Nell’esilio / “La scortecata” di Emma Dante

CATANIA, 26 LUGLIO

Nel cortile degli ulivi dell’ex Convento dei Benedettini, all’incipiente buio della sera, sul sobrio palcoscenico (due sedie e il giocattolo di un castello in miniatura al centro della scena) Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola recitano La Scortecata per la regia di Emma Dante.
La regista palermitana è anche l’autrice del testo che ha costruito ispirandosi alla decima fiaba della prima giornata de Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile: e qui voglio spiegare perché, a mio avviso, la sera del 26 luglio ho assistito a un’ora di grande teatro.


Ho visto il coincidere tra capacità attoriali davvero alte e testo intessuto in una lingua sonora e ricchissima: in realtà l’azione è davvero ridotta, ma La scortecata si regge tutta sulla bellezza e sulla forza sia evocativa che rappresentativa della parola. Scena pressoché spoglia, pochi cambiamenti dei costumi e tutto viene affidato alla fisicità e alla voce degli attori. È la parola dialettale, la parola scurrile, quella raffinata, la parola che è anche sospiro o imprecazione, volo retorico, erotismo, banale quotidianità, profonda tristezza, improvvisa esaltazione, canzone, proverbio, sublime desiderio a occupare tutta la scena e a essere anche i movimenti eloquenti e plastici dei corpi dei due attori.
Ci si siede in platea e si ascolta La scortecata lasciandosi invadere e soggiogare dalla parola che si articola in complessa sintassi oppure esplode in un improperio o in un canto.
Sono anni, questi, in cui anche la parola viene offesa e impoverita, l’ascolto della parola, sempre più umiliato, viene eliminato dai normali rapporti tra le persone: la parola è stata esiliata. Ed ecco che un modo di fare teatro come questo assume un valore etico e politico: ascoltare per un’ora due attori e percepirne anche il sudore e la fatica fisica, osservarli essere posseduti dalla parola di cui si fanno strumento si trasforma in un esercizio di ascolto e di riflessione: la bravura attoriale di D’Onofrio e di Maringola fa sì ch’essi recitino anche le parti femminili (com’era nella tradizione italiana di pochi secoli addietro) e interpretino tutti i ruoli previsti dal copione, che coinvolgano lo spettatore in un continuo cambiamento di prospettiva narrativa e psicologica, mentre la regia di Emma Dante incrocia la tradizione del teatro italiano con quella del Kabarett berlinese, con quella della musica popolare e pop, e solo alla fine lo spettatore s’accorge di aver assistito a una commedia tragica: ché Carolina e Rusinella sono due vecchissime sorelle che abitano in un vascio di Napoli; il re ha udito da dietro la porta la voce di una delle due e, traverso la serratura, gli è stato mostrato il dito mignolo dell’altra, così che si è innamorato e della voce e del mignolo credendoli appartenere alla medesima fanciulla che arde possedere; sarà Carolina a passare una notte d’amore con il re il quale, scoperta la verità e che cioè ha amato una vecchia brutta e laida, la scaraventa dalla finestra, ma una fata la salva e le restituisce la giovinezza e potrà sposare il re, mentre Rusinella, rosa dalla gelosia, chiederà al barbiere di scorticarla par far uscire da sotto la pelle vecchia quella nuova, giovane – ma, mentre nella fiaba di Basile la fata salva e ridona la giovinezza a Carolina, questo non succede nell’atto unico di Emma Dante dove, con inattesa mossa metateatrale, Rusinella assumendo il ruolo della fata ridona la giovinezza alla sorella la quale, però, dopo alcuni istanti rompe l’illusione dicendo di non credere più alle fiabe e chiede alla sorella di scorticarla con il rasoio per far uscire la pelle nuova da sotto la pelle vecchia. Tutto questo spiega perché l’atto unico si apre con le due sorelle sedute l’una di fronte all’altra intente a sfregare nella bocca il dito mignolo e, con il procedere del dialogo, la situazione si chiarisce (o sembra chiarirsi) fino al capovolgimento finale, nel quale lo spettatore capisce che le due sorelle hanno recitato a sé stesse una fiaba, una sorta di quotidiana rappresentazione della propria infelicità.
Numerose le interpretazioni possibili dell’intera opera, certamente, ma qui insisto sul valore del linguaggio, capace di edificare illusioni e di distruggerle, di raccontare un’infelicità e una solitudine radicali, ma anche di mettere in contatto quelle solitudini e infelicità.
Lo “scortecamento” è, dunque, anche l’operazione che la lingua attua nei confronti degli spettatori, portati, traverso il rutilare dell’azione teatrale, a guardare in faccia una tristezza che appartiene a tutti.

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