Ipotesi di volo

Gli alberi cresciuti alle sorgenti del sogno
maturano presagi. Fiori di terre sconosciute.
L’ordine immutabile delle nascite.

Ipotesi di volo

(Tratto da:
Icone del migrare, II, 1998-2002)

 

“Stehen, im Schatten
des Wundenmals in der Luft.
Mit allen, was darin Raum hat,
auch ohne
Sprache“.

Paul Celan

 

Sulle rive della strada, la sensazione di un angelo che annaspa in pozzanghere di pioggia. L’autunno è stagione senza ali. L’inverno il volo cieco che batte ai vetri della tua dimora.

seme dell’onda,
curva flessa
dalla sua linea
sapiente di
barlumi,
ombra di gelo
cristallizzata in
carne,
grida, sguardi,
planata nel
deserto
della pupilla
attonita che
attende

seme dell’onda
aggrappato ai
vetri, mai più
ala,
riverbero del mare,
già immobile
preciso mistero
rappreso in
estasi
di marmo

 

*

 

Fiori. Candele su cui una farfalla svola e si abbandona. Lasciano avanzi di vapore nell’agonia del giorno. Ali deserte. Un bicchiere di neve. Uno specchio di mare senza luna.

ragnatele
tramate dai giorni
in disvelati
abbandoni di
sguardi,
un vento
levato a mezza voce,
rasoterra,
per sintomi di
luce oltre ogni
consueta aurora:
dal fondo di
acque ghiacce,
specchi tatuati da
ombre di
cipressi
s’aggiungono
l’aspra
pietà di angeli
ribelli, usi a
un cammino
che incrudelisce
il vivere, il profumo
affligge della
rosa

 

*

 

Voci senza mappa, chiamate a raccolta dalle labbra di un sasso. La pupilla s’inoltra sul corpo rivelato di un altrove fiorito di suoni. Sosta nell’incanto della spina. Dimora di una lingua senza parole. Soglia a cui si accede per lacrime invernali.

alla sua ombra è
nuovo, frutto di
sterpo rosa o
bianco stupore
di ninfe
fruscianti in viluppi
d’erba, che si
rinserrano
svelate
negli antri sommersi
della sera,
pasture di visioni
dove è cenere o
fiamma,
ancora, in
specchi d’anfora, e più
si narra, negato
a immaginari lumi,
pietra labiale,
corpo, un segno di
inavvertita durata,
di immutata
erranza

 

*

 

Buio che si diffonde gravato di forme, ombre disselciate di sorte. Gli alberi cresciuti sulle fonti del sogno maturano presagi. Fiori di terre sconosciute. L’ordine immutabile delle nascite.

immenso in acque
immobili, sabbiose,
circoscrive disperate
topografie di
viaggi,
fedeltà ai relitti, alla
lunare onda che
si abbruna, sporge
da guglie abrase
in rapide
eclissi di figure,
profili in fuga
a un dove
simmetrico di
voci:

immenso,
trasparente glifo,
mentre la spina
infittisce a lume
di risacca,
addensa il gelo,
un soffio di pelle
esatto, in nitore
di brividi, di
scogli,
lo schianto

 

*

 

Obliata soglia di speranza, in fiamme. Parola d’argilla, immobile, in profezie di luce. La rosa ammicca come un lume agli occhi risalendo alla fonte. Alle lacrime del cielo.

luci levigate in
curvi tracciati di
candele d’aria, terrestri
veleni
graffiati dalle labbra
in cifre
millenarie di
silenzi: si aspetta,
naufraga, una
parola
che levi al sangue
la densa ala
dei minuti, l’arsa
onda di
foglie, di radici
e scopra alla
pupilla, ispessita di
notti, l’acre, carnale
lontano
albeggiante di una
fonte

 

*

 

In altre notti, senza durata, l’attimo di un grido è una grata serrata a transiti di aurore. L’innocenza di una meridiana che preme alle porte della voce. Prima che venga luce.

altrove
leva all’universo
fiaccole di raccolto,
la verde luce
scavata da
ipotesi di volo,
le mani
strette alla soglia
per repentini
imbarchi, fino a
varcare gli occhi
con un grido, l’eco
che infittisce
nell’attesa:

altrove è
corpi schiusi tra
cocci di visione,
imbozzolate ali in
lenti esercizi di
durata, di
cadute, franando,
sul selciato

 

*

 

Lingua segreta dei giorni. Abbecedario del silenzio. Socchiuso labirinto del respiro. Talvolta, all’insaputa degli occhi, su carte polverose di memoria si confonde il muschio con la rosa. Il minerale del sonno e il lampo della visione.

s’illuminano, incognite
fenditure di
ombre sui
fiori attardati,
senza alba, senza
evento:
esistere, forse,
è questo
sporgersi a una
luce perenne, e
accorgersi, in
dispiegati ieri, che
il chiarore
ha vastità di pagine
inviolate,
è fuoco dei
passi sul sentiero,
voce di pietre,
alfabeto del
cammino

 

*

 

Da sabbie disperse di clessidra, s’avanza l’ombra che pianta la tenda nei tuoi occhi. Tra inchiostro e oblio, si annuncia in forme d’astro: soglia dove tutto si accorda, in un brillìo che restituisce l’orizzonte ai passi.

passaggio: parola
d’ombre ispirate,
petalo che
si àncora alle
maree degli occhi,
traccia sapiente
in ripostigli di
neve senza luce,
leggibile lampo
nel lontano

talvolta il disgelo
trascina a valle, in
profezie di assenza,
sabbie dall’altro
versante del
giorno: lo sguardo,
rappreso in
muschio, di una
stella

 

*

 

Occhi sbarrati su soglie d’uragano. Pagine sottratte ai marmi dell’eterno. Lo sguardo si stenebra solo nel guado attraversato senza pietà di canto. Prima che il vento dispieghi le sue ali per trascinare la voce verso riviere di tramonto.

inalberate felci
da sabbie di
clessidra, un tempo
che rosseggia in
punteggiate mani
distanti una rosa
dall’azzurro

il cielo si spoglia
ombra dopo
ombra, come
una pagina di fonte
del sasso che
franato in fango
indica la rotta,
decide la forma
dell’andare

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1 commento su “Ipotesi di volo”

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