Rotta albale

Il cielo nasconde le sue pupille d’astro
e nell’ombra il silenzio si fa musica,
inquiete invisibili presenze.

Rotta albale

(Tratto da:
Icone del migrare, III, 1998-2000)

 

Aube d’un second jour,
Je suis enfin venu dans ta maison brûlante
Et j’ai rompu ce pain où l’eau lointaine coule.

Yves Bonnefoy

 

Segnali d’ape in murature d’acqua: il breve lume della rosa. La lingua segreta del fiume alla foce custodisce, tra l’ombra e il mare, la traccia del suo volto. L’alfabeto indelebile del viaggio.

restituito a
un dove di
canto, seminagione
aurale di
frammenti,
il casto errare
decomposto in
virgole di viaggio:

alla voce transito, al
lume che fa eco
nella parola soglia e
muta in
evidenza d’ombre,
imbattersi in
calcolate rime di
radici, florescenze
spuntate dal
ciglio, nella
pietà di chi si scopre
un nulla
davanti allo specchio
difforme del suo
volto

 

*

 

Erbe rischiarate d’estasi. L’eco di un volo è l’ombra che copula in anfore di vento. Fa di quel respiro senza passi una vela divorata dalle braci del suo porto.

fiamma da
piume di
alabastro, alla
chiusa aerea di
un volo
che sfuma al
battere del sonno:

lo schianto
ha un vago
respiro di cieli
intravisti, di
stelle accampate in
guadi d’aurora, ma
inquieta
il preludio, l’impulso
passato per fiori
rappresi, nel
fiume che corre,
svuotato di ali,
veloce alla
foce

 

*

 

Sapienti di naufragi, gli astri incisi a caldo sulla pelle. Oscura memoria di isole intraviste, controluce. Libere nell’abbraccio d’indivisa sorgente.

strappare al deserto
cesure di oasi, di
tende a ridosso
di acque sperate,
murate in
calchi d’ostinato
verde, meraviglia
modesta delle sabbie
mentre ancora
si concede alla notte
un rivolo di
luce, l’eco della
traversata

 

*

 

S’abbatte con la purezza dell’onda il verbo dell’alba. Orbita di un invisibile crescendo di canti. Noi si tace al cospetto del giorno. Ogni voce è un intrico brumoso di rami che offusca la luce.

presenze al risveglio
da un rifugio
vigilato dal vento,
ricordi d’aria
immagini aperte
immerse nel buio
della parola, di
un perdurante
congedo

non un istante
si parte da
innevate reti
di clessidra, e
l’arte delle maree
scivola di giardino
in giardino
ricamando orli
di brace ai
colori

 

*

 

Luce. Madre silenziosa della sabbia che custodisce i nostri nomi. Tutti. Parole mai svelate recitano, dietro il recinto degli sguardi, la benedizione dell’acqua che brilla nel taglio di un grido.

nel naufragio del
mattino,
senza riparo
sopra pareti d’occhi
deambula il cielo
in moniti di fuoco,
il dono
estremo, un canto
pronunciato ai confini
del silenzio, muta
risonanza del
nulla

 

*

 

Interminabile distanza tra la mano e la rosa: la spina. Solo la pupilla lunare colma quell’abisso, illumina la terra senza voce delle origini. Dove un volo evade dalla lava per baciare il suo futuro di cenere.

labirinti
tracciati nel verde da
lontani uragani,
almanacchi di
assenze in mute
affinità di deserto,
cenere senza rive
sulla soglia, una mappa
illeggibile che sola
muove al viaggio
in vertigine di
sabbie, lo spazio
rovesciato
dei giorni

 

*

 

L’aureola del crepuscolo annuncia l’alveo in secca dei fiumi della luce. Profezia di assenze. Il giorno si scioglie nella fitta di buio che alle mani lega voce e accenti.

itinerario in
luce d’anni,
visitazione di volti, di
stazioni periferiche,
tracce fino alla
dimora dell’origine,
lo specchio
spalancato tra vuoto e
vuoto dove declina
la radice in
obbedienza di sabbie, in
attesa di eventi

(le palpebre,
sommerse, in
sinopie di
segni)

 

*

 

La prima luce: occhio in ascolto della sua stessa voce. Posa lo sguardo alle porte dell’autunno. Dove il cielo si fa acqua per rimirarsi in specchi di dolina.

si infutura, si
immilla,
sofferente aria
a specchio
sopra il limo, in
geografie di
pollini e acque
dove trascorrono
le attese, onde
immemoriali nel
rovinoso
arpeggio degli
autunni

 

*

 

Lontano di assenze, di luci circolari costrette in mutazioni d’alberi e di nevi. Il cielo nasconde le sue pupille d’astro e nell’ombra il silenzio si fa musica, inquiete invisibili presenze.

colma di cielo, stasi
invetriata di
voli
chiusi in disegni d’aria,
fibre indulgenti di
visioni, fluire che
si raccoglie in chiuse
luci, un trascorrere
di assenze in figure
pensili di gioco, alghe
arse, sorprese
all’incontro del giorno,
fittizio addoppiarsi
d’albe per strade
che ama, conosce
cancella

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4 pensieri riguardo “Rotta albale”

  1. Francesco, sàlvati da tutti [i borghesi, e genovesi; ma tutti]. non ci donare niente, trattaci male con la forza dell’otto marzo. nessun borghese deve osare dire: com’è sensibile – come se parlasse di un accessorio…

    1. Sono d’accordo, ma ribaltando la richiesta di Sannelli: Francesco, continua a donarci, perché ai borghesi e alle tenere sartine e ai teneri sartini che si struggono per la sensibilità-accessorio e che scrivono poesia come fosse un accessorio rispondi coerentemente ormai da anni con la tua scrittura e con la presenza stessa della “Dimora”.

  2. “.. sembra scovando un eden/ tra paradosso e lingua.”
    Mi ritornano questi versi che poco fa leggevo del poeta Bergamini, proposto proprio dalla Dimora. Chissà, sarà posizione scomoda di ogni vero poeta, il dilemma tra il dire e il tacere, tra l’esserci e il non esserci in momenti/luoghi storici o personali difficili. Ma la poesia di Marotta raggiunge vette che sarebbe un grande peccato non condividere. Io confido in ciò che il poeta stesso racconta: “nel naufragio del/ mattino/ senza riparo/ .. il dono/ estremo, un canto/ pronunciato ai confini/ del silenzio ..”

  3. È una voce profumata d’abisso che spalanca prigioni, colma la distanza tra oblio e presagio, trova in un codice sognato, sommerso o riscoperto fra elementi di natura primordiale, incorrotta, la via per rischiarare una vigilia, ritrovare un destino smarrito, una patria metafisica, una verità dissepolta dalla “sabbia delle urne”.

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