Nell’esilio / Catania 3 agosto

NELL’ESILIO – inauguro oggi una rubrica dalla cadenza del tutto irregolare, il cui titolo ho voluto fosse ispirato al libro Doveri dell’esilio di Nanni Cagnone, nel senso che, da una condizione sia esistenziale che civile di “esilio” da un’ideale polis retta dai valori dell’amicizia, della bellezza, della libertà, osservo fatti, incontri, idee proprio al fine di ritrovare, per sprazzi e baluginii lo so, modi e motivi per trasformare l’esilio in luogo invece abitabile.

CATANIA, 3 AGOSTO

Carène/Carena continua il suo viaggio, chiama a raccolta un piccolo equipaggio di volenterosi che s’incontrano nella bella libreria Catania Libri di Piazza Giovanni Verga. Non è tanto una “presentazione” tradizionale di un libro di poesia, quanto una riflessione comune su Carena come solo Yves Bergeret sa concepire e realizzare. Ognuno dei presenti conosce già il libro o perché ha partecipato a vario titolo alla messa in scena di Carène nel dicembre 2017 al Teatro Coppola di Catania o perché ha letto e amato il libro.

Catania è una città bellissima ed estremamente contraddittoria. La città che ritrovo tornandovi dopo circa quindici anni ha imparato a offrirsi ai turisti davvero numerosi (uso il verbo “offrirsi” in maniera non innocente – anche Siracusa, Noto, Taormina “s’offrono” ai turisti – oppure ne “soffrono” nella tipica contraddizione che colpisce molte città e regioni del Mediterraneo) e, nello stesso tempo, ha conservato un modo ancora feudale d’imbastire i rapporti tra le persone e della persona con le diverse istituzioni statali o nell’ambito economico – di solito il forestiero coglie aspetti che gli paiono folkloristici e pittoreschi o teatrali e che celano, invece, una realtà che ancora non riesce a liberarsi di fardelli storici, mentali, sociali ed economici che pesano in maniera drammatica sulla vita quotidiana; il forestiero riporta a casa un’impressione divertita e colorata di una Sicilia che è, invece, radicalmente diversa, sofferente, sempre desiderosa di cambiare, di emanciparsi senza riuscire a farlo. E sono i giorni in cui il porto di Catania è stato vietato all’approdo dei migranti – vi approdano frequenti le navi commerciali, ovviamente.

Torno a Carena: Yves Bergeret ha concepito quest’odissea contemporanea esplorando palmo a palmo Catania e la Sicilia centrale, individuando le cause sociali, storiche, culturali, economiche che sottendono i fatti della migrazione e creando grande poesia che, però, non si esaurisce nel mero ed estetizzante dato letterario. Lo avvertiamo con chiarezza tutti noi presenti in questo pomeriggio d’incipiente agosto, noi che ci scambiamo impressioni, che leggiamo parte del Sogno di Alaye traducendolo in catanese, in latino, in salentino, che riflettiamo sul valore e sul senso che ha o che deve avere un porto, luogo d’apertura e d’incontro. E la montagna: meglio ancora la Montagna, cioè il vulcano, l’Etna si profila nella lettura e nella voce di Yves con tutta la carica emotiva, simbolica e mitica che solo un poeta figlio della montagna come lui può concepire, affratellando le sue amatissime Alpi intorno a Die alla falesia di Koyo alla montagna martinicana dove vive il suo amico poeta Monchoachi all’Etna, appunto, davanti al quale i migranti ritrovano, contemporaneamente, l’altezza splendente e infocata delle loro molte lingue e delle loro antichissime culture, ma anche la minaccia sorda e sordida la quale, in verità, più che dal vulcano viene loro dai pericolosi rigurgiti fascisti e razzisti, dal malessere sociale diffuso nell’Isola, con la delinquenza mafiosa sempre pronta a sfruttare o arruolare manovalanza disperata.

Annunci

4 pensieri riguardo “Nell’esilio / Catania 3 agosto”

  1. Alle fronde dei salici

    E come potevamo noi cantare
    con il piede straniero sopra il cuore,
    fra i morti abbandonati nelle piazze
    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
    della madre che andava incontro al figlio
    crocifisso sul palo del telegrafo?
    Alle fronde dei salici, per voto,
    anche le nostre cetre erano appese,
    oscillavano lievi al triste vento.

    SALVATORE QUASIMODO

  2. E ancora di Salvatore Quasimodo leggiamo “Il mio paese è l’Italia”

    Più i giorni s’allontanano dispersi
    e più ritornano nel cuore dei poeti.
    Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
    con le colline di cadaveri che bruciano
    in nuvole di nafta, là i reticolati
    per la quarantena d’Israele,
    il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
    le catene di poveri già morti da gran tempo
    e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
    là Buchenwald, la mite selva di faggi,
    i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
    e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
    I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
    dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
    Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
    Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
    e io canto il suo popolo, e anche il pianto
    coperto dal rumore del suo mare,
    il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.