
vibra e si muove, fuoriesce dai bordi,
tramuta lo spazio di fronte in un muro di fuoco
e nel silenzio, nel vasto silenzio in cui sono
una voce mi parla
come uscita dal fondo del tempo:

«e tu… cosa fai? cosa stai
diventando? cosa farai
di questi corpi nudi
da dissetare? non vedi
che sono feriti?».

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