L’ora mora del giorno

Giuseppe Samperi

[…] Credo che possiamo considerare quest’ultimo libro di Giuseppe Samperi come un compendio. Un tirare le somme, ce ne sono indizi. Compendio di vita e di scrittura, entrambi terreni di una ricerca esistenziale della quale la prima è stata ed è materia, la seconda metafora e strumento, come il negro sèmen dell’Indovinello Veronese. Ricerca insoddisfatta, come sempre, tanto che la vita sembra a volte osservata alla lontana, come dalla porta di casa che dà su una via assolata, mentre la scrittura è perennemente a rischio di essere dismessa, o licenziata, come un aratro non affilato a sufficienza che finiremo per lasciare arrugginire. Nella poesia di Giuseppe le due cose sono sempre andate di pari passo, c’è sempre stato un occhio che osserva contemporaneamente le parole che si vanno tracciando sulla carta e la penna che le traccia, l’oggetto e lo strumento, basta vedere a titolo di esempio tutto l’ “inchiostro” che viene evocato in parola e sostanza in un altro suo libro, Il miliardesimo maratoneta, 2011 (“Regalo questo inchiostro, / scolatura che rimane / dagli accurati strappi”). E gli strappi, inutile dirlo, sono dolorosi.
Proviene da questi versi, in effetti, l’immagine di un uomo che contempla un flusso, non necessariamente prendendovi parte attiva, a volte anzi come un Diogene che attende immobile una epifania, pur nel convincimento che qualsiasi rivelazione è giusto dietro l’angolo, foss’anche quella del nulla (ma, chiosa Giuseppe, “Quale nulla? Eppure un dio / lo aspettiamo ancora. Io l’aspetto”). Osserva e annota, dalla posizione un po’ decentrata di chi è certo che tutto si possa manifestare anche in universi microscopici che semplicemente accadono, e se ne possa trarre qualche insegnamento universale, ancorché dubitoso. […]
(Giacomo Cerrai, dalla Prefazione)

 

Giuseppe Samperi
L’ora mora del giorno
Prefazione di Giacomo Cerrai
Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2018

 

Dal sofà di casa, se un clic
avviene, come un’epifania
si ode lo sferragliare dei treni
e le parole, a mischiarsi le mie,
che deragliano.

L’urlo che non passa, tentiamo
il nostro ci sono anch’io, in bottiglia
SOS da dentro la stiva e intanto

ascoltiamo
il sibilo aguzzo
del decollo.

Tutti i suoni del mondo, oh tenerezza,
sfidano il dio che non parla, approdano
fin dentro alle viscere della balena
che ci ingurgita tutti.

 

*

 

Siamo come questi nostri scritti,
illimitati e finibili
dentro alla rete e fuori sito
appena il file si oscura, entra
il soffio che ci cancella
e smagnetizza il nome una folata.

Alcuni la chiamano morte ma
in sorte non l’ho avuta. Scrivo
e sorrido
in punta di fune

(noi infiniti solo nell’altro
che crediamo vivo).

 

*

 

Chiedo perdono, stavolta e mai più
all’Oriente buono − non all’altro −
perdono se da questo mio cantuccio
ascolto l’orrore libico,
di Gaza l’ignoranza mi pervade
preso il caffè Lampedusa è un’isola magnifica
che mi coccola tra i morti.

Perdono se da questa sdraio
oso il lamento
di chi è stanco di ulivi e seminati
arsi, perdono se oso
accendermi al pensiero di una fuga verso
acque e città fertili.

Sterili, non avremo più figli,
pagheremo
questo destino benevolo. Perdono
se pure e nonostante
ancora penso
d’essere uno sfregiato esule.

 

*

 

In sovrappeso
è mendicante
chi non aggredisce il fondo.

Distante dalle droghe, ricorda,
non per ali d’angelo – il peccato
risana spesso dal banale – né
per deroghe infernali,

distante
perché di quel silenzio
di quel gran suono
ci si condanna in superficie
al paradiso
d’uguali anime asfissiate.

È il corpo in libera caduta,
solo quel corpo libero
che salva.

 

*

 

E l’ansia di dire, l’ansia di trovare
la parola testimone (io fra infiniti trilli, io
coriandolo del Noi) che s’infilzi
(oh vanità!) nello stelo del mondo. E
ansia, ansia, ancora, ancora.

Della carne nostra, delle vene
nostre, dei nostri versi (i più belli
sempre quelli andati tra le lame
della forbice) l’immoto
restare all’ombra (di quali cipressi se il
deserto dentro agli occhi?) strapperò
(non strapperò) tutti i libri letti, da leggere, i
miei versi che al ritorno nel solco aspettano
il nuovo (se sarà) giorno
al suo declino.

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3 pensieri riguardo “L’ora mora del giorno”

  1. Bella poesia, e bella prefazione. Mi emoziono. Grazie alla Dimora, che non viene mai meno alle mie aspettative: se ho bisogno di uno spunto di riflessione, di un consiglio letterario o di una semplice lettura vengo qui e mai me ne sono tornata a mani vuote.

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