Eroticàrdio

Romina Capo / Carmine Mangone
Eroticàrdio
Postfazione di Carmine Mangone
Illustrazioni di Alfonso Nacchia
Maldoror Press, 2018

 


Scostato il millantare delle lancette
le frette di arrivi e partenze
le scarpe strette dal troppo camminare
slordato il bacio dal sale
Noi .eravamo bellissimi
con tutte le nostre ruggini
ingoiate .le anemie dei cuori spaccati
come mele e come ferrose assenze
dimenticate .tra ferrovie e zone d’imbarco

(in ogni cielo cupo esiste un varco
anche se ha sapore di pioggia).

Mi bagno. Mi metto sotto la tua pioggia e mi faccio intridere. Sento il sangue resistere, negare la lenta persuasione dell’affetto. – Ho avuto naufragi che han sciolto intere isole dentro di me, e ciò mi rende cauto, diffidente.
Ma la geografia del tuo ventre mi sfascia il timone, gli occhi. Il pensiero mi gira in tondo come un animale impazzito. Perdo la nozione di neutralità. Accuso la morte e le distanze.
Poi mi fermo. E il sangue si coagula in desiderio, la tua acqua invade, e mi ritrovo intirizzito ai confini del disappunto.
L’altro pericolo della poesia: non solo ti ruba l’oblio, ma viene anche a importi una vigilanza, un risveglio che ti sovverte il dubbio e te lo trasforma in bramosia. Tu credi che siano quattro parole sterili messe in croce, invece continuano a sgravare, a rendere transitorio l’eterno, a dileggiare ciò che resta da dire.
Non esiste soluzione, o forse sì: risplendere nel movimento; costruire un segreto nel cuore stesso del giorno; prenderti per mano e accettare l’instabilità che mi regali.

 


Io non li so i tuoi gesti
lenti alcuni .altri taglienti
Aguzzi canini di lupo
di teste di drago smaniosi
Ma pure l’acqua mia ti occorre
il mio sciacquarti di dosso
i presentimenti del pentimento
i movimenti che nel vento
ti presumono d’ogni foglia
futura preda .Non sono io
l’improvvisa tua debolezza
Ma questa tanta bellezza
che ci attraversa come spada
E nella doglia dell’incerto ci riversa.

Sentirti lavacro, sì, o viverti come una Danaide rancorosa che insuffla contegni liquidi fin dentro la mia testa.
Venire a te con l’impazienza della poesia. Abbattere in me gli argini immemorabili della mia stessa morte.
Nella natura d’ogni cosa, vi è sempre un’origine truccata da enigma, da mancanza. Ma la maschera delle narrazioni vien giù non appena l’idea di assoluto si trasformi in urgenza di prossimità, in emergenza della polla.
Si apre sempre una fessura nel luogo in cui decidiamo di sostare: una visione, una ferita, un sesso, una nuova alba – e la decisione delle forze vi riaffiora immancabilmente, tentando congiunzioni, celebrando il possibile, minando ogni volta la fissità o la gloria dell’idea.

 


La fissità è cosa da inezie
È spazio che dimentichiamo
di reinventar come nuovo .così
la polvere che ci appanna i pensieri
è un inutile poco
palesato in un fioco ricamo di sole
Gli eccessi son sangue che pulsa
son gole invasate di vita che esplode
e gode di sé .si basta persino
Dopo il tuo nome però
non si contiene .nulla disseta né sfama
E mi devasta come urlo nelle vene.

Io sono per la poesia, non per la statistica. Lotto per l’impossibile, non per il probabile. E la linea della vita m’interessa solo quando diventa frattale.
(Sento il tuo urlo dentro i miei giorni. Ti sento urlare con mille voci di fuoco contro le mie inondazioni. Immagino le tue labbra. Ne colgo il turgore inviolabile nell’unità dei miei desideri).
L’opera del poeta rovina sulle parole che non possono dire la soddisfazione. Ne accoglie la labilità, il vento.
Accuso i colpi e getto via lo scudo. Conosco fin troppo bene questo gioco: arrivo a un punto della mia costernazione in cui ogni pensiero diventa l’equivalente di un’erezione patetica, solitaria, inutile. Eppure sto al gioco, riempio di sangue le mie parole per te, le fascio nella mia illusione e accetto la terribile tenerezza di ciò che m’invade senza contenermi.

 


La sensazione del passo
che perde terreno e ogni freno
sarebbe cadere se non avessi fiducia
in queste mie ali di cartapesta
In fondo è il crederci che fa delle cose
sostanza .i nomi che ne cambiamo
a nostro capriccio e somiglianza
Ti sono quasi nella gola
appena spoglio da ogni parola
il senso dell’abitudine .e la rendo
al divino dire che dalle labbra mi cola.

In questo movimento che si chiama poesia – e che è tentativo, tempesta in corpi di domanda, breccia nel muro della morte –, giungo alla tentazione di farmi usare da te per mio puro egoismo.
Lascerò infatti che le tue parole mi calino in gola, e me le terrò lì, come se fossero umori di battaglia, candori di pelle offerta, diversivi di femmina per mozzare le alucce a Cupido e farne confettura poetica.
Me le terrò lì, certo, e ne godrò senza metter mano alla totalità, accogliendone il rigor lieve per non accettare la facilità dei giorni.
Occorre saper svestire i nomi del desiderio e lasciar nude tutte le poesie.
(Insinuo la lingua fra le tue parole. Ti lecco ogni arguzia, ogni lampo di carne. L’impossibilità di averti mi fa diventare un ossimoro vivente).

 

***

 

(L’opera è scaricabile gratuitamente a questo link. Un grazie, anche per questo, agli autori e alla “rinata” Maldoror Press.)

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4 pensieri riguardo “Eroticàrdio”

  1. La “rinata” Maldoror Press, per mio tramite, ringrazia e vi augura di proseguire indomiti. L’impossibile, talvolta, è appena dietro l’angolo – a portata di cuore, di mano. Un saluto a tutti, in particolare a Francesco, al quale va tutto il mio affetto.

  2. Ringrazio sentitamente l’attenzione che avete dedicato a questo modo con cui, Carmine Mangone ed io, abbiamo denudato urgenze e colmato moltitudini di vuoti. Ne sono onorata.

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